L’Impero del caos


6 Set , 2021|
| 2021 | Visioni

(Occulta e impera, parte seconda)

Possiamo accettare lo scandalo generale di fronte al dramma afghano? Possiamo accettare che non si parta da un discrimine essenziale? C’è chi in questi vent’anni ha avallato l’invasione militare (le invasioni) e chi sin dall’inizio lo ha denunciato e condannato.  L’attentato all’aereoporto di Kabul (giovedì 26 agosto), temuto  previsto e annunciato dai servizi di intelligence  anche grazie ad informazioni provenienti nei giorni precedenti da fonti degli stessi Talebani, delinea un orizzonte plumbeo (le scomposte rappresaglie dei giorni successivi purtroppo probabilmente preludono ad altre terribili esplosioni) e autorizza a ipotizzare che ci troviamo solo all’inizio di una nuova striscia di eventi terrificanti e, come da più parti rilevato, davanti all’incipit di una situazione confusa e turbolenta che accrescerà  quel caos cui, tutto sommato, possiamo ricondurre la politica mondiale negli ultimi decenni[1]. Questo induce, a nostro avviso, a porsi rispetto agli sviluppi delle ultime settimane evidenziando profili che continuano a essere quasi misconosciuti nelle analisi  sui recenti fatti ‘afghani’ da parte di studiosi, analisti, politici, diplomatici.

  Quando si dice “ …. guardar il dito invece che la luna che il dito indica…..”.  Il ricorso a questo ‘detto’ diffuso sembra quanto mai opportuno. Concentrarsi su questioni secondarie o addirittura inesistenti ci pare infatti che sia ciò che sta accadendo parlando dell’Afghanistan come di un fallimento umanitario e  del ritiro statunitense come di una bancarotta dell’Occidente e della sua pretesa di incarnare gli ideali dei diritti umani e della democrazia.  È quel che è accaduto in questi giorni,  ragionando, spesso da parte di autorevoli e autorevolissime voci,  sulla validità etica e politica del concetto  dei diritti universali dell’uomo e perciò ponendosi dinanzi allo scenario afghano in tali termini; cioè quelli di una questione filosofica o di Scienza della politica[2]. Così Roberta  De Monticelli (non molto diversamente da Donatella Di Cesare) che lamenta l’incapacità di difendere la forza teorica ed etica dell’Illuminismo europeo o Ernesto Galli Della Loggia che, nel ribadire anch’egli la validità della civiltà politica (liberaldemocrazia, Stato di diritto) sviluppatasi nel mondo occidentale, constata, avvilito, la debolezza di chi dovrebbe essere ben conscio dell’universalità del proprio modello e, insomma, il declino della volontà civilizzatrice degli europei e dei nordamericani (con tonalità differenti, persino Massimo Cacciari ha parlato di declino dell’Occidente)[3].

   Gli USA ritirano il loro contingente militare dall’Afghanistan e la “sfera pubblica mondiale” parla di fallimento della missione democratizzante iniziata nel 2001. Se non fosse tutto vero, sembrerebbe una farsa.  La domanda che sorge spontanea è:  che c’entra l’invasione militare statunitense dell’Afghanistan nell’ottobre del 2001, con l’esercito (il suo) più costoso e imponente della Storia, affiancato nel corso di 20 anni da contingenti di altri Stati alleati, con la diffusione della democrazia in quel Paese e con l’obiettivo di migliorare la vita della gente che lì viveva? Ce lo ha persino detto chiaramente il presidente statunitense in carica, Biden: «La nostra missione in Afghanistan non ha mai avuto come scopo la costruzione di una nazione, non ha mai avuto come scopo la creazione di una democrazia unificata e centralizzata». Ma questo era noto a tutti coloro che seguono con serietà la politica mondiale e che fanno i conti non solo con la durezza delle dinamiche geopolitiche ma anche con la inevitabile complessità e ambiguità della diplomazia internazionale. E invece in questi giorni assistiamo a un coro centrato sui diritti oltraggiati e senza difesa dei cittadini afghani, per le donne in particolare, come se in questi anni anche sotto i governi insediati dall’amico americano questi non fossero stati calpestati[4]. Perché non gridare prima, nel corso di questi anni, allo scempio fatto delle vite dei disgraziati esseri umani che hanno la sfortuna di vivere in quella parte (come in tante altre) dello scacchiere geopolitico; magari ricordando ciò che  ha svelato già molti anni fa Julian Assange (abbandonato a se stesso, da parte di chi solitamente si erge a paladino della libertà di stampa, per aver reso pubblici documenti che svelano bugie e  trame inconfessabili dei nostri governanti)?

  Senza che quanto detto quindi voglia sminuire il dramma umanitario che si sta verificando, anzi al quale stiamo assistendo, per l’ennesima volta, come spettatori angustiati di una tragedia lontana, quando invece essa è a noi tutti molto vicina e non tanto perché anche noi potremmo avvertirne, in un modo o in un altro, conseguenze negative ma prima di tutto perché essa, questo terribile complesso di sofferenza, violenza,  cinismo, è causata dall’ignavia, dall’indifferenza o dalla superficialità nostra. Di collettività democratiche che in questi anni hanno consentito che (nostri) governi e potentati economici conducessero campagne militari devastanti e spietate senza impedirlo e lasciando che il sonno della nostra Ragione permettesse ad apparati mediatici e gruppi dirigenti senza pudore di raccontare una realtà che non esiste e che viene smentita continuamente dai fatti e dalle notizie di cui, nonostante tutto, siamo venuti a conoscenza.

  Invece che spingere i cronisti e gli analisti ad analizzare finalmente in controluce il perché di questi 20 anni (che ovviamente non sono poi solo circoscritti a questa porzione del globo, perché quantomeno si dovrebbe fare lo stesso ragionamento per  Iraq, Libia e Siria), l’annuncio dell’inizio del ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan ha dato inizio a una sarabanda di lamenti e giaculatorie sul fallimento degli Stati Uniti d’America come capofila del mondo libero e sul tradimento della missione umanitaria. Al punto da arrivare, come ha fatto  Antonio  Polito sul ‘Corriere della sera’ del 25 Agosto, a rimproverare Biden; anzi a smentirlo, perché no….  non è vero ciò che dice Biden. Siamo andati lì (cioè: loro, gli USA, sono andati lì e ‘forse’ per questo noi li abbiamo seguiti, spendendo e rispendendo parte cospicua del nostro bilancio statale)  per portare la democrazia e tutelare i diritti della popolazione .  Per i nostri esperti giornalisti non conta nemmeno quel che ‘Washington Post’ e ‘New York Times’ hanno dovuto ammettere e cioè che i vertici statunitensi hanno mentito in tutti questi anni al popolo americano[5]

  Fortunatamente, nella opprimente prevalenza delle analisi fuorvianti o inadeguate (spesso non involontariamente) vi sono letture e riflessioni che consentono di ragionare sugli accadimenti in maniera oggettiva e più in profondità rispetto agli anni passati. Prima Giuliana Sgrena ricorda che l’invasione militare iniziata dopo l’11 settembre per snidare i dirigenti di al-Qaeda era assolutamente illegittima, sotto il profilo del diritto internazionale, così come Lucio Caracciolo, su La stampa,  non può che avanzare rilievi simili.  “Vergognoso” il disimpegno, per modalità, “vergognoso” l’intervento di 20 anni fa; con la curiosa, dice, decisione di combattere il terrorismo e rispondere agli attentati invadendo l’Afghanistan; poiché una cosa è il contrasto a una rete terroristica altra l’atto di guerra verso uno Stato sovrano[6]. Così come Sergio Romano che non può non denunciare la retorica dell’umanitarismo come mascheramento di  azioni di interesse strategico ed economico[7]. E allora affiora prepotente il pensiero che in tutti questi anni  ci sono stati coloro  (singoli, associazioni e partiti politici) che si sono opposti e che hanno costituito la minoranza ‘aggredita’ o quantomeno vilipesa da tutti coloro che hanno appoggiato incondizionatamente e in un clima di fanatismo retorico le aggressioni militari statunitensi a cui noi italiani come altri abbiamo partecipato (ricordiamo però che Francia e Germania non presero parte all’invasione in Iraq nel marzo 2003)[8].  Poiché ciò che sta accadendo dovrebbe essere spunto per una riconsiderazione non solo di una serie di schemi mentali superficiali e arroganti e di preconcetti ma per una revisione almeno degli ultimi vent’anni della Storia, dominata da quello che molti continuano a chiamare Occidente.

  Una delle osservazioni più ricorrenti su giornali e talk show è che la “ …. missione non ha avuto successo……”. Ma uno sguardo attento e conseguente dovrebbe condurre alla conclusione esattamente contraria. In questo senso, basta qui citare la ricostruzione che ci forniscono Francesco Vignarca e Giorgio Beretta (Gli affari armati dietro la guerra permanente)[9] sugli affari dell’industria bellica,  che ci mette di fronte a cifre spaventose. Sia in termini di denaro pubblico che i ‘nostri’ governi (quello statunitense in Aghanistan: calcolato da più fonti, almeno in 2.500 miliardi di dollari; quello italiano: calcolato in almeno 27 milioni di euro al giorno per la complessiva spesa militare) hanno deciso di impiegare per gli interventi militari sia, ovviamente, in termini di guadagni senza fine delle imprese a cui questo denaro pubblico va (per armamenti, per servizi di supporto logistico e così via). Ma si tratta di dati noti, notissimi, a chiunque abbia indagato con un minimo di rigore le implicazioni economiche del funzionamento del complesso militare-industriale. Come Alfio Nicotra (presidente di un ponte per) che nel bell’articolo Alle radici ideologiche di un crimine sconfiNato  oltre a fare una critica feroce dell’operato della Nato in questi anni ricorda che il finanziamento e rifinanziamento delle missioni da parte del Parlamento italiano è avvenuto fino a pochi mesi fa; nonostante Biden avesse confermato la data del ritiro sulla scia di Trump. Un intento, quello del ritiro statunitense, ben noto a tutti da più di un anno  e di cui tutte le cancellerie europee in questi giorni sembrano ‘stupite’, come chi ha finora sognato a occhi aperti senza  obiettare nulla; ricordano laconicamente Alfred Luìs  Somoza e Alberto Negri[10].

  Anche Nicotra si sofferma sugli affari d’oro dell’industria bellica ma piuttosto che terminare nello sconforto di fronte a questi scenari terribili conclude sostenendo che l’unica azione da intraprendere è cercare di rilanciare l’ONU come parte di una campagna per il disarmo mondiale[11].  Un obiettivo che ci pare, dato l’attuale stato del mondo, più che visionario illusorio ma che riteniamo necessario. Poiché l’uomo è un animale non solo immaginario ma che ha bisogno di “speranza”.   Insomma, una sobria considerazione dei fatti di questi decenni ci spinge perciò a dire che è davvero un ‘fraintendimento’ della realtà affermare che la campagna militare statunitense in Afghanistan non abbia avuto successo.   Se consideriamo che tutti i luoghi in cui l’azione della macchina militare americana si è dispiegata nel recente passato (Iraq  Libia  Siria oltre che Afghanistan) sono sprofondati nella guerra di tutti contro tutti  pare conseguente ritenere che il caos  fosse e sia  il fine perseguito dalla strategia geo-politica statunitense.  Ancora una volta, quindi, ‘missione compiuta’; non fallita.  Missione riuscita, d’altra parte, anche se dessimo credito a quello che è stato in effetti lo scopo dichiarato all’inizio dell’invasione militare statunitense e che l’ha legittimata agli occhi del Mondo, la reazione agli attentati dell’11 Settembre 2001 per distruggere le cellule di Al-Qaeda e smantellare la rete di connivenze con essa (ma qualcuno ricorda che questa fu la ‘giustificazione’ gius-internazionalistica anche dell’aggressione militare all’Iraq nel 2003, poco più di un anno dopo l’invasione dell’Afghanistan e che le ‘prove’ fornite alla Comunità internazionale, nella sua sede ufficiale, l’Assemblea della Nazioni Unite, si sono rivelate qualche anno dopo una  menzogna, rispetto alla quale poi non vi è stata nessuna reazione da parte della stessa Comunità internazionale; così sancendo fattualmente la vigenza nel Diritto internazionale della legge del più forte?). 

  Certo forse sarebbe il caso di interrogarsi più a fondo su quanto la risposta all’orrore dell’11 Settembre abbia ‘intercettato’ l’interesse dell’apparato militare statunitense di piazzarsi con ingenti reparti e attrezzature in una zona tra Asia  Medioriente ed Europa da sempre considerata crocevia fondamentale per le strategie geopolitiche, così come le convenienze del complesso imprenditoriale, interessato non solo alle risorse minerarie ma anche al passaggio di condutture energetiche che partono dal Mar Caspio. Per non dire poi dell’affare droga. Ci si dovrebbe interrogare un po’ di più sul perché la ripresa della coltivazione dell’oppio in tutto il territorio afghano coincide con la presenza delle armate occidentali, dopo la drastica riduzione che aveva subito sotto il controllo talebano precedente all’invasione dell’ottobre 2001. Possiamo soprassedere sulla circostanza che i Paesi che continuano a dichiarare guerra dura al traffico di stupefacenti e che continuano a optare per la strategia repressiva come azione per debellare il commercio e l’uso di droghe, siano stati vent’anni con il proprio potente esercito (conquistandone in buona parte il controllo e governandone le istituzioni) in una zona del mondo che nel frattempo è diventata la piattaforma non solo della produzione mondiale della materia prima ma ha anche accresciuto il proprio ruolo nella lavorazione delle sostanze allucinogene? Domande, interrogativi, indagini che dovremmo fare, chiedendo conto e ragione ai nostri rappresentanti politici, ai nostri responsabili militari, ai nostri servizi segreti e ai nostri opinionisti di queste strane contraddizioni. Che non risultano del resto estranee a un contesto in cui l’ambiguità e l’assenza di trasparenza paiono le vere regole e in cui la verità è la principale vittima, dopo, ovviamente, le vittime in carne e ossa. Gli esseri umani martoriati  in uno o nell’altro luogo, dove vorrebbero solo poter vivere.

   Pare evidente per tutte queste considerazioni che non siamo di fronte a una questione di valori e teorie filosofiche. Qui non ci troviamo dinanzi alla necessità di misurare la tenuta teoretica e pratica di concetti quali diritti umani, libertà fondamentali dell’uomo, universalità del valore dell’idea democratica, né perciò di soffermarci sul problema filosofico del relativismo morale e sul tema politico del multiculturalismo. Tutti temi, questi, da tempo oggetto di riflessione approfondita da parte dei filosofi della morale, dei filosofi del diritto, dei sociologi e persino degli esperti di ingegneria istituzionale. Riflessione che ha sviscerato le difficoltà e i nodi della convivenza tra culture diverse e persino, spesso, inevitabilmente confliggenti. Qui però si tratta d’altro. In questo frangente storico, si tratta di capire prima di tutto se c’è ancora la possibilità di costruire una impalcatura internazionale per limitare non solo l’esplosione di guerre ma (e al giorno d’oggi soprattutto) il ricorso alle armi e alla violenza, considerando l’enorme arsenale bellico che oggi l’Umanità ha a disposizione per continuare ad alimentare azioni efferate e sofferenza diffusa.   

   Da questa prospettiva, ci sembra che compito di un politico oggi, così come d’altra parte, sotto il profilo teorico, di ogni giurista, dovrebbe essere prima di tutto quello di contribuire alla edificazione di istituzioni che riescano a svolgere questo fine di contenimento e regolazione, se non di eliminazione, della violenza distruttiva di cui oggi purtroppo il genere umano dispone.  Per questo, pur consci delle insufficienze teorico-pratiche di progetti cosmopolitici e di architetture normative che pretendono di bloccare la violenza attraverso la forza logica delle procedure giuridiche, non si può non ammirare e almeno in parte condividere lo sforzo che da qualche tempo ha intrapreso un gruppo di giuristi e intellettuali per sollecitare con proposte operative e non con appelli umanitari l’avvio di un percorso che contrasti la diffusione della violenza della fase storica in cui ci troviamo a vivere e ponga tasselli di uno spazio pubblico comune a partire da norme che lo organizzino per frenare il potenziale devastante  degli armamenti esistenti e addirittura affrontare l’ancor più grande questione della giustizia per i popoli del pianeta[12].

    Un’impresa titanica, che  in questo momento pare lontana dalle capacità della razionalità umana ma che del resto quando apparve per la prima volta nell’esperienza giuridico-politica, con il grande progetto delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, nonostante si venisse fuori dall’orrore bellico, prese corpo più per la tenacia di figure come Eleanor Roosevelt che per la compatta volontà di governanti responsabili. Possiamo sperare (almeno questo) che oggi si possa contare su una maggiore condivisione di un simile visionario progetto.


[1] Vari commentatori parlano di inizio di una fase di disordine e qualcuno parla degli USA come di impero del caos. Vien da pensare che l’intuizione di Ignacio Ramonet dopo la fine dell’equilibrio bipolare fosse più che corretta; cfr. I. Ramonet,  Géopolitique du chaos, Gallimard, Paris 1999.

[2] S. Cassese, La democrazia e i diritti sono un valore universale, Corriere della sera, 23 Agosto 2021.

[3] Gli articoli richiamati sono R. De Monticelli, I diritti umani sono universali e non un’imposizione dell’occidente, in ‘Domani’, 20 Agosto 2021; E. Galli Della Loggia, La nostra grande ipocrisia sui diritti degli altri popoli,   ‘Corriere della sera’, 19 Agosto 2021; M. Cacciari,  In Afghanistan abbiamo visto la catastrofe culturale e politica dell’intero Occidente, ‘Espresso’, 23 Agosto 2021.

[4] Non soltanto i talebani: anche i governi filo-Usa opprimevano le donne, intervista a Gabriella Gagliardo, su ‘Il Dubbio’ del 31 Agosto 2021.

[5] L’articolo di Polito è L’Occidente e l’Afghanistan: gli interessi e i valori, ‘Corriere della sera’, 24 Agosto 2021. Si leggano i resoconti di  Manlio Dinucci, Nessuna lezione dalla catastrofe afghana, il Manifesto, 20 Agosto 2021 e di Alberto Negri, In Afghanistan il fallimento mascherato dell’Occidente, il manifesto, 17 Agosto 2021.

[6] G. Sgrena,  Criminali intervento e  ritiro, ora s’interponga la pace,  il Manifesto, 17 Agosto 2021; L. Caracciolo, America, Nato e altri disastri,  La Stampa,  17 Agosto 2021.

[7] S. Romano, L’imperialismo è finito. La Nato non serve più, intervista di Umberto De Giovannangeli su  ‘Riformista’, 27 Agosto 2021.

[8] Paolo Cacciari ha scritto “…..chiedete scusa a chi avete deriso e che vi ha messo in guardia in tutti questi anni………”; in Cari guerrafondai, imparate e chiedete scusa, in ‘il manifesto’, 20 Agosto 2001.

[9] F. Vignarca e G. Beretta, Gli affari armati dietro la guerra permanente,  in  ‘il manifesto’,  19 Agosto 2021.

[10] A. L. Somoza, Afghanistan, era già tutto scritto in quella stretta di mano, ‘Huffington Post’,  26 Agosto 2021; A. Negri,  La bolla americana  e la nuova guerra <umanitaria>, 22 Agosto 2021 e Disfatte e bugie dell’amico americano, ‘il manifesto’, 26 Agosto 2021.

[11] A. Nicotra,  Alle radici ideologiche di un crimine sconfiNato,  in Left,  27 Agosto 2021.

[12] Ci riferiamo all’ambizioso progetto lanciato con il nome di “Costituente Terra” e che ha in Luigi Ferrajoli il promotore e teorico più esposto che, per l’appunto, ha descritto il programma di codesta iniziativa in una lunga e densa relazione con la  quale si è aperta la prima riunione della scuola che è concepita come il cuore di tale attività costituente. Poiché l’obiettivo non si risolve in un appello all’impegno ma si costruisce intorno a un’attività di formazione e riflessione collettiva, che abbia come prospettiva la elaborazione di azioni atte a promuovere l’attività (politico-giuridica) costituente. Vedi L. Ferrajoli, Perché una Costituzione della Terra?   Si può leggere in https://www.costituenteterra.it/perche-una-costituzione-della-terra/ Nella lunga presentazione di Ferrajoli vi è un continuo rinvio alle istituzioni internazionali esistenti chiamate  in causa talvolta per superarle altre per emendarle. Qui si vuol richiamare solo un altro tentativo teorico di questo genere,  che a nostro giudizio si misurava con l’arduo compito di riformare le istituzioni  internazionali esistenti (per cui è adeguato utilizzare l’espressione, successivamente iper-inflazionata, di “Global Governance”) in maniera molto interessante per gli aspetti pratici e operativi. Per questo forse potremmo dire paradossalmente ‘visionaria’ . Si tratta delle proposte presentate da David Held nel suo Democracy and the Global Order. From the Modern State to Cosmopolitan Governance, Polity Press, 1995. (ovviamente, su tutte le questioni affrontate si potrebbe citare una letteratura saggistica sterminata mentre in questo articolo si è voluto solo intervenire nel dibattito di odierno, citando tutt’al più recenti articoli e interventi giornalistici).

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