Pantano Afghano. Occupazione militare, falsa democrazia, ricostruzione farlocca: perché i Talebani sono tornati


19 Ago , 2021|
| 2021 | Visioni

Nella calda estate del 2021 l’Afghanistan è emerso dall’oblio in cui era stato relegato. Rendendo chiaro ciò che esperti, insider e specialisti già sapevano, ma che il grande pubblico ignorava: la guerra degli USA è perduta, e sono i talebani a vincere. Se le previsioni degli strateghi davano solo sei mesi al governo, in realtà Kabul è caduta in pochi giorni.

Sull’Afghanistan è stata costruita una narrativa con ruoli ben chiari. I talebani, oppressivi, reazionari ed inumani sono stati ben inseriti nel ruolo dei “cattivi”. Mentre le forze della coalizione sarebbero i “buoni”. Il tema che è stato usato per blindare questo clivage è quello delle donne, oppresse nei loro diritti fondamentali; le forze occidentali avrebbero invece operato per difendere e garantire tali diritti.

Tale narrativa è falsa e mistificante. Se nella parte riguardante i talebani è accettabile, l’altra invece no. L’informazione in generale si è piegata a tale miserevole propaganda filo-USA ed accettando di sbianchettare la realtà in alcune parti fondamentali lascia fuori dal quadro elementi preziosi per capire perché le cose sono andate così male. Cerchiamo di recuperarne alcune.

Cambio di obiettivi

L’invasione del paese avviene ad ottobre 2001, a neanche un mese dagli attentati dell’11/09, nominalmente col proposito di perseguire i terroristi nel quadro dell’operazione Enduring Freedom. Si trattava della famosa “Guerra al Terrorismo” di Bush, una politica che all’epoca suscitò tanta perplessità nei suoi obiettivi (non solo la nozione di “terrorista” è abbastanza elastica, ma sicuramente non sono una entità cui si possa dichiarare guerra) quanto costernazione per i riflessi messianici tinti di apocalittica espressi dal “Comandante in Capo”, il molto religioso Presidente.

In due mesi il paese fu facilmente conquistato, non catturando nessuno dei capi terroristi di Al-Qaeda (la sinistra rete di islamisti radicali che veniva stimata responsabile degli attacchi). A quel punto iniziò una occupazione militare duratura, e cambiò la missione in itinere: non più catturare i terroristi, ma garantire i diritti degli afghani e costruire una democrazia. Dall’operazione di polizia al nation-building.

Vittoria impossibile

A dicembre 2019 sono stati divulgati diversi documenti interni, ottenuti dal Washington Post dallo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), un ente creato nel 2008 per gestire la ricostruzione afghana. In essi si legge che molti comandanti militari ai massimi livelli in servizio stimavano impossibile una vittoria, ma ciò era stato nascosto dietro la propaganda. Per esempio un colonnello che ha servito come consigliere per la controinsorgenza fra 2013-14 spiega che “i dati venivano manipolati per costruire il miglior quadro possibile. I rapporti, per esempio, erano totalmente inaffidabili ma ritoccati con tutto ciò che facesse apparire in bella luce quel che facevamo, così che siamo diventati un cono gelato che si lecca da sé”.

Era un segreto di Pulcinella. Già nel 2008 un rapporto dell’influente pensatoio strategico ICOS indicava l’avanzata talebana, con la zona con colore più acceso (con più forte presenza taliban): dal 54% del territorio al 72% in un solo anno.

Pantano Afghano. Occupazione militare, falsa democrazia, ricostruzione farlocca: perché i Talebani sono tornati
Pantano Afghano. Occupazione militare, falsa democrazia, ricostruzione farlocca: perché i Talebani sono tornati

L’età di Bush si concludeva con uno sfacelo. Nel 2003 era stato invaso pure l’Iraq e la macchina bellica USA mostrava i suoi limiti dovendosi occupare di due teatri di guerra. Per mantenere salda la situazione il nuovo Comandante in campo, il generale Stan McChrystal avrebbe chiesto al nuovo presidente, Obama, altre truppe – arrivarono altri 30mila militari. Ma il disastro non era solo militare: la ricostruzione del paese non stava avvenendo.

Ricostruzione magna-magna

Dopo l’invasione di fine 2001, gli USA rimasero con le truppe nel paese, e avrebbero promosso la ricostruzione dell’Afghanistan. Nonostante l’uscita ad alto tasso di ridicolo del presidente Biden, l’idea era proprio quella di creare una democrazia, una nazione ed uno Stato. In questo quadro vennero organizzate delle elezioni nel 2004, 2009 e 2014.

La ricostruzione sarebbe stata attuata dai cosiddetti Provincial Reconstruction Team, centri amministrativi sul territorio con funzioni civili e militari, per occuparsi di sicurezza, ricostruzione e dialogo con le comunità locali. Ma il comando era in mano ai militari, quindi essi divennero un’appendice delle strategia di guerra, con la componente “umanitaria” nettamente subordinata o, al massimo, tollerata.

Ma chi decideva tale strategia? Non certo il governo fantoccio di quella specie di zimbello che era Karzai: un espatriato afghano con esperienza diplomatica vicino ad una importante azienda petrolifera USA, che fra il 2002-13 avrebbe ricevuto milioni di fondi neri della CIA (e con un fratello conosciuto come importante trafficante di droga). Al di là delle varie sigle escogitate per dare una patina di legalità e credibilità alla gestione (ISAF, missione ONU comandata dalla NATO) erano  i soli USA a decidere tutto, nella persona di un generale statunitense nominato dal Presidente.

Al di sotto di tale cornice si affollava una selva di progetti e progettini per costruire infrastrutture, scuole strade, pozzi, ecc. Il paese, in guerra dalla fine degli anni Settanta aveva un degrado delle proprie infrastrutture pari solo ai più disastrati stati-falliti al mondo. La loro costruzione avrebbe garantito il consenso.

Ma non è andata così. Secondo il citato rapporto del SIGAR circa il 40% dei fondi destinati ai progetti era stato intascato da funzionari corrotti, criminali, signori della guerra ed insorti. Ma il resto?

Un report del 2006 della giornalista Fariba Nabua già documenta come strutture appena costruite cadessero a pezzi o fossero mal congeniate per tale contesto.

Fa parte dell’ABC della cooperazione allo sviluppo che le opere da realizzare non siano calate dall’alto: la gente che vive sul posto, le comunità locali sanno ciò che serve loro e conoscono i dettagli della località, un tipo di expertise difficilmente rimpiazzato dallo studio di chi non ha mai messo piede nel paese. Gli Usa ce l’hanno messa tutta ad infrangere tale principio nel modo più esorbitante possibile. In una intervista del 2019 Sarah Peck, avvocato e ex-diplomatico attiva a Kabul fra il 2009-10 nell’ambito dell’ufficio anticorruzione racconta a proposito dei fondi stanziati e delle modalità di spesa che i processi burocratici calati dall’alto spingevano a scelte assurde. Per esempio si doveva comprare libri e simili – presumibilmente per uso scolastico; e per terminare il budget erano stati scelti libri di arte con molte immagini perché erano costosi e così riusciva a spenderlo tutto! Racconta inoltre che avendo rilevato il fatto che il denaro stanziato per la ricostruzione stava foraggiando la corruzione, è stata ammonita che se avesse reso pubblico tutto ciò sarebbe stata rimandata a casa.

La Guerra al Terrore di Bush è stata una succosa occasione di business. I progetti di ricostruzione, infatti, sono stati irrorati della più radicale ed ostinata ideologia liberista: il privato le cose le fa meglio; il compito dello Stato è solo quello di staccare assegni alle imprese che vincono gli appalti, e far fare a loro. È così che un’orgia di contratti pubblici è stata accaparrata in fretta e furia da importanti aziende con ottimi contatti a Washington. Il verminaio di lobbisti, affaristi e costruttori, carichi di una ignoranza a tratti atroce del posto in cui dovevano operare, doveva proporre ed eseguire i progetti – sovente con una selva di subappalti. Le comunità locali, fra il governo di Kabul – bacato e corrotto come pochi altri al mondo – l’autorità militare USA e i rivoltosi talebani ancora assai pericolosi in tantissimi territori, non hanno avuto molta voce in capitolo.

Per inciso, sebbene in Iraq il processo abbia raggiunto nuove vette, il sistema dell’appalto per funzioni militari è stato lanciato in Afghanistan. Accanto ai militari sono comparsi contractors privati per le più svariate funzioni. Un episodio inglorioso nella marcia del neoliberismo negli USA: dopo aver privatizzato tutto il possibile si cede alle aziende i compiti delle Forze Armate, una politica dissennata che sfidando il concetto stesso di Stato ha indotto inefficienza, minor sicurezza, maggiori costi  – che in Iraq avrebbero indotto forme di cleptocrazia quasi inaudite.

La assenza di una vera ricostruzione ha lasciato la popolazione civile disillusa e scettica sui suoi “liberatori”.

A tal proposito si deve aggiungere che i talebani uccidono molti civili nel corso delle loro azioni – in particolare con gli attentati suicidi. Ma non sono i soli: le forze governative e gli USA ne uccidono pure loro. Human Rights Watch ha documentato che fra il 1 gennaio – 30 settembre 2019 in conseguenza della intensificazione dei bombardamenti aerei i militari USA e le forze governative hanno ucciso più civili dei talebani.

Nel film War Machine il generale a capo dell’ISAF (che nella realtà era McChrystal) spiega le conseguenze:

  • GEN: Se noi abbiamo 10 rivoltosi e ne uccidiamo 2, ce ne rimangono 8 giusto?
  • (dal pubblico): sì, giusto.
  • GEN: no, sbagliato! 10 meno 2 fa 20. Perché? Per il fatto che per ogni morto ci saranno una mezza dozzina che non si erano uniti ai rivoltosi: non fa per loro, non sono motivati. Ma adesso gli hai ucciso un padre, un parente, un fratello, e ora sono motivati per unirsi alla rivolta. In questa guerra 10 meno 2 fa 20.

E non è nemmeno la parte peggiore.

Trafficanti, criminali, signori della guerra al potere

Per controllare il territorio gli USA nel 2001 dovettero servirsi della Alleanza del Nord, i cui capi si sarebbero riciclati in uomini di potere nel nuovo Afghanistan “liberato”. Si trattava di una manica di tagliagole della peggior specie, poco distinguibile dai talebani per spietatezza e vedute religiose fondamentaliste. Si riporta che uno di essi, il generale Dostum facesse legare dei prigionieri ai cingoli di un carro armato (ovviamente non di lato); accusato di omicidio, stupro e di aver sodomizzato per 5 giorni (!) un avversario politico, era stato nominato a fine 2020 alla più alta carica militare del paese. Ma è un pezzo grosso che controlla un pacchetto rilevante di voti. Nel Parlamento 34 membri facevano riferimento al partito di Gulbuddin Hekmatyar, noto terrorista e fondamentalista attivo nella rivolta con attentati contro civili – finché nel 2016 il governo lo ha perdonato in cambio della cessazione delle ostilità. O un noto trafficante di droga, Izzatullah Wasifi , piazzato a capo del dipartimento contro la corruzione!

Tali esempi sono solo la punta dell’iceberg, e la parte sommersa è la vera essenza del problema. Il punto è che l’occupazione USA ha dovuto giocoforza appoggiarsi sulle medesime forze dei signori della guerra, fondamentalisti e criminali la cui efferatezza non si distingue molto dai taliban. In tal modo il tribalismo e il potere dei capi più influenti non solo non è stato scalfito, ma ha trovato modi per consolidarsi e trovare risorse finanziarie: le cariche di Stato e i finanziamenti occidentali.

È solo il più clamoroso episodio di tale dinamica l’inchiesta di una Commissione del Congresso di giugno 2010 che ha mostrato come l’esercito USA abbia pagato i talebani (e signori della guerra meno schierati) per non farsi attaccare e spostare i propri convogli in sicurezza da un’area all’altra. Anche in tal caso l’outsourcing (esternalizzazione) dei servizi è stato l’elemento chiave: gli appaltatori hanno distribuito mazzette ai capi locali per non avere guai, persino ai talebani stessi – in tal modo nutrendo la stessa insurrezione che il Pentagono era dedicato a sradicare.

Senza distruggere tale base di leadership personali e tribali basate sulla violenza l’esercizio della democrazia è ridotto ad una farsa. Soprattutto nelle zone rurali che non fossero già sotto i talebani i signori della guerra regnavano come piccoli re senza temere troppo dal governo centrale, e l’opzione elettorale corrispondeva alle indicazioni di ciascun leader al suo gruppo. La disperazione espressa da molti riguardo il possibile precipitare delle condizioni delle donne col ritorno dei talebani a Kabul a metà agosto 2021 dovrebbe tenere conto che nella quasi totalità delle zone rurali le cose non sono cambiate poi molto negli ultimi 20 anni; e nella stessa sfera di influenza del governo la pervasiva presenza di fondamentalisti all’interno dell’amministrazione ha portato a scarsi progressi. Per esempio nel 2012 il presidente Karzai ha presentato un “codice di condotta” per le donne che prevedeva che le donne non dovrebbero spostarsi senza un accompagnatore maschio e non dovrebbero intrattenersi con uomini estranei in luoghi quali scuole, mercati e uffici. Picchiare una donna è proibito solo in assenza di un fondamento valido nella sharia [legge islamica], in riferimento ai principi del diritto islamico. Chi ha scritto il testo è un gruppo di giureconsulti islamici. Ai giornalisti Karzai disse che il codice era stato approvato da un gruppo di donne nel quadro di una consultazione. Nessuno ha mai saputo chi fossero.

Il narcotraffico e l’economia del paese

Wasafi era un importante trafficante, detenuto per 4 anni negli USA. L’estensione della pervasiva influenza del traffico di oppio è difficile da sottostimare. Curiosamente, come mostra questa immagine, l’unico anno in cui la coltivazione crollò fu sotto i talebani – sotto la pressione dell’ONU. Poi riprese in grande stile.

Pantano Afghano. Occupazione militare, falsa democrazia, ricostruzione farlocca: perché i Talebani sono tornati

L’enorme entità del narcotraffico è il fattore decisivo della corruzione delle istituzioni del paese ed ha nutrito buona parte della rivolta taliban. In un rapporto riservato della NATO si conferma che l’abile figlio del mullah Omar – il mullah Yaqoob – dal 2015 ha razionalizzato le fonti di entrate, consistenti soprattutto di vendita di materie prime estratte dalle miniere e dal narcotraffico. Bisogna ricordare che il 90% dell’eroina a livello mondiale dipende dall’Afghanistan – in particolare dall’Helmand, roccaforte talebana da sempre. Il paese, con strutture produttive disastrate, ha dovuto contare su tale raccolto, e si calcola che il 6-11% del pil sia legato al narcotraffico. Il livello di corruzione generato da tale grandezza è elevatissimo.

Putrefazione

In questo contesto, con un governo centrale screditato e corrotto, senza appoggio popolare, gli Usa sono riusciti con sforzo a controllare la situazione solo facendo arrivare nuove truppe, mentre la strategia di “vincere cuori e menti” degli afghani faceva la fine della carriera del gen. McChrystal che l’aveva promossa: dritta nella pattumiera.

Il vertice del numero delle truppe lo si è raggiunto sotto Obama, arrivando a 110mila soldati. Negli anni successivi è stato ridotto a soli 8mila:

Pantano Afghano. Occupazione militare, falsa democrazia, ricostruzione farlocca: perché i Talebani sono tornati

Il fallimento nel creare un consenso al governo afghano ha fatto sì che solo con le armi si potesse tenere il paese; a mano a mano che le truppe partivano gli attacchi dei talebani si intensificarono – a partire dal 2015-16. Alla fine l’amministrazione Trump iniziò dei colloqui con gli odiati nemici, accettando di partire in cambio di vaghe promesse. Biden ha semplicemente spostato la data del ritiro da maggio ad agosto 2021. Il resto appartiene alla cronaca.

Lezioni da apprendere

Il dibattito sull’esito di questi venti anni di infamie e lutti continuerà. Se non altro per interrogarsi sul fiasco che è costato 241mila morti – non contando i deceduti per le conseguenze indirette quali mancanza di cibo, acqua, ecc – e la bellezza di 2261 miliardi di dollari. Ma solo per il comparto militare: la (fallimentare) ricostruzione ha visto lo stanziamento di 144,9 miliardi. Una infinità, visti i risultato, e una miseria rispetto al costo strettamente militare. Si argomenterà in merito all’indebolimento dell’Occidente e sulla universalità dei diritti umani. In chiusura preferiamo accennare a due punti un po’ meno discussi.

Il senso di una nazione. Al contrario di quanto ha sostenuto Biden, la “costruzione di una nazione” è stato un obiettivo chiave della missione USA per anni. Ma “La costruzione di una nazione è un processo lento, interno, evolutivo, attraverso il quale matura l’identità politica di una popolazione nei confini di un territorio per secoli […] fino a giungere ad un diffuso sentimento nazionale. Il Nation-building e la importazione di democrazia sulla punta di baionette straniere è impossibile“.

Così scrive M. C.  Mason, professore di National  Security  Affairs  presso lo Strategic Studies  Institute dell’Esercito USA, ha lavorato per il  Center for Advanced Operational Culture and Language del Corpo dei Marine e nel Provincial  Reconstruction  Team  in  Paktika  (Afghanistan) per 5 anni. Non proprio l’alter-ego di Gino Strada. E lo pubblica l’United States Army War College.

Il senso della democrazia. Non riducibile al mero processo elettorale, ma fondata su una sovranità reale – non per incoronare un governante succube di una occupazione militare sostenuta da uno stuolo di sciacalli corrotti e criminali – e sulla autodeterminazione riconosciuta dall’ONU. Non evanescente velo di legittimazione di dinamiche economiche funzionali ad una oligarchia in combutta con potentati esteri, ma direzione politica di uno sviluppo incentrato sugli interessi della popolazione.

Lo schemino comicamente superficiale – degno di un film di Star Wars – della polarizzazione fra valori (occidentalismo, diritti vs. tribalismo, autoritarismo) come cornice interpretativa che va adesso per la maggiore mostra non solo di tagliare fuori pezzi importanti di realtà, ma la misura in cui senso della nazione e della democrazia si sono immiseriti e ridotti a mero marketing; nel nostro stesso processo politico di democrazie occidentali, non riguardo altri popoli. Qui torna alla ribalta la geniale conclusione del gerarca Barbaglio di Corrado Guzzanti, per cui “il problema è aritmetico: se  esportiamo tutta la democrazia, a noi quanta ce ne può restare?”

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