Green Pass: la guerra tra poveri che distrae dalle falle di uno Stato


10 Ago , 2021|
| 2021 | Visioni

Un tampone negativo, un certificato di guarigione o l’essersi fatti somministrare la seconda dose di uno dei quattro vaccini a disposizione: saranno questi, a giorni, i criteri secondo cui si deciderà chi potrà tornare a vivere una vita quanto più vicina possibile a quella condotta prima del marzo 2020. L’introduzione dell’obbligo di possedere la Certificazione Verde per accedere a gran parte delle attività e manifestazioni che caratterizzano l’antica socialità ormai è una realtà tanto imminente quanto poco chiare sono le informazioni su come l’essenzialità del nuovo lasciapassare si estenderà di qui a pochi mesi. In un momento di fortissima instabilità economica e sociale, un provvedimento del genere, già di per sé terreno florido per lunghe discussioni di carattere giuridico, sanitario e politico è stato accolto, come prevedibile, in maniera assolutamente non uniforme.

Se c’è infatti chi ha reagito alla decisione del governo in modo favorevole, non sono mancate violente proteste. Non prevedere la possibilità di una reazione del genere da parte di una cittadinanza che nell’ultimo anno e mezzo ha vissuto un clima di tensione che non si sperimentava da decenni sarebbe equivalso, del resto, a sperare in un’utopia. Dopo quasi diciotto mesi da quando parole e concetti come quello di quarantena, di saturazione degli ospedali e di fasce di colore per le restrizioni sono entrate a far parte del quotidiano, la tensione ha trovato una nuova e ben più pericolosa valvola di sfogo. Non si accusa più lo Stato, brancolante nel buio, reo di provvedimenti a volte inspiegati, a volte al limite dell’assurdo, ma tutti accomunati nell’essere responsabili di aver fatto perdere non solo contatti umani e interazioni sociali, ma anche attività che in molti casi erano l’unica fonte di sostentamento per intere famiglie; il nemico è più facile e conveniente individuarlo nel pari, il vicino della porta accanto, colui che, per motivazioni fondate o per un altrettanto giustificabile scetticismo, non si conforma alla norma. La già fragilissima compattezza dell’opinione pubblica, vulnerabile al minimo alito di vento, non ha tardato a crollare come un castello di carte, e da diverse settimane l’Italia -come in realtà buona parte degli Stati Membri in cui si sono adottate misure simili riguardo al Green Pass- ha visto la sua popolazione spaccata letteralmente in due.

È un muro di fuoco a dividere la fetta della popolazione favorevole all’obbligatorietà della certificazione da coloro che vi si oppongono, entrambe accomunate ormai da una caratteristica: l’assoluto rifiuto di fare un passo indietro e fermarsi a riflettere e ad analizzare con occhio critico la situazione.

Con questo articolo, non mi prefiggo affatto lo scopo di discutere o meno della legittimità in sé del Green Pass, tantomeno quello di approfondire l’argomento della campagna vaccinale e dell’efficacia stessa del farmaco. Essi sono però i due elementi che consentono, alla luce dell’assoluto caos in cui la gente si ritrova quotidianamente immersa, di riportare alla luce un terzo problema di natura sociale. Si può utilizzare senza problemi l’espressione “riportare alla luce” per la semplice motivazione che si tratta in realtà di un insieme di fenomeni ben noti che da secoli pervadono qualunque società alla pari di un morbo silente.

L’odio, la paura e l’intolleranza nei confronti del diverso si possono dire antichi quanto l’uomo, oltre a rappresentare uno dei maggiori campi di interesse della psicologia sociale. La tendenza a questi atteggiamenti è dovuta al funzionamento del cervello umano, il quale ragiona per categorie, ossia raggruppando persone od oggetti simili sotto un’unica etichetta sulla base di determinate caratteristiche (un esempio, affinché il concetto sia chiaro, potrebbe essere presumere che tutte le persone appartenenti alla categoria “abitanti dell’Africa” siano alte, con pelle scura e occhi marroni).[i] Tutto ciò che conosciamo, inclusi noi stessi, nella nostra testa fa parte di una o più categorie: ciò non è di per sé dannoso, e la costruzione dell’identità individuale di ciascuno poggia le sue basi proprio sul riconoscere le categorie cui si appartiene, sentendosi parte di un gruppo in cui la nostra persona, i nostri valori e anche le caratteristiche fisiche sono ben accette. Il vero problema è rappresentato dall’altro rovescio della medaglia: tutte le categorie di cui non si è parte e il modo in cui la mente umana, avvezza a ragionare per comodità per stereotipi, si rapporta ad esse. Pur non appartenendo noi a queste ultime, qualcuno dovrà esservi inscatolato. E se l’appartenenza a una categoria fa sentire validi, nel giusto, logicamente chi fa parte di quella opposta dovrà essere sbagliato, da un punto di vista evolutivo, potenzialmente dannoso per il nostro benessere.

L’odio del diverso e la diffidenza verso di esso erano meccanismi utili, un tempo, a salvaguardare l’individuo. Avendo a che fare per gran parte del tempo con individui simili a sé nell’aspetto e nello stile di vita, e conducendo così un’esistenza tranquilla, il confronto con un essere mai visto con atteggiamenti sconosciuti generava spontaneamente una risposta d’allarme affinché la mente pensasse subito ai modi per aggirare eventuali minacce. Si tendeva, dunque, e si tenderà fintanto che il cervello umano funzionerà come ha sempre fatto, a etichettare il diverso come sbagliato, potenzialmente nocivo per l’equilibrio della comunità e soprattutto per il proprio.

L’intolleranza e la propensione a considerare chi non è uguale a noi una minaccia sono un retaggio evolutivo che è parte della specie umana, ma che ad un’attenta analisi si rende più o meno manifesto a seconda di due parametri: i valori individuali della persona- il suo desiderio di impegnare risorse cognitive per andare oltre i ragionamenti euristici e gli stereotipi- e le condizioni in cui si vive. Un esempio lampante di questo meccanismo ci viene servito da un’altra malattia, ben più devastante di quella che ci si ritrova a fronteggiare oggi.

Se la società medievale europea, seppur impregnata di valori cristiani come tolleranza e amore verso il prossimo, fece presto a individuare negli ebrei i responsabili dell’epidemia di peste che falcidiò milioni di persone, il clima di esasperazione e di crisi in cui la malattia aveva gettato un continente già da tempo in difficoltà non è un fattore trascurabile. L’odio verso la comunità ebraica, ovviamente, non si era generato in concomitanza con l’epidemia. Come è risaputo, sentimenti e atteggiamenti discriminatori verso il popolo giudaico persistevano da molti secoli prima, per motivazioni sia etniche che religiose. Se questi passarono in secondo piano, rimanendo sopiti, fu per una motivazione molto semplice, che poco ha a che fare con la morale -all’epoca, in simbiosi coi valori cristiani: fino all’arrivo di una catastrofe e di tempi duri, l’essere umano non ha motivo di manifestare il proprio odio poiché non ha motivo di temere per la propria vita. L’arrivo di un periodo di crisi, oltre a far vacillare ogni forma di ottimismo, ha il risultato ben più concreto di gettare milioni di persone nella condizione di non sapere se si riuscirà, a fine giornata, a mettere qualcosa in tavola. È esattamente quando si trova in condizioni di stress fisico e psicologico estreme che il cervello umano ricorre ai suoi più antichi istinti e che, soprattutto, cessa di dedicare le proprie risorse cognitive a qualsiasi attività non sia volta a risolvere il problema in atto e a sopravvivere. Se c’è un’emergenza, dovrò salvarmi. Se dovrò salvarmi cercherò di individuare la fonte del problema. E se non ho energie per evitare di effettuare ragionamenti affrettati, usando gli stereotipi, mi sarà più facile credere che il normale bersaglio della mia disapprovazione coincida con il problema e non avrò alcun freno nel manifestare la mia aggressività verso il diverso.

La malattia da Covid-19, per quanto profondamente diversa dalla peste in termini di mortalità e morbilità, ha avuto un impatto psicologico estremamente simile a quello dell’”antenata”.

Diciotto mesi in cui si sono ridotti all’osso i contatti umani e le interazioni sociali -altro fattore spesso trascurato che gioca un ruolo vitale sulla psiche- oltre a lasciare che migliaia di famiglie perdessero le proprie attività o l’unico impiego che garantiva loro un’entrata fissa per vivere, sono senza dubbio le premesse necessarie per ritrovarsi con una popolazione stressata, in condizioni di sopravvivenza precarie e che dunque, sia fisicamente che mentalmente, ha esaurito ormai quasi tutte le proprie energie. Non è un caso, infatti, se nell’arco del 2020 si è assistito ad un incremento dei casi di violenza di genere -se il numero degli omicidi totali è diminuito, il trend in caso di omicidi con vittime di sesso femminile è stato l’unica eccezione[ii]– e di razzismo. La violenza sulle donne e la discriminazione razziale, due atteggiamenti che hanno in comune l’essere generati dal pensiero stereotipico che vede entrambe le categorie offese come inferiori, non avrebbero potuto andare in contro a un altro tipo di destino, alla luce dell’analisi dei fattori che contribuiscono proprio a ragionare mediante stereotipi.

Ovviamente, lo stesso discorso è applicabile alla discussione che imperversa in questi giorni tra i cittadini. La crepa che divideva la popolazione, che già andava progressivamente allargandosi a causa dei violenti dibattiti nati all’avvio della campagna di vaccinazione lo scorso inverno, con l’introduzione dell’obbligatorietà del Green Pass ha finito per diventare insanabile.

Da diverse settimane, in rete come nella vita reale, si assiste ad un dibattito infinito e logorante, che tuttavia risulta sterile, in quanto sembra impossibile trovare un punto di incontro tra le due parti. E se dopo privazioni, chiusure e restrizioni, molti sembrano aver visto nella nuova norma una luce, la speranza che finalmente l’incubo sia al suo termine, è facile intuire chi per queste persone sia il diverso, colpevole di ogni male. Se si è senza mascherina, perché si è rotta, sei solo nel raggio di cento metri o semplicemente per una banale distrazione, si è sconsiderati. Se a vent’anni si tenta di rivedere i propri amici organizzando un semplice pomeriggio di gruppo, si è immaturi, le generazioni d’oggi non capiscono il senso del sacrificio-  Il “no-vax”, termine inflazionato ed utilizzato ormai con accezione ben diversa da quella originariamente intesa, si trasforma facilmente in capro espiatorio da abbattere senza pietà, una minaccia alla sopravvivenza e al ritorno alla vita da debellare a tutti i costi, beandosi, nel vessarlo, di trovare ragione nelle nuove leggi.

Le sfumature tra bianco e nero sono ormai pignolerie innecessarie che per essere individuate richiederebbero di riflettere, pensare criticamente, qualcosa che non ci si può -o vuole- permettere. O si è favorevoli alla norma, o si è contro. O si è per la libertà, o si è ignoranti, pericolosi, da rieducare, non importa come. Trattare una persona al pari di un animale incapace di comprendere il linguaggio umano è lecito, se lo si fa in nome della sopravvivenza. Lo scetticismo, i dubbi, non sono contemplati: se non si aderisce spontaneamente a quanto detto e non ci si conforma, bisogna essere costretti a farlo e “istruiti” da chi di dovere; se uno degli intellettuali più noti e influenti d’Italia, con sarcasmo pungente, ti dà del “sorcio”, la sola cosa che puoi fare è incassare, e devi farlo mostrandoti grato, ché la deumanizzazione in realtà non è che per il tuo bene. Se si leva timidamente una voce fuori dal coro che esprime perplessità sulla vaccinazione, sul rapporto rischi/benefici per alcuni soggetti o su una sua imposizione per legge, altre mille insorgeranno a silenziarla, a reprimerla con violenza. Poco importa se si è un soggetto allergico, impossibilitato alla vaccinazione per malattia o perché magari gli esami necessari per valutare i rischi richiedono di attendere mesi prima di una visita in ospedali pubblici. Nessuno più si fermerà a pensare a tali eventualità: ragionare costa tempo e fatica, due risorse in rapido esaurimento e che seppur rinnovabili impiegano tempo per ripristinarsi, ed è più conveniente continuare a massacrarsi, verbalmente e in alcuni casi anche fisicamente, accanendosi contro chi è più conveniente prendere di mira.

La guerra tra poveri, ciò in cui imperversa l’Italia-come l’intero Occidente- nell’ultimo periodo, rappresenta la forma di conflitto più nociva che possa esservi. Con gli occhi annebbiati dal polverone sollevato nel darci addosso l’un l’altro, infatti, siamo spesso ciechi nel riconoscere la vera causa delle nostre difficoltà, che solo tornando a ragionare criticamente e facendo fronte comune sarebbe eliminabile. E nello specifico caso dell’emergenza da Covid-19, a dileguarsi nella polvere sono maestre le istituzioni, che sempre tra la polvere, sotto un ormai strabordante zerbino, hanno nascosto anni di tagli e pessima gestione del settore che più di tutti è in ginocchio, quello sanitario, messo di fronte alla malattia quando era già stato mutilato più e più volte, per la giusta tutela del quale si sono succedute tutte le restrizioni che ben ricordiamo. Da oltre un anno, infatti, evitando accuratamente di accennare alle condizioni in cui la sanità versava da tempo, e ai responsabili della cosa, rimbomba nelle orecchie di tutti una retorica accusatoria nei confronti non dello Stato e del suo aver ridotto l’assistenza pubblica all’osso[iii], ma del cittadino, che viene fatto sentire responsabile di ogni errore, passato, presente e futuro, e di ogni peggioramento della situazione. Le testate più importanti, e soprattutto reti e giornali di Stato, fanno presto ad attribuirgli ogni colpa. Se la pandemia imperversa, non è a causa della mancata capacità di tutelare le fasce a rischio e di garantire cure adeguate; sono gli screanzati, gli imprudenti, coloro che osano mettere il naso fuori di casa per ritrovarsi dopo tempo che pare infinito a diffondere il malefico morbo. E ovviamente, nella testa di chiunque, risuona una convinzione: “Lo screanzato non sono certo io”. Chi è, allora? Naturalmente, come sempre, come avviene da secoli, il pericolo viene da fuori, dall’altro. E in un pericoloso circolo vizioso, che lo Stato si cura di alimentare a dovere, sarà sempre più spesso verso l’altro che indirizzeremo tutto il nostro odio, l’esasperazione e le poche energie che ci restano.


[i] https://www.in-psychology.it/perche-abbiamo-paura-del-diverso/

[ii] https://www.interno.gov.it/it/notizie/violenza-genere-report-primo-semestre-2020-0#:~:text=Un%20approfondimento%20riguarda%20i%20dati,incidenza%20si%20attesta%20al%2045%25

[iii] https://www.repubblica.it/salute/2020/03/05/news/coronavirus_lo_studio_in_10_anni_-37_miliardi_alla_sanita_italiana-250314358/

https://www.dati.salute.gov.it/dati/dettaglioDataset.jsp?menu=dati&idPag=18

Di: