Vaccinazioni obbligatorie e principio personalista


11 Ago , 2021|
| 2021 | Visioni

L’introduzione della certificazione verde ha sollevato, negli ultimi giorni, questioni di interesse non soltanto scientifico, ma anche giuridico e culturale.

Stupisce che, nonostante l’infelice polarizzazione del dibattito – che vede contrapporsi oppositori e sostenitori della costituzionalità del green pass (e financo dell’obbligo vaccinale) – entrambe le “fazioni” manifestino un livello di approssimazione che rasenta il riduzionismo.

Capisco, dunque, che il rigore del metodo e l’amor di verità siano concetti antitelevisivi, poco mediatici e certamente meno efficaci, ma se anche i luminari (tra gli altri, l’illustre Sabino Cassese) iniziano a parlare la lingua dei faciloni, c’è veramente poca speranza di rendere questo dibattito meno fideistico di quel che già è. D’altronde, il segno dei nostri tempi è dato da quella singolare parabola che va da Gramsci – “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza” – ad Emanuele Trevi – “l’essenza della democrazia è fidarsi di chi sa”[1]. Mala tempora currunt.

Veniamo dunque al merito, strettamente giuridico, della questione: esistono profili di incostituzionalità nel green pass? Quando è possibile introdurre un obbligo vaccinale?

Il primo dato significativo da cui partire è l’art. 16 Cost., che dispone:

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.

Tanto basta a sconfessare l’idea di quanti ritengono sempre illegittima una restrizione alle fondamentali libertà dell’individuo: la lungimiranza del legislatore è infatti manifestata da quella clausola generale (“motivi di sanità”) che giustifica una compressione, sia pur eccezionale, della libertà di circolazione.

D’altronde si tratta di un principio generale di logica giuridica: un diritto non è mai illimitato, ma deve necessariamente essere bilanciato con un altro confliggente, se entrambi sono meritevoli di tutela. Ancor prima dell’ordinamento giuridico, è il patto sociale a reggersi su questa impalcatura, sull’idea, cioè, che il cittadino rinunci ad una parte della sua libertà per consentire ad altri di esercitarla. Se così non fosse, non distingueremmo la democrazia dall’anarchia.

Un secondo referente normativo è dato dall’art. 32 Cost., che riporto integralmente:

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Come si nota, il secondo comma dell’art. 32 Cost. consente esplicitamente, attraverso una previsione negativa, che la legge imponga trattamenti vaccinali obbligatori. Ecco quindi la prima conclusione fondamentale: la Costituzione non vieta le vaccinazioni obbligatorie tout court, ma vieta quelle vaccinazioni obbligatorie che violino i principi di proporzionalità, ragionevolezza o “i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Il dato è storicamente confermato dal fatto che, già nel 2017 e non per la prima volta in Italia, una legge (l. 119/2017) ha introdotto l’obbligo vaccinale su dieci tipi di vaccino in età pediatrica.

Ora, il punto cruciale dell’analisi che propongo sta proprio nella doppia definizione della salute, considerata ad un tempo quale “diritto dell’individuo” e “interesse della collettività”. Non si tratta di concetti alternativi, ma che debbono presentarsi cumulativamente: è possibile comprimere la libertà dell’individuo di non vaccinarsi solo se il beneficio, in termini di salute, è tale sia per la collettività che per l’individuo in sé. Questa conclusione, assai trascurata nel dibattito mediatico, è di importanza fondamentale, e non è che una proiezione del principio personalista che permea l’intera impalcatura costituzionale.

Guai poi a confondere personalismo ed individualismo: non si tratta, sul piano culturale, di un’incondizionata rivendicazione della centralità dell’individuo, in spregio di ogni solidarietà sociale o attenzione collettiva. Non si tratta – riduzionisticamente – di promuovere l’autonomia dell’uomo, ma di tutelarne la dignità, come insegna una lunga dottrina che muove poeticamente dall’assioma kantiano: “agisci in modo da trattare l’umanità nella tua come nell’altrui persona sempre come fine e mai semplicemente come mezzo”.

Sul recepimento giurisprudenziale del principio personalista parla chiaro – seppur ad altro proposito – la sentenza n. 253/2003 della Corte Costituzionale, che si esprimeva in merito all’art. 222 c.p. dichiarandone l’illegittimità nella parte in cui non consentiva al giudice di adottare, in luogo del ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, una diversa misura di sicurezza, idonea ad assicurare adeguate cure dell’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale. Prima della suddetta pronuncia, l’autore del reato che fosse stato prosciolto per vizio totale di mente sarebbe stato automaticamente e necessariamente ricoverato presso un ospedale psichiatrico giudiziario (di fatto, un surrogato del carcere). Ancorché enunciato in una sede particolare, il principio personalista suggerisce qui una medesima questione: fino a che punto è possibile subordinare la dignità umana ad interessi collettivi di primaria attenzione, quali la sicurezza e l’incolumità pubblica?

La Corte risponde: le misure di sicurezza nei riguardi degli infermi di mente incapaci totali “in tanto si giustificano, in un ordinamento ispirato al principio personalista (art. 2 della Costituzione), in quanto rispondano contemporaneamente a entrambe queste finalità, collegate e non scindibili (…), di cura e tutela dell’infermo e di contenimento della sua pericolosità sociale. Un sistema che rispondesse ad una sola di queste finalità (ndr. quella di sicurezza collettiva), e non all’altra, non potrebbe ritenersi costituzionalmente ammissibile”.

Allo stesso modo si esprime la dottrina, secondo la quale “dal principio della dignità dell’uomo discende il divieto di ridurre l’uomo a semplice mezzo per il perseguimento di finalità politico-criminali”[2].

E ancora – tornando sul tema specificamente sanitario – la sentenza n. 118/1996 ribadisce l’orientamento della Corte Costituzionale, per cui il “rilievo dalla Costituzione attribuito alla salute in quanto interesse della collettività, se è normalmente idoneo da solo a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo (…), cioè a escludere la facoltà di sottrarsi alla misura obbligatoria… non lo è invece quando possano derivare conseguenze dannose per il diritto individuale alla salute. Nessuno può essere semplicemente chiamato a sacrificare la propria salute a quella degli altri, fossero pure tutti gli altri[3].

Parole preziose e lapidarie, queste della Corte Costituzionale, che quasi nessun giurista ha saputo (o voluto) richiamare.

Atteso, pertanto, il carattere dualistico – diritto individuale ed interesse della collettività – del concetto di salute ex art. 32 Cost., il trattamento sanitario obbligatorio può essere disposto soltanto qualora non soltanto la salute collettiva ne tragga un beneficio, ma anche la salute dell’individuo stesso.
Si impone, in altri termini, che la tanto magnificata analisi costi-benefici sia parametrata non soltanto alla collettività, ma alla persona stessa soggetta al trattamento. E dal momento che, per una certa fascia di età (che comprende adolescenti e giovanissimi) l’analisi costi-benefici è tutt’altro che certa, bisognerebbe quantomeno astenersi dal propagandare a cuor leggero la liceità di una vaccinazione obbligatoria indiscriminata. Se poi si aggiunge il fatto che non sono attualmente conosciuti effetti a lungo termine della vaccinazione, a maggior ragione si comprende l’urgenza di una più attenta problematizzazione della questione. Vale la pena ricordare, d’altra parte, che la possibilità di sottrarsi alla vaccinazione obbligatoria attraverso l’esecuzione di un tampone è già sufficiente a salvare il green pass – così com’è stato congegnato – da censure di incostituzionalità.

Questo il quadro della situazione; e cionondimeno, il Presidente del Consiglio dei Ministri può permettersi di dichiarare, a reti unificate, che “l’invito a non vaccinarsi è un invito a morire”. No, caro Mario: l’invito a morire è l’invito ad accettare acriticamente lo status quo. Vive chi ascolta le ansie altrui senza denigrarle, vive chi cerca affannosamente una verità oltre le parti, vive chi pensa un altrimenti. Gli altri sono già morti da un pezzo.


[1] https://www.corriere.it/cronache/21_luglio_16/no-vax-covid-vaccino-scienza-a3223a92-e59a-11eb-b02e-abf05f14a13d.shtml

[2] Marinucci, Dolcini, Gatta, “Manuale di Diritto Penale”.

[3] https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=1996&numero=118

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