Crisi pandemica e intellettuali, tra ristrutturazione e disgregazione capitalistica


14 Set , 2021|
| 2021 | Visioni

Con la pandemia di Covid-19, assistiamo a una crisi profonda che ha investito tutto il mondo globalizzato, sconvolgendone e riscrivendone in vario modo l’economia, la politica, i costumi. Al tempo stesso, anche la capacità di lettura della realtà da parte del ceto intellettuale si è trovata di fronte a grandi sfide, in un momento storico in cui, purtroppo, la mediocrità e il conformismo già avevano in massima parte conquistato i cuori e le menti del vertice culturale del Paese. In effetti, si sono viste ben poche riflessioni serie sulla fase che stiamo vivendo, con l’attenzione sempre catturata dalle problematiche contingenti di volta in volta più pompate dai media e gli intellettuali nel migliore dei casi (anche comprensibilmente) disorientati e nel peggiore ridotti al rango di acquiescenti giullari di corte. Eventi come grandi guerre e grandi epidemie contribuiscono a pari titolo a determinare il corso della storia umana, come un’opera di grande spessore come Armi, acciaio e malattie è lì a rammentarci. Con ogni probabilità, gli storici del futuro studieranno questo convulso momento e cercheranno di raccapezzarcisi, distinguendone gli elementi di contraddizione principali da quelli secondari. Per una valutazione storica fredda ed esauriente, ci si dovrà rassegnare allo sguardo retrospettivo che potrà permettersi l’umanità (speriamo, prospera e felice!) tra qualche generazione. Ma questo non ci impedisce di cercare sin d’ora alcuni spunti che aiutino a gettare qualche sprazzo di luce e di comprensione sul cammino oscuro del mondo occidentale ai tempi del Covid.

Per spiegare il comportamento dei tanti conformisti tra i commentatori nostrani, anche e soprattutto sedicenti progressisti, il sintetico epiteto gramsciano (originariamente, riferito a Missiroli) di vittima più o meno interessata dei luoghi comuni compendia in poche parole l’attitudine mai mutata di molti, abituati a cercare dove tira il vento, autoconvincersi dell’opinione dominante e precipitarsi di là, poco interessati alla critica dell’esistente a meno che con essa non ci si possa subito riempire le tasche. Così, un controcanto di entusiasti dalla voce flautata ha costantemente accompagnato il corso degli eventi di questa legislatura, accogliendo gli stessi con la massima normalità. Quali eventi? Il trapasso da un voto popolare all’insegna della rottura con la stagione del liberismo, dell’europeismo acritico e del dominio indiscusso dei poteri finanziari transnazionali a un Governo – sostenuto dalle medesime forze politiche che si erano fatte interpreti della rottura! – più che mai del liberismo, dell’europeismo acritico e del dominio indiscusso dei poteri finanziari transnazionali. Il disastro sanitario frutto di anni di disinvestimenti e privatizzazioni, di cui quasi a nessun commentatore sembra che sia venuto il momento di chiedere conto ai diretti responsabili. La linea di condotta convulsa e frenetica a fronte dell’epidemia – non solo le prime settimane, quando in effetti l’avvento di un’emergenza dai tratti ancora ignoti era innegabile, ma anche quando l’epidemia seguiva un andamento ormai abbastanza noto, prevedibile e infatti previsto – con un succedersi demenziale di chiusure e aperture e restrizioni e allentamenti fuori da ogni logica e comprensibilità (e quindi spesso rimaste lettera morta, inapplicate come tutte le grida manzoniane), a volte pure e semplici concessioni all’estetica dell’autoritarismo, a volte regali alle lobby che erano riuscite ad alzare più la voce il giorno prima. Il disastro della ricerca pubblica smantellata per decenni, con la conclamata incapacità delle autorità di far produrre un vaccino in tempi ragionevoli e la necessità di associarsi a cartelli internazionali di acquirenti dai caratteri poco trasparenti, coprendo imprese private di finanziamenti in cambio di farmaci la cui sperimentazione e la cui distribuzione si sono caratterizzate per opacità e ritardi dovuti a logiche di mercato. Una volta giunti comunque questi vaccini, una campagna di distribuzione che Topo Gigio avrebbe organizzato meglio, invertendo ogni 48 ore le scelte politiche sulle fasce prioritarie e spacciando a corrente alternata rassicurazioni granitiche e stop frettolosi, con il risultato di ingenerare una comprensibile diffidenza, sulla sicurezza dei farmaci stessi, in una popolazione che altro non aspettava che di vaccinarsi per lasciarsi alle spalle chiusure e coprifuoco. La poco decorosa questua di aiuti europei dal valore economico netto molto contenuto e dalla pesantissima condizionalità economico-politica, spacciata per chissà quale vittoria diplomatica. Infine, dulcis in fundo, per distrarre l’attenzione e far obliare tutti i punti di cui sopra, la creazione di una linea di frattura nella società del tutto immaginaria e avulsa dal contesto reale, l’invenzione della figura mitologica del no-vax, aggiornamento politically correct dell’archetipo dell’ebreo avvelenatore di pozzi, alimentato con decine di interviste al giorno a quattro fascistelli, fanatici di provincia ed esagitati che, di per sé, in tutta Italia mobilitavano forse tante persone quante il collettivo giovanile del liceo romano dove studiavo. Così, i gravi fatti percepibili da chiunque e le pesanti responsabilità delle autorità sono magicamente scomparsi dalla narrazione dei media e del mondo intellettuale, oggi in gran parte ripiegati nella difesa di una scelta politica che più vigliacca non si potrebbe immaginare: il green pass, ovvero l’obbligo vaccinale senza obbligo vaccinale, il trattamento sanitario obbligatorio senza trattamento sanitario obbligatorio… mettendo peraltro in forse la pienezza di garanzie prevista dalla legislazione sui vaccini obbligatori, a seguito anche di opportune sentenze della Corte costituzionale.

In fondo, vale la pena fino a un certo punto sorprendersi di tutto ciò, in quanto non è che l’ultimo passo di una tendenza in atto già da lungo tempo, il cui filo conduttore può individuarsi nel capolavoro del PDS-DS-PD di portarsi dietro nella sua parabola da comunista a ultra-liberale quasi tutto il mondo intellettuale che era caduto nell’orbita del PCI ai tempi della sua egemonia culturale. Né troppo sorprendente è la posizione di quella destra che, con l’epidemia, è tornata all’ovile del darwinismo sociale, auspicando che la malattia potesse fare liberamente il suo corso in quanto succedaneo della guerra come “igiene del mondo” e respingendo in quest’ottica qualsivoglia misura anti-epidemia.

Mi sembra che, invece, qualche parola in più vada spesa su un’altra chiave di lettura della situazione che ha fatto presa sui settori anche maggiormente avanzati del mondo intellettuale e che, sebbene più pregevole delle altre, in quanto non abdica a una funzione di critica volta alla trasformazione del mondo, rischia nondimeno di perdere di vista alcuni aspetti delle trasformazioni economico-sociali in atto. Mi riferisco a quegli orientamenti, in realtà molto variegati, che prendendo spunto più o meno da vicino dalle riflessioni di Agamben, magari senza seguirle nelle loro implicazioni più irrealisticamente paranoidi, tendono però ad affermare che la pandemia sia un qualcosa, seppur non inventato, comunque gonfiato ad arte dal potere per rafforzare il controllo sulle popolazioni nel nome della preservazione della nuda vita biologica, a discapito degli aspetti più creativi ed essenziali dell’esistenza umana. Per la verità, la tesi “riduzionista” della portata dell’epidemia ha trovato molto spazio anche, a tratti, nella narrazione dominante, sistematicamente rilanciata da settori produttivi timorosi degli effetti a brevissimo periodo delle chiusure, che con campagne di stampa riuscivano ogni volta a ritardare le stesse di qualche settimana – con l’effetto poi di prolungarne enormemente la durata e quindi anche i danni economici, quando l’ingorgo degli ospedali e le caterve di morti rendevano impossibile ogni altra scelta senza provocare un’esplosione immediata della società. È curioso osservare come tuttora alcuni aspetti dell’epidemia, come i suoi danni di lungo periodo, restino in ombra nel dibattito corrente: perché non ci sono solo i morti e i guariti, ma anche tanti rimasti invalidi permanenti per le conseguenze della polmonite virale, in molti casi divenuti inabili al lavoro e che potranno sostentarsi solo a carico del sistema dello Stato sociale, aumentandone lo sforzo.

In ogni caso, a differenza di questa propaganda servile al soldo degli industriali più spregiudicati e incuranti delle vite umane – critica della nuda vita in nome del nudo profitto –, la versione critica e anti-sistema della prospettiva scettica sulla gestione dell’epidemia coglie effettivamente nel segno su diversi aspetti. È infatti vero che il capitalismo nel corso della storia ha dimostrato grandi capacità di adattamento al mutare delle circostanze e che ogni momento di contrazione e crisi economico-sociale degli ultimi secoli è stato il pretesto e l’occasione per operazioni di auto-ristrutturazione da cui tale sistema, tenendo ferma la sua logica di fondo di cinico sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è complessivamente uscito rafforzato, o comunque rinnovato e meglio adattato al mutare dei tempi. Così è stato dopo la guerra franco-prussiana, dopo la guerra civile americana, dopo la crisi del ’29, dopo le guerre mondiali, dopo la crisi di Suez, dopo il crollo del Patto di Varsavia, ecc. Così sarà anche questa volta, e nella ristrutturazione già è possibile intravedere chi sembrano i vincitori, come i giganti transnazionali della logistica, del commercio elettronico, dell’intrattenimento online, dei farmaci, della finanza, e chi i perdenti, come in generale, al netto di alcuni settori particolarmente colpiti come il turismo e la ristorazione che però potranno probabilmente in qualche tempo riprendersi con il ritorno a una qualche “normalità”, le piccole e medie imprese. È quindi da noi in atto l’acceleramento di un processo di concentrazione capitalistica, che si giova ampiamente del quadro economico-giuridico propenso al lavoro flessibile e alla compressione salariale a cui il processo di integrazione europeo è rivolto, nonché delle regalie a pioggia che hanno fatto seguito all’abdicazione a qualsiasi politica industriale di programmazione e indirizzo pubblici. Conseguente a ciò è la contrazione dell’élite di chi ha veramente in mano il potere economico a un numero sempre più ristretto di famiglie, organizzate in congreghe a salvaguardia del proprio esclusivismo, mentre la classe media si proletarizza in maniera crescente, via via che chi è entrato nel mondo del lavoro in tempi più felici ne fuoriesce, e anche le condizioni di famiglie prima benestanti tendono al declino, sgomitando per non cadere giù nella massa degli impoveriti. In effetti, è quasi stupefacente come, a fronte di una situazione socio-economica così problematica, la conflittualità sociale rimanga estremamente circoscritta; e probabilmente in ciò, oltre alla frammentazione oggettiva della nuova classe lavoratrice, un contributo l’ha dato anche l’ampia maggioranza di intellettualità schierata a propagare la narrazione delle nuove classi dirigenti, che oggi trovano nel Partito Democratico il loro referente politico prediletto. La vana speranza di essere quello su mille che rimboccandosi le maniche “ce la fa” ha rotto una gran parte dei meccanismi di solidarietà popolare esistenti, impedendo alla rabbia e alla frustrazione di organizzarsi e convogliandoli nei fenomeni di “guerra tra poveri” a cui spesso assistiamo.

Insomma, gli ammiratori “di sinistra” del pensiero di Agamben su molte cose ci prendono. Dove però questa visione – o almeno alcune delle voci che a essa più spesso si associano – sembra divenire fallace è quando, assorbendo elementi di un “complottismo” superficiale, antepone questi a una visione dialettica della realtà, dimenticando o ridimensionando il ruolo concreto del conflitto di classe e di quello geopolitico, scagliandosi nella ricerca di nemici talmente vaghi e impalpabili che, quando si cerca di stringere le dita e identificarli, essi scompaiono nel fumo, perché fumo sono. Non c’è un unico potere che cerca di realizzare all’unisono i propri obiettivi tanto in Italia, quanto in Perù, quanto in Russia, quanto in Nuova Zelanda, e se tutti questi Paesi hanno adottato politiche di contenimento dell’epidemia, ciò è ovviamente perché essa è un problema oggettivo dalla portata storica e nessuno Stato potrebbe abdicare, in una tale situazione, alla domanda di protezione che gli perviene dai propri governati, senza perdere rapidamente qualsiasi legittimità (ed effettività) agli occhi di essi. Dopodiché, nella progettualità o nella non progettualità storiche di ogni soggetto sociale e di ogni soggetto geopolitico, nel formarsi e disfarsi delle più variegate “catene di equivalenza” laclausiane, queste politiche di contenimento hanno assunto ruoli anche molto differenti, ed è proprio su ciò che varrebbe la pena soffermarsi con maggiore attenzione per cercare di comprendere, in chiave analitica, ma anche potenzialmente di proposta politica, dove stiano effettivamente portando le trasformazioni in atto. In questa prospettiva, come in ogni momento storico complesso, il compito degli intellettuali è di rinunziare alle visioni semplicistiche e onnicomprensive e interpretare la realtà partendo dal presupposto della sua complessità, restia a formule sloganistiche… questo anche in funzione di arrivare poi a suggerire lo slogan corretto a chi magari può davvero aspirare a cambiare la realtà. Ma presupposto della semplicità propositiva è intanto la complessità interpretativa. E forse è proprio l’abitudine a questa complessità interpretativa che a volte in questi anni abbiamo perso di vista, sotto l’influenza di un mondo della comunicazione globalizzato all’insegna dell’istantaneità e della superficialità.

Sebbene l’auspicato approfondimento delle diverse progettualità di classe e geopolitiche che si incrociano nella crisi pandemica vada molto oltre le possibilità del presente articoletto, può comunque qui provarsi ad avanzare qualche osservazione, necessariamente solo accennate e indimostrate. Una prima nota, pure abbastanza scontata nel periodo di riflusso che viviamo da lungo tempo in Occidente, è l’assenza di una narrazione organica delle vicende da parte delle classi popolari, quanto mai prima d’ora disgregate e soggiogate dal caleidoscopio di voci che si coprono l’un l’altra nei media mainstream, espressioni mutevoli che rappresentano i punti di vista di frammenti delle classi dominanti: filiere produttive, gruppi di pressione, gruppi di investitori, congreghe, fan di potenze straniere, ecc. Sola espressione di autonomia di classe di un certo rilievo, le proteste operaie del primo periodo di epidemia, di matrice spontanea ma che hanno immediatamente ottenuto il sostegno di gran parte del pur compromesso mondo sindacale, proteste volte all’interruzione del lavoro o almeno alla sua messa in sicurezza, là dove la sua prosecuzione senza precauzioni stava esponendo a grandi rischi masse di lavoratori. A questo minimo nucleo di resistenza operaia rispetto alla narrazione dominante, in quel momento produttivista e riduzionista – ricordiamoci di Zingaretti al nefasto aperitivo collettivo “Milano non si ferma” –, va riconosciuta la sua importanza, a confermare che tuttora l’opposizione al capitale riesce meglio a organizzarsi dove il fatto oggettivo di molti uomini presenti insieme a lavorare fianco a fianco ne può cementare effettivamente lo spirito di solidarietà. Ciò si vede di nuovo in questi giorni nelle lotte dei lavoratori Gkn contro la delocalizzazione. E si conferma tanto più dalla constatazione che, contro ogni rivendicazione di lavoratori (e praticamente soltanto contro di esse), continuano sistematicamente a fioccare i manganelli.

Se insomma del generale disorientamento delle classi subordinate c’è purtroppo poco da stupirsi, meno ovvio appare invece il caos delle nostre classi dominanti. Ed è proprio qui che a mio parere errano quelle letture propense a vedere nella fase attuale un potere vittorioso che in Occidente rinsalda la presa sulle popolazioni per realizzare una propria ben definita progettualità. Ciò a cui assistiamo è, al contrario – sotto la patina degli slogan: transizione ecologica, PNRR, ecc. –, il trionfo della tendenza anarcoide del capitalismo a discapito di ogni attitudine pianificatoria, che esso aveva introiettato nella propria prospettiva solo nella fase storica in cui, intimorito dall’esistenza di un’alternativa rivoluzionaria, aveva bisogno di cooptare attivamente le classi lavoratrici nella propria progettualità sociale, e non solo passivamente attraverso un bombardamento assordante di voci. Insomma, non abbiamo avuto il socialismo, abbiamo la barbarie. Certo, forse il capitalismo occidentale non crollerà domani e, malgrado le immagini del bivacco di manipoli nel Campidoglio, Trump non è ancora riuscito a incarnare lo Eltsin americano capace di recitarne il de profundis, ma quanto questo sistema abbia il fiato corto si è ormai palesato senza più veli e con la crisi pandemica la Cina ha già conseguito, prima ancora dell’obiettivo del sorpasso economico, quello del sorpasso nell’immaginario collettivo globale come potenza in grado di orientare l’ordine di domani e di investire su un disegno di futuro, magari anche per certi versi discutibile, ma all’infuori del quale non vi è che caos e guerra tra bande. La sconfitta del nemico sociale interno, le classi subalterne, sembra avere, di riflesso, pure isterilito le classi dirigenti, rafforzandone il carattere autoreferenziale e parassitario, cancellandone ogni rimasuglio dell’idea di interesse generale, sicché un’epidemia, un nemico che si può ragionevolmente affrontare solo con la coesione, dopo decenni di mobilitazione ideologica di esaltazione dell’individualismo consumista, è stato sufficiente a mandare tutto in tilt. Ogni micro-categoria commerciale, ogni “esperto” diventato influencer, ha dimostrato di poter far cambiare orientamento ai governi in un momento, indifferentemente in un senso o nell’altro, con inversioni di tendenza ogni 24 ore delle strategie di contenimento della malattia, i cui continui fallimenti si sono ogni volta pagati con danni equivalenti a vari punti di PIL. Quali che siano i vincitori della ristrutturazione in atto, ciò che essi erediteranno sarà solo un cumulo di macerie, con i Paesi occidentali sempre più dipendenti da altri, sempre più deboli, sempre più ripiegati su di sé, sempre più rabbiosamente impotenti, di cui l’emblema agli occhi del mondo è la disfatta in Afghanistan – ironia della Storia, già tomba dell’URSS. Chiunque vinca, al pari dei generali che si autoproclamavano imperatori per qualche mese negli interludi bui della storia romana, potrà esercitare un potere molto debole, da spartire tra troppe fazioni, ognuna indipendente dalle altre, e fondato soltanto sul fatto che l’avversario di classe, i ceti subalterni, sono ancora più deboli. Già il resto del mondo, quando alla ricerca di aiuti medici o economici, guarda sempre più al polo cinese, sapendo l’Occidente intento a guardarsi l’ombelico. Già i settori più lungimiranti dell’imprenditoria occidentale guardano a Oriente e cercano di allacciarvi sempre maggiori rapporti, vedendovi l’unico punto di riferimento stabile in un mondo allo sbando. La stabilità di quel polo che, quando si è posto l’obiettivo di lasciarsi alle spalle in un paio di mesi il problema dell’epidemia, tornare a vivere più o meno normalmente e tornare a produrre più o meno normalmente, ha valutato costi e benefici di ogni strumento, ne ha scelti alcuni, è andato per quella strada senza pavide mezze misure e ha ottenuto gli obiettivi sperati nei tempi sperati. Mentre il “liberale” Occidente vive da due anni consecutivi in uno stato di eccezione che, comprensibile nelle prime settimane in cui erano necessarie azioni decise, peraltro in definitiva mai adottate fino in fondo, permanendo alla lunga finisce solo per certificarne la disgregazione e l’inettitudine di governanti che hanno sempre più bisogno, per sorreggersi, di pose autoritarie.

In conclusione, non voglio suggerire un’adesione incondizionata a ogni iniziativa che arrivi dalla Cina per il solo fatto che arriva dall’Oriente rosso. L’invito è piuttosto a guardare con crescente interesse a quel mondo e a rilanciarne il dibattito, senza rinunciare al dovuto spirito critico. E a farne una leva per palesare, attraverso la comparazione, le fragilità del nostro sistema, ma anche il fatto che queste fragilità non sono necessità inoppugnabili, bensì frutti contingenti di scelte politiche anti-popolari. Per mostrare che il re è nudo e che la sua forza si basa soltanto sulla debolezza dei subalterni. Che, ancora una volta, è possibile organizzarsi per cambiare le cose e che la stessa classe dirigente è tutt’altro che decisa e coesa e che probabilmente, come sempre, ampi suoi settori aspettano solo che cambi il vento per passare con chi sembri in grado di offrire una qualsiasi prospettiva di più ampio respiro. Che lo “stato di paura” in cui viviamo non è in definitiva imposto dal potere ai governati per blindare un cammino definito, bensì è soltanto la paura che pervade il potere stesso e involontariamente ne trasuda, in quanto esso percepisce la propria debolezza storica all’indomani di quella che gli era parsa una definitiva vittoria, con la “fine della storia”. Che il potere ha perso ogni capacità di calcolo e che, forse, è proprio l’inquietudine di esseri senza destino, l’inquietudine di trovarci senza alcuna strada già scritta, a spingere tanti validi pensatori a cercare la rassicurazione consolatoria di un potere fortissimo e imbattibile, che non c’è. Come il Goetz di Le Diable et le Bon Dieu di Sartre, siamo soli con questo cielo vuoto sopra la testa, perché non c’è altro modo di essere come tutti gli altri.      

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