Green pass e datapolitica


13 Ago , 2021|
| 2021 | Visioni

1.

Con il decreto-legge n. 105 approvato il 23 luglio 2021, il governo italiano ha sancito, sulla scia di quello francese, l’obbligo per coloro che si sottopongono a vaccinazione anti-covid di esibire un lasciapassare (“certificazione verde” o “green pass”) che consenta di accedere a una serie di servizi (ristoranti, musei, centri culturali e sportivi, congressi, concerti, etc.). Il governo ha successivamente esteso l’obbligo, in data 6 agosto (DL 111), ad alcune attività lavorative, mezzi di trasporto e scuole. Tutto lascia pensare che la sfera di applicazione della norma possa essere estesa in ogni momento attraverso nuovi decreti.

Tralasciando la provvisorietà degli effetti prodotti dal “decreto-legge” – la cui forma reiterata s’iscrive in un regime di deroga all’ordinamento normale e progressiva erosione delle procedure legislative –, l’ambiguità del dispositivo è tutta racchiusa nella scelta di non ricorrere all’obbligo del trattamento sanitario, bensì a quello di un passaporto interno che lo imponga di fatto in forma indiretta.

Sul portale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Giorgio Agamben e Massimo Cacciari hanno firmato, in data 26 luglio, un monito contro la natura discriminatoria del dispositivo e le sue implicazioni sociali e politiche (immediate come possibili):

La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosiddetto green pass, con inconsapevole leggerezza. […] Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire.

L’articolo ha avuto un’enorme risonanza e alimentato numerose reazioni. È facile distinguere le critiche in due generi di ragionamento: coloro che sostengono l’inesistenza di una vera e propria “discriminazione”, e coloro che negano i rischi di una deriva autoritaria delle istituzioni e di una stretta sul controllo e la sorveglianza dei cittadini.

Sia sufficiente per i primi ricordare che la discriminazione non concerne – nel suo concetto tanto giuridico quanto morale – solamente dati indisponibili o involontari (il colore della pelle, il luogo di nascita, la condizione sociale), ma essa si applica altresì (e a maggior ragione se accompagnata da forza di legge) alle convinzioni e alle scelte personali, tutelate anch’esse dalla nostra Costituzione (si pensi, ad esempio, alla libertà di culto). Se poi è lo stesso Consiglio d’Europa, riferendosi agli artt. 8 e 9 della Corte europea dei diritti dell’uomo, a mettere in guardia da ogni possibile discriminazione per coloro che non hanno potuto vaccinarsi (risoluzione 2361/2021), non si comprende proprio come sia possibile negare la discriminazione in oggetto.

E tuttavia, se volessimo concedere, come è stato obiettato, che la vera e ultima forma di discriminazione resterebbe a tutti gli effetti quella di natura materiale ed economica, basterà allora riflettere sui costi di un tampone dalla limitata validità di 48 ore per chi volesse ottenere il pass senza aver effettuato la vaccinazione – nonché al divieto di recarsi in una mensa pubblica o in un dormitorio per i senza tetto che, non avendo residenza, non possono neanche chiedere di essere vaccinati, e, di conseguenza, ricevere il pass (Circolare D337/2021 della Provincia di Trento).

Accanto a coloro che negano la natura discriminatoria del dispositivo, vi è chi tende con estrema leggerezza a minimizzarne l’entità, paragonando l’obbligo introdotto dalla certificazione a quello prescritto dalla patente o al divieto di fumo nei locali pubblici. Essi dimostrano in tal modo di cadere in una della più logore contraddizioni del discorso: il transito de genere ad genus. Se infatti l’esclusione sancita dalla patente e altri simili divieti ha una sfera di applicabilità che si limita a contesti e situazioni specifiche, tale da concludere il proprio effetto nello stesso contesto di applicazione, il green pass, invece, è causa di un’esclusione potenzialmente illimitata, tale da coinvolgere l’alienazione di alcuni diritti fondamentali della persona, e, dunque, capace negli effetti non solo di stravolgere il volto dell’intera società, ma di aprire una vertiginosa crepa nel cuore dello stesso Stato di diritto.

Si colloca sulla scia di quest’ultimo assunto il falso inquadramento del rapporto fra green pass e documento d’identità, ove il primo viene considerato come una mera specie del secondo. Un effetto immediato del green pass non è infatti quello di replicare il dispositivo d’identità, ma tutt’al più di sostituirsi pericolosamente ad esso, creando una confusione fra stato di salute e identità del cittadino, condizione fisica e cittadinanza politica. (La stessa introduzione dei concorsi pubblici tra le attività soggette a certificazione [DL 105, art. 9-bis, a] mostra la realtà di questa sovrapposizione).

È questo il nucleo essenziale in questione nella pandemia: il rischio che, esaurita ogni tensione genuinamente politica verso la giustizia e la felicità, non solo il principio di salute possa divenire esso stesso il fine ultimo dell’agire politico, ma detta “salute” venga interpretata in chiave tanatopolitica come mera sopravvivenza biologica. Chi o che cosa definisce, infatti, che cos’è “salute”? Fino a che punto siamo disposti, in nome della salute, a dimenticare il principio di eguaglianza? Che cosa accadrebbe se s’iniziasse a legiferare sulle condotte e gli stili di vita considerati “malsani”? Può definirsi davvero in salute una comunità fondata sulla delazione e la vigilanza reciproca?

2.

Sostenere politicamente l’idea (di chiara ascendenza teologica) di un Corpo immune, miracolosamente graziato” della possibilità di contagio, cui sarebbe garantito l’accesso al regno della vita sociale, non solo non ha nulla a che fare con la realtà medico-scientifica dei vaccini (ad oggi non sterilizzanti), ma cambia da cima a fondo la stessa concettualità politica moderna. Sovrapporre la sfera dell’immunità biologica a quella dei diritti politici ha come effetto immediato la creazione di una categoria di uomini e donne che Emmanuel Hirsch ha non a caso definito «apolidi sanitari»:

Che ne sarà dei diritti delle persone considerate come i nuovi apolidi della comunità sanitaria internazionale? Il ricorso a queste discriminazioni securitarie può essere interpretato non come una concessione misurata a un vincolo necessario, ma come una rinuncia che ne determinerà molte altre.

D’un tratto, il referente politico del sovrano non è più il cittadino, ma colui che si sottopone a determinati trattamenti sanitari. Il cambio di paradigma è evidente ed investe la natura stessa dello Stato: in men che non si dica, sovrano è divenuto, come causticamente osservato, colui che decide dell’eccezione medicale.

Tanto più limitato, dunque, l’accesso a diritti essenziali come il lavoro e le cure, tanto più stretta la confusione tra “cittadino” e “possessore di certificazione verde”.

Occorre in tal senso obiettare a quanti, richiamandosi alla figura dell’extracomunitario, osservano la sproporzione fra l’esclusione dei cittadini non possessori di pass e quella di coloro che non godono affatto della cittadinanza, che non solo il pass, limitando o escludendo la possibilità stessa di lavorare, ha il potere di creare qualcosa come un “cittadino a tempo” o un “cittadino non-cittadino”, ma che la stessa logica esclusiva della cittadinanza, di cui si denunciano le criticità, viene qui replicata e riprodotta all’interno dello Stato: un dispositivo di sicurezza pubblica, che si vuole legato alla garanzia del diritto alla salute, può paradossalmente finire per impedire lo stesso accesso alle cure.

La confusione così creata tra cittadino e possessore di green pass si rende peraltro evidente nel circolo vizioso che si produce all’atto stesso del controllo: a rigore, gli agenti deputati alla verifica del green pass (datore di lavoro, titolari di locali, dirigenti scolastici… la schiera di lavoratori che dovranno, oltre la loro normale attività, attuare il controllo) non sono tenuti a richiedere l’esibizione di un documento d’identità, la cui verifica spetta solamente a un ufficiale pubblico (così, peraltro, il Ministro dell’interno in data 9 agosto). E tuttavia, vengono investiti di tale possibilità a titolo «discrezionale» (Circolare del Ministero 15350/117/2/1 del 10 agosto).

Che lo Stato, cioè, non vincoli né disciplini il controllo, ma lo renda discrezionale, cioè libero nella scelta, rende ancora più forte, poiché indefinita, la confusione tra stato di salute e stato civile, attività lavorativa e attività di controllo. Come ogni cittadino è, al cospetto di un esercente, un potenziale eversore, così ogni esercente è, al cospetto del cittadino, un potenziale agente di polizia.

Le due fasi del controllo, oltre a creare una zona grigia che consentirà, da un lato, la nascita di una resistenza, dall’altro, il proliferarsi dell’arbitrio, non esauriscono il loro effetto nell’atto, ma hanno, ancora una volta, la capacità di mutare alla radice la forma delle nostre società.

Si lega a tale mutamento la critica di coloro che tacciano Agamben e Cacciari di presentare una lettura viziata dei dati sul tasso di contagio e mortalità dei vaccinati: «in Inghilterra – si legge – su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto». Se è vero che i dati, come è stato osservato, non devono essere considerati nel loro valore assoluto, ma posti in relazione con la quantità totale dei vaccinati, è purtuttavia evidente che la nota non intende produrre una statistica, ma semplicemente riferire della possibilità – da molta opinione pubblica, occorre dirlo, glissata – che i vaccinati possano essi stessi, ad oggi, ammalarsi e contagiare.

Se tuttavia, al di là delle necessarie accortezze, qualche perplessità concerne l’uso dei dati, essa è piuttosto legata all’essenza stessa del dato, alla sua intrinseca problematicità. Volendo andare un po’ più in là, si può dire che, rovesciando insieme uso e abuso del dato, retorica e statistica, è la stessa produzione del dato a costituire il problema

3.

In un celebre articolo del 1990, Gilles Deleuze distingue le società di disciplina, nate tra XVIII e XIX secolo e fondate sulla reclusione di alcuni individui (prigione, fabbrica, ospedale, scuola), dalle nuove società di controllo, fondate sulla raccolta e la gestione dei dati. Il “dato” è l’elemento cardine di questo tipo di società che non si occupa più di pianificare, limitare ed escludere la vita di alcuni individui, bensì di influenzare, monitorare e tracciare i loro incontri e le loro attività.

Il mistero che copriva i servizi di intelligence degli stati totalitari del XX secolo è stato spezzato, profanato e socializzato attraverso dispositivi tecnologici e informatici: è divenuto impossibile, oggi, rinunciare a un’identità virtuale (cioè una fonte di dati) senza al contempo rinunciare a un’attività lavorativa.

Ma che cosa significa realmente un dato? Il dato (datum, oggetto di dono) è una forma nuda del sapere, che si presenta, cioè, come qualcosa di rivelato, di per sé irrefutabile, che non può essere ignorato, ma che al contempo, come ogni rivelazione, contiene un’informazione cifrata, oggetto di interpretazione.

È bene tenere a mente i due livelli che determinano la ricezione del dato: in quanto “dato”, la sua stessa presenza e, insieme, ciò di cui segnala la presenza sono qualcosa di incontrovertibile e distinto da ogni possibile interpretazione o elaborazione di conoscenza. Il dato dei decessi in un anno per una determinata malattia in un determinato territorio può ad esempio essere più o meno alto in relazione al dato dell’anno precedente, e un’attenta lettura rende possibile interpretarne le cause – ciò tuttavia non toglie nulla all’immediatezza della presenza del decesso in quanto “dato”, donato all’essere. Husserl chiama, non a caso, la datità «manifestazione di presenza». In questo senso, si può dire che il dato secolarizza in termini scientifici il mistero della parusia alla fine dei tempi: il fenomeno di cui cifra la realtà elude la conoscenza, e tuttavia si rende manifesto a tutti.

Non si comprende la generica accettabilità delle misure adottate per contenere il contagio se non si riflette sull’entità metafisica del dato.

È sul modo in cui il fenomeno si manifesta a mezzo del dato che Martin Heidegger ha insistito in un suo celebre corso sulla fenomenologia husserliana. Il filosofo distingue tra le scienze (una qualunque forma di scienza, della natura come del linguaggio) e la vita medesima. Per le scienze il dato è una prima forma di oggettivazione dell’esperienza: dire che qualcosa è “data” significa attendere che qualcuno la rappresenti, le conferisca un senso, ne sveli la conoscenza. La vita stessa, invece, non può mai essere “data” in quanto qualcosa, ma essa deve sempre, tutt’al più, “darsi” in quanto se stessa:

Come vivo il mondo circostante? Questo [mondo] mi è “dato” (gegeben)? No, perché un mondo che sia dato è già teoreticamente tastato; esso è stato – da me stesso, dall’io storico – già rimosso; il fatto che sia mondo non costituisce più qualcosa di prioritario. “Dato” (Gegeben) è già una flebile – sebbene inappariscente, tuttavia vera e propria – riflessione teoretica sulla cosa. La “datità” (Gegebenheit) è, cioè, ad ogni modo già una forma teoretica.

Heidegger potrà in tal senso dire che la vita è qualcosa di «pre-dato»(Vor-gegebenes), che anticipa o esclude la possibilità di fornire una datità oggetto di conoscenza. Essa è come una corrente inarrestabile e volerla descrivere o normare a partire da “dati” significa forzatamente fissarne una forma dall’esterno. Sono le opere della coscienza, del giudizio e della storia a fare della vita un dato, non la vita medesima.

I politologi americani hanno chiamato datapolitics quella forma di politica fondata sulla gestione dei dati. Per essa, l’agire politico non si fonda più sul mero esercizio del potere da parte di un gruppo, ma si presenta e legittima come l’esito di una raccolta e una elaborazione di dati. Questi non sono più ricavati, o almeno non esclusivamente, da enti preposti, ma è lo stesso cittadino ad esporli e trasmetterli in automatico. Non concernono più, come nelle prime società di controllo, i tassi demografici o le frequentazioni, ma ora informano dei gusti, dei desideri e delle stesse “tendenze”.

Appare evidente, in questa prospettiva, che il tracciamento dei contatti impiegato nella gestione della pandemia non è una soluzione temporanea, ma rappresenta la realtà del nostro recente passato e del nostro prossimo futuro. Allo stesso modo, il cosiddetto “distanziamento sociale” non è (solo) il necessario ossimoro da pagare per contenere il contagio, ma, da oramai almeno un decennio, la cifra stessa delle nostre relazioni.

Vi è una differenza essenziale fra la forma delle relazioni, proprie degli individui, e quella delle connessioni, proprie dei dati. L’uomo contemporaneo non accede alle relazioni se non nella misura in cui queste si danno come elementi di connessione tra dati da lui stesso inconsapevolmente prodotti. La natura eventuale e spontanea del contatto fra individui (la contingentia) viene essa stessa monitorata, riprodotta e influenzata: entrare in contatto significa non più esporsi a qualcosa di ignoto, contingere, lasciar correre la vita – bensì porre in connessione elementi simili/dissimili a partire da un’elaborazione di dati. È in questo senso che alle “occasioni” si sostituiscono le “congiunture” e alle “singolarità” subentrano le “caratteristiche”: vi è un tratto eminentemente comico nella riproducibilità degli eventi propria delle società di controllo.

Al cospetto dei mezzi tecnologici impiegati nelle nostre società non è peregrino pensare che una chiave d’accesso o una forma-password (com’è in ultima istanza il “green pass”) possa facilmente adattarsi al tenore delle nostre vite, in presenza come in assenza di pandemia.

Il pericolo, allora, – di qui, crediamo, il monito di Agamben e Cacciari – è precisamente questo: la possibilità che, una volta cessata l’emergenza, i diritti sociali siano essi stessi ottenuti dietro affidamento di una password. Che l’accesso alle cure dipenda dalla negoziazione di un codice QR. Che la stessa cittadinanza si trasformi in un privilegio concesso e revocato dall’autorità in base alle necessità del momento (oggi pandemiche, domani climatiche energetiche chi sa…). Il diritto troverebbe qui forse il suo ultimo svelamento.

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