Note storiche sulla moderna ideologia sanitaria


2 Set , 2021|
| 2021 | Visioni

Sistema Compiuto di Polizia Medica

Parlare di “polizia medica” di questi tempi può sembrare un’estremizzazione “complottista”, ma questo termine altro non è che la traduzione italiana di un’opera di Johann Peter Frank: la prima monumentale opera (tradotta in 19 volumi) di igiene pubblica e medicina preventiva in senso moderno, pubblicata per la prima volta in tedesco tra il 1779 e il 1819.

In Johan Peter Frank -medico e intellettuale renano, poi al servizio degli Asburgo- si consolida e trova forma compiuta, quel modello di “polizia medica” (Medizinische Polizei), ovvero l’applicazione all’igiene e alla salute della più generale Polizeiwissenschaft, la nuova scienza dell’amministrazione elaborata dal cameralismo tedesco per il governo della “coniugalità”, delle professioni e dello Stato.

L’orizzonte era quello della grande giustificazione del “Buon Governo” – dal Justi al Sonnenfels – e la traduzione delle riflessioni illuministe in pratica di governo, nella cornice di quel periodo comunemente chiamato Dispotismo Illuminato. La polizia medica diveniva, nelle teorizzazioni di Frank, un gigantesco strumento di regolazione sociale, una sorta di massiccia macchina di eugenismo demografico.[1]

Ciò che qui vorrei portare all’attenzione è che leggendo le parole di J. P. Frank e guardando alle sue idee, ritroveremmo nella sostanza (ed in parte anche nella forma) quell’atteggiamento che oggi caratterizza le metodologie di governo e la gestione dell’epidemia di Sars-CoV-2, compresa la sua giustificazione pubblica in gran parte del giornalismo e della copertura mediatica martellante riservata a questo fenomeno.

Qui, ad esempio, un famoso estratto dalla prefazione del primo volume:

“Non so ben comprendere come nella vita sociale s’abbia a conservare intatta la libertà naturale dell’uomo […]. Si vogliono meno leggi e conservare con queste poche leggi la libertà […]. Ma non è egli meglio per me e per gli altri membri dello stato che mi siano legate le mani […].La polizia medica farà che ogni padre di famiglia sia verso la pubblica sicurezza garante de’ suoi domestici;  la polizia medica, se lo crederà necessario, ricercherà conto ai genitori della vita, della fisica educazione, dei castighi, dell’impiego dei loro figli: essa impedirà i matrimoni d’un tisico dichiarato con una donzella sana e vigorosa, la polizia medica vieterà che non possa alcuno condur in sui pascoli comunali le sue bestie infette, né girar liberamente e infettare tutta la città, s’egli o i suoi sono presi dal mal contagioso o dalla peste […]. Tali essendo le incumbenze della polizia medica […] gli è strano assai che si incolpi la polizia medica di voler troppo restringere la libertà civile e favorire la dispotica potenza legislativa, è che male intendiamo cosa sia libertà.”[2]

Il Principe, i sudditi e la coercizione

L’impalcatura ideologica della Sanità Pubblica sembra essere la stessa di quando fu introdotta da Johann Peter Frank nella Lombardia di fine Settecento, notava Giorgio Ferigo a seguito di un’analisi attenta di certificati e procedure “sanitarie” italiane, condotta nel suo volume del 2001. Da allora, nella “coerenza formale con postulati amministrativi” che definiscono la Sanità Pubblica italiana, la figura del cittadino non è mai riuscita ad affrancarsi da quello “status” di suddito in cui era stata concepita.

“In realtà, i “cittadini” – intesi come consapevoli artefici del proprio destino, all’interno di convenzioni pattuite condivise e rispettate – sono una categoria che la Sanità Pubblica non contempla: la Sanità Pubblica, così come oggi è concepita, prevede soltanto sudditi.”[3]

Questo perché l’impianto-base ideologico della Polizia Medica contempla un soggetto, il Principe (o il Magistrato) illuminato; un oggetto, l’ordinata conservazione della salute del popolo; e un mezzo, la coercizione. Il Principe si faceva carico della “felicità” dei suoi sudditi, imponendo loro misure volte a tutelarne la salute – misure che i sudditi da soli non avrebbero messo in opera, perché preda di superstizioni e di ignoranza. Lo Stato doveva, ad esempio, costringere i sudditi alla vaccinazione antivaiolosa con l’intervento onnipervasivo della Polizia medica.

“Questa Polizia era onnipervasiva; invadeva ogni spazio, anche il più intimo: lo Stato, nel ricercare il bene comune, poteva addirittura indirizzare o contrastare gli “appetiti sessuali” dei singoli, quando –attraverso il contagio coniugale e la trasmissione ereditaria – minacciassero l’integrità della famiglia o delle stirpi future”[4]

Nulla di nuovo, quindi, nel riproporsi di un discorso ideologico che non è in grado di uscire dal proprio orizzonte di senso e dai suoi assiomi vetusti, e conseguenza ne è il contemporaneo impoverimento del dibattito pubblico sul tema delle vaccinazioni e del pass sanitario. La parziale novità la si potrebbe individuare nella ‘capacità di coinvolgimento’ delle masse in grado di rendere ogni cittadino un potenziale ‘poliziotto-medico’, ma questa è un’altra storia.

Asimmetrie e rovesciamento dell’onere della prova

Come non spetta ai sudditi discutere sul vero e sul falso, ma la Verità -intesa nei termini di una vetusta ideologia di potere- spetta al Principe, così oggigiorno quell’asimmetria si riflette in una metodologia di governo, dove pochi eletti, che siano “esperti scienziati” o “esperti politici”, sono i custodi della verità. Quest’ideologia di cui è intriso il discorso sulla salute pubblica -ed i rapporti di forza in cui è inserito- si riflettono in una metodologia particolarmente inquietante, dove l’onere della prova è di fatto rovesciato.

La disciplina giuridica dell’onere della prova -risalente al diritto romano, fondamentale in diritto processuale e di conseguenza di vitale importanza in uno stato di diritto- è contenuta all’articolo 2697 del codice civile, rubricato “onere della prova” e parafrasando il suo contenuto ci ricorda come:

“tocca a chi promuove un giudizio fornire le prove dei fatti posti a fondamento della propria pretesa, non a chi resiste negarli.”

Questo principio, che sconfina dalla giurisprudenza, ed è intuitivamente valido in diversi casi: è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza dell’imputato; è il venditore che deve convincere dell’affare l’acquirente; e nel nostro caso, è chi propone una legge che deve provarne con rigore l’efficacia supposta (e questo prima della sua applicazione) e non a chi la subisce dover dimostrare la sua inefficacia.

Anche qui nulla di nuovo: ancora una volta Ferigo, vent’anni fa, esaminando l’irrazionalità dei certificati e delle relative prassi amministrativo-burocratiche, notava che nella storia della medicina il rovesciamento dell’onere della prova è una metodologia consolidata, ben visibile, ad esempio, nella storia bimillenaria del salasso tramite sanguisugio.

“(…)i sostenitori della flebotomia non erano tenuti a dimostrare alcunché: non la plausibilità ermeneutica, non la fondatezza scientifica, non l’utilità fattuale del loro operato. L’onere della prova spettava esclusivamente a coloro che ne combattevano l’uso.”

Ancora nel 1929 la Farmacopea italiana registrava le due specie di mignatte utilizzabili per il sanguisugio: l’Hirudo medicinalis e l’Hirudo officinalis. E la pratica veniva descritta come attuale, benché in declino, ancora nei trattati degli anni cinquanta. Eppure già nell’Ottocento, i medici Josef Skoda e Charles-Alexandre Louis, confrontando le loro ricerche e affidandosi ad un più solito metodo empirico (comparandole condizioni di pazienti sottoposti a salasso con quelle di pazienti non sottoposti a salasso), erano giunti alla conclusione dell’inefficacia e della pericolosità di tale pratica.  Come è possibile che questa sia rimasta in vigore per oltre un secolo dopo tali evidenze?

Certificati e pratiche mediche tra irrazionalità e superstizione

Non bastarono le dimostrazioni di inefficacia a scalfire o a distruggere una pratica bimillenaria, causa di numerose vittime e coronata da evidenti insuccessi, perché basata rappresentazioni simboliche forti e su credenze radicate. Come nota Camporesi in Il sugo della vita. Simbolismo e magia del sangue, il salasso era una evacuatio universalis, una necessaria grande purga o purificazione del sangue-vita, un rinnovamento del liquore vitale, secondo la tradizione dell’antica cultura ematica.

Il salasso tramite sanguisugio fu quindi difficile da eradicare dalla pratica medica proprio perché non era il pensiero medico a sostenerla, ma erano le rappresentazioni simboliche e le credenze radicate nella popolazione.

“Gran parte dei certificati medici potrebbe senza danno alcuno essere sostituiti da conchiglie elicoidali, da foglie d’acero, da decalcomanie: esse testimonierebbero in modo altrettanto tangibile che l’indigeno si è sottoposto alla prassi rituale, ha attraversato le forche, ha adorato gli idoli della tribù.”[5]

Questo, l’ultimo punto di interesse: i certificati –come intesi nella Sanità Pubblica- attengono ancora ad illusorie rappresentazioni sociali di “sicurezza”, a quel pensiero superstizioso che Ferigo ritrovava vent’anni fa in certificati come quello, ad esempio, di “Sana e Robusta Costituzione”, dove un medico sembra prendersi un compito più vicino alla divinazione che alla scienza, nel momento in cui si impegna a certificare che ciò che è vero al momento della certificazione, lo sarà anche per il futuro: un ‘esercizio di prognostica’ ben lontano dal rigore empirico del metodo scientifico di Galilei.

“Quanti li contestano, non s’illudano di abbatterli con facilità, in nome della razionalità e del buonsenso. Sovente, un baluardo cartaceo è ritenuto migliore di nessun baluardo.”

Non dovremmo stupirci allora, se ancora una volta, in materia di Salute Pubblica, a prevalere è la paura, l’irrazionalità ed i rapporti di forza che si oggettivano nella creazione di certificati sanitarie, come il Green Pass: certificati richiesti per rendere esplicito “chi è che comanda qui”, figli del matrimonio fra autoritarismo e finzione scientifica, inventati per definire l’ambito di un dominio.[6] Più che garanzie di “Igiene Pubblica”, vecchi e riciclati strumenti politici ed ideologici per l’organizzazione ed il controllo della società di massa di un capitalismo ormai maturo.


[1] E. Brambilla, La medicina del Settecento: dal monopolio dogmatico alla professione

scientifica, in Storia d’Italia. Annali 7, Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Einaudi,

Torino 1984.

[2] J.P. Frak, Sistema completo di polizia medica, Milano 1825, vol. I, pp. 26-29 (System

einer vollständingen medizinischen Polizei).

[3] G. Ferigo, Il certificato come sevizia. L’igiene pubblica tra irrazionalità e irrilevanza, 2001, Forum Edizioni, p. 23.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 19.

[6] Definizione riportata dall’antropologo Gian Paolo Gri attribuita sempre a Ferigo, in Aut_Aut, La medicalizzazione della vita, ottobre-dicembre 2008, pp. 82-83.

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