Breve storia della moneta


14 Ott , 2021|
| 2021 | Visioni

In queste poche parole che ho a disposizione vorrei raccontarvi una storia. La storia della moneta. È una storia che conosciamo tutti, la sequenza è lampante e chiara: baratto, moneta fisica ed infine il sistema di credito. Ecco, questa storia è tanto semplice quanto falsa, direi addirittura invertita. Infatti, questa storia presenta un errore molto profondo e pernicioso. Ogni storia conosciuta ha un narratore altrettanto famoso, in questo caso parliamo di Adam Smith, docente di filosofia morale a Glasgow, considerato il padre dell’economia.

La storia raccontata dal docente di Glasgow, infatti è pensata in un contesto rappresentato da una società preindustriale o tribale, in cui, però, vivono uomini del XVIII secolo. Questo è stato un errore smentito da diversi studi antropologici, si pensi agli studi sulle isole  Trobriand Malinowski[1] o al saggio sul dono di Mauss[2]. Infatti, la narrazione dello sviluppo dell’economia come baratto, era ed è una narrazione per legittimare le teorie economiche di cui Smith è il padre. La teoria economica classica vede e analizza lo scambio dell’uomo come se avvenisse in un contesto vuoto e in cui i soggetti cercano la propria massimizzazione dei profitti. Ma è veramente così? Succede anche così nelle nostre vite? Riportiamo un classico esempio da manuale. Luca vuole scambiare le sue scarpe con Paolo, il quale ha delle galline. Lo scambio avviene e non sussiste alcun problema. Cosa succede se, per esempio, Luca non vuole le galline di Paolo? Questo è il problema principale del baratto e la teoria economica classica vede la nascita della moneta come un metodo per facilitare gli scambi tra due soggetti. Tutto logico fin qui. Troppo logico. Ora vi chiedo, ma succede davvero così nei rapporti interpersonali? Immagino che chiunque, almeno una volta, abbia chiesto aiuto al vicino di casa perché mancava zucchero, il sale o altri prodotti. E la risposta del vicino è mai stata: “si ho il sale, tu cosa mi dai in cambio?” Chiunque di noi, non prenderebbe bene le sue parole. E allora perché l’esempio di Luca e Paolo stona così se portato fuori dai libri di testo di economia e viene contestualizzato nella nostra quotidianità?

Perché la narrazione dell’economia classica è principalmente falsa, non confermata da studi antropologici e fittizia. Essa analizza i comportamenti dei singoli individui come agenti puramente razionali, quando l’uomo, semplicemente, non lo è. Ciò che manca totalmente in questa narrazione è la concettualizzazione del rapporto tra due persone che non sia puramente economico o di profitto, un rapporto che si sviluppa in un tempo e in uno spazio e la cui natura si basa sul concetto di credito e debito non funzionali all’aumento del capitale ma ad instaurare relazioni sociali. Oggi come allora, quando offriamo una qualsiasi cosa ad un’altra persona, creiamo una relazione in cui noi siamo creditori e la controparte è debitore. Il debito, quindi è stato, per la maggior parte della storia dell’uomo, il collante della società, in quanto essa era costituita dalle relazioni di debito e credito che non venivano MAI saldate, perché la fine di quel debito significava la fine di quella relazione. Questi aspetti non sono presi minimamente in considerazione degli esempi classici. Quindi il baratto non è mai esistito? No, è esistito, ma come dimostrano gli studi di molti antropologi, esso veniva applicato esclusivamente per persone sconosciute o tra tribù non amiche. Tra persone che si conoscono, inizialmente vigeva un sistema di credito e debito, in cui tutti erano reciprocamente in debito e credito con l’altro.

Altro problema fondamentale su cui si regge la struttura ontologica e assiologica dell’economia classica è la naturalità del mercato, in primis, e dello Stato in secundis. In realtà questo è falso per le ragioni menzionate poco fa, come sostiene oggi anche la Teoria Monetaria Moderna (MMT) le tasse sono un prodotto della monetizzazione dello Stato che servono per creare disoccupazione, cosicché i cittadini lavoreranno per cercare moneta con cui pagare le tasse. È dal bisogno di moneta che nasce il mercato, perché diviene necessario accumulare oro per pagare appunto le imposte dallo Stato. Senza lo Stato, senza bisogno di pagare imposte, le persone almeno fino alla fine del XVII secolo, hanno quasi sempre usato sistemi creditizi per gli scambi quotidiani.

Ora iniziamo il nostro viaggio. Mi occuperò di riassumere quella che è la storia dell’economia tratta dal libro Debito, i primi 5000 anni di uno dei più grandi antropologi esperti nella moneta, David Graeber, che purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa. Graeber divide la storia in quattro cicli economici chiamate “età”: età dei primi imperi agrari (3000 a.c.-800 a.C.) l’età assiale (600 a.C-800 d.C.), il medioevo (800 d.C-1450 d.C.) e l’età dei grandi imperi capitalisti (1450 d.C-1971 d.C.)III. Partiamo dall’inizio. Siamo nel terzo millennio avanti cristo e le società più prospere, come i sumeri, sorgono nella mezzaluna fertile. Se il potere politico risiede nel palazzo, quello religioso vige nel tempio insieme all’oro. Oro che per millenni rimane custodito nel tempio senza mai uscire. Le persone utilizzavano sistemi di credito e di scambio usando la moneta come unità di misura ma non come medio termine, come strumento di scambio. Come facevano?  I sistemi di credito erano rappresentati fisicamente da tavolette d’argilla con iscritti gli obblighi di pagamento futuro, che venivano poi chiuse e segnate con il sigillo del debitore. Il creditore teneva la busta come garanzia, per poi romperla al momento del pagamento.

Questo tipo di sistema cambia circa nell’800 a.C. in cui entriamo nell’Era Assiale. Il panorama politico è estremamente frammentato, costituito da poche città come Atene, Sparta e Roma che si combattono l’una contro l’altra. Ognuna di queste ha bisogno di monete per pagare gli eserciti, per fare la guerra e prendere l’oro da altre città e così deportare schiavi che possano estrarre l’oro dalle miniere. In questo periodo nascono filosofie prettamente materialiste, in quanto si concentrano su aspetti della vita quotidiana tralasciando il concetto di “divinità”, che si diffondono in diverse parti del globo che probabilmente non hanno potuto influenzarsi a vicenda come Cina, India e Grecia, i cui rappresentanti erano rispettivamente Confucio, Buddha e Pitagora. Graeber qui ci propone una riflessione interessante, in cui non è chiaro un nesso causale, facendoci notare come filosofie materialiste e utilizzo della moneta negli scambi quotidiani siano associati.

La moneta è lo strumento che noi usiamo per lo scambio, la base dei rapporti sociali. Ciò assodato, può essere che ciò che era un semplice strumento per lo scambio abbia poi, nel collettivo acquisito un valore proprio e profondo, reso vero e rinforzato dall’abitudine, dal tempo e dalla sua diffusione.  Graeber e Federici[3], inoltre hanno dimostrato come i periodi in cui la quantità di moneta in circolazione era elevata, sono spesso associati a periodi di guerra, schiavitù e sofferenza. Nel Medioevo questo scenario cambia radicalmente e con il crollo dell’Impero Romano si torna ad un sistema creditizio. Le monete continuano e continueranno ad essere usate solo per commerciare con stranieri, per pagare i soldati e le tasse. Rispetto alla filosofia materialista del ciclo assiale, nel medioevo abbiamo lo sviluppo di filosofie molto più trascendentali (cristianesimo in primis). La condizione della popolazione durante il medioevo vede svolte importantissime. Per tre secoli, dal IX al XI secolo i contadini, esasperati dagli attacchi dei barbari e dalla concorrenza della schiavitù, si rivolsero ai proprietari terrieri per chiedere protezione all’amaro costo di perdere la loro indipendenza. Così contadino divenne sinonimo di servo. In cambio del loro lavoro i servi ricevevano dal signore un appezzamento di terra, il demanio per mantenersi. Tutto il XII secolo fu centrato sulle lotte dei servi che aspiravano a maggior libertà opponendosi alle corvè, serie di prestazioni personali di lavoro, e alle tasse che derivavano dal potere giurisdizionale e arbitrario della nobiltà. Uno degli avvenimenti più importanti di questa vera e propria lotta di classe fu la commutazione dei servizi di lavoro in pagamenti in denaro (affitti e tasse). Se inizialmente questo cambiamento determinava la fine della servitù della gleba, esso portò alla divisione sociale e alla distruzione del villaggio feudale.

Altre conseguenze drammatiche della commutazione dei servizi, scrive Federici, furono la difficoltà maggiore per i produttori a capire il proprio sfruttamento poiché i lavori che i contadini prestavano per se stessi erano indistinguibili da quelli che facevano per i proprietari. Infine, la commutazione permise ai contadini più ricchi di assumere altri contadini che lavorassero per loro, dando inizio alla pratica degli affittuari capitalistici. La situazione iniziò a migliorare solo per i superstiti della peste del XIV secolo. Essa, infatti uccise quasi un terzo della popolazione Europea, e portò ad una vera e propria redistribuzione delle risorse. Il XV secolo fu uno dei momenti più felici per il proletariato europeo, quasi un terzo dei giorni all’anno erano festivi, il quale raggiunse un tenore di vita rimasto insuperato fino al XIX secolo. Il popolo sopravvissuto alla piaga nera aveva visto il proprio potere aumentare enormemente sui latifondisti perché la domanda di lavoro era aumentata ma la sua offerta, rappresentata dal numero di lavoratori, era diminuita. Seguendo così la legge di domanda ed offerta, i contadini richiedevano maggiori salari e riuscivano a coltivare e gestire le terre dei signori in maggiore autonomia.

Con la scoperta dell’America giungono in Europa un’enorme quantità d’oro e d’argento e poco prima del suo arrivo inizia l’età dei grandi imperi capitalisti. Quell’oro ha avuto due conseguenze importanti. La prima fu un aumento dell’inflazione. Infatti, gran parte di quell’oro finiva nelle riserve di nobili, mercanti o dello Stato ma non nelle mani del popolo. Così le poche monete necessarie per pagare le tasse divennero insufficienti e si perse molto potere d’acquisto. La seconda conseguenza fu che con quell’oro i grandi proprietari terrieri poterono scacciare con eserciti i contadini che vivevano in sistemi di condivisione della terra. Da questo momento in poi la condizione del popolo peggiora sempre di più.

Spostiamoci in Inghilterra nella Londra del XVII secolo, precisamente nel 27 Luglio del 1694, quando nacque la banca d’Inghilterra. La Banca d’Inghilterra fu fondata da un consorzio di quaranta banchieri, creditori della corona, che offrirono al re Guglielmo III un prestito di 1,2 milioni di sterline per aiutarlo a finanziare la guerra contro la Francia. In cambio dei prestiti i banchieri ottennero il monopolio delle banconote, le quali rappresentavano il credito che avevano verso il re. Questa fu la prima banca centrale nazionale indipendente e le sue banconote divennero la prima moneta cartacea d’Europa.

Ci fu una diatriba importante per risolvere l’inflazione, le cui posizioni contrapposte presero il nome di metallismo e cartalismo. Il primo riteneva che la moneta avesse un valore proprio, intrinseco, la seconda posizione riteneva che il suo valore derivasse dall’autorità e fiducia dello Stato. I metallisti ebbero la meglio e fu ritirato circa il 20%-25% della moneta in circolazione per ripristinare i prezzi in linea con il mercato. I risultati furono devastanti. Non c’erano quasi più monete in circolazione i prezzi e i salari collassarono. Gli unici che non ebbero problemi furono i ricchi, poiché potevano sfruttare la nuova moneta creditizia. “Così fu creato il mondo dove anche le transizioni ordinarie e quotidiane, per esempio quelle con il macellaio e il fornaio, erano condotte in modo cortese ma impersonale, si pagava in contanti, rendendo quindi possibile immaginare la vita stessa come una questione di calcolo dell’interesse personale.”[4]

Questo contesto sociale inglese fu una delle più importanti premesse della rivoluzione industriale. La Gran Bretagna aveva già iniziato quei cambiamenti giuridici e sociali necessari. I primi riguardarono la destituzione del loro re, il quale era già stato processato e giustiziato nel secolo precedente la rivoluzione e gli obiettivi primari del governo erano il progresso economico e gli interessi privati. I cambiamenti sociali, invece, riguardarono la liquidazione della coltivazione comunale del medioevo con i suoi campi aperti e i campi comuni e la soppressione dell’agricoltura contadina autosufficiente con gli Enclosure Act per tutto il XVIII secolo. Questo avvenne per l’esigenza di esportare i prodotti agricoli con l’estero. Così l’agricoltura perse il suo compito primario di sussistenza della popolazione per divenire un’industria qualunque da giudicare primariamente al criterio del lucro. Questo fu il primo passo per orientare la società verso l’accumulazione del capitale.

 Posto che fossero già state gettate le basi per una economia industriale, come era avvenuto per l’Inghilterra del XVIII secolo, altre due elementi erano necessari: un’industria che offrisse guadagni eccezionali a coloro che fossero stati in grado di aumentare rapidamente la propria produzione e un mercato mondiale monopolizzato da un’unica nazione produttrice. La gran Bretagna fu la prima nazione a soddisfare queste necessità sostenuta dall’espansione coloniale e dall’industria cotoniera, la quale progredì e si sviluppò grazie al contributo del commercio del cotone in maniera spettacolare, costante e senza alcun limite. La rivoluzione industriale, scrive Hobsbawm, può essere considerata come il trionfo del mercato di esportazione su quello nazionale. Il grande carburante di questa enorme espansione furono il lavoro degli schiavi nelle piantagioni e lo smantellamento delle industrie indiane, condannando quelle popolazioni ad un distacco sociale ed economico presente ancora oggi, anche se in maniera minore.

La teoria economica classica nasce in questo contesto storico, in cui la razionalità regola i rapporti tra i singoli, una razionalità che è rappresentata dal proprio interesse e dal calcolo della propria utilità. L’illuminismo ha rotto ogni tipo di legame ancestrale e spirituale che le persone avevano verso la propria terra e le proprie origini; i racconti e le storie che nascevano e si diffondevano nei villaggi che facevano da collante tra l’uomo del presente e i suoi antenati vennero considerate superstizioni inutili e pericolose[5]. Lo scopo primario dell’uomo divenne accumulare ricchezze e i poveri vennero considerati i “nuovi barbari”[6]. La religione perse al contempo il suo collante sulla società e la scienza ne prese il suo posto e le caratteristiche di perfezione, equilibrio e onniscienza attribuite a Dio, che avevano una funzione propedeutica per l’essere umano del XVII secolo, divengono le caratteristiche del mercato. Questo ciclo economico termina nel 1971 con la fine del gold standard dopo diverse crisi economiche tipiche del sistema economico capitalista.

Il periodo restante è più noto al lettore – in parte per motivi anagrafici; sconosciuta è invece la storia della moneta, la sua natura e i suoi effetti sociali. Effettivamente la moneta è ciò che più influisce sulle nostre vite, eppure la maggior parte delle persone non sa niente di essa. Ogni singola teoria economica da qui agli anni 70’, specialmente il neoliberismo e le politiche di austerity, si sostengono su una storia falsa, ma così diffusa da essere magicamente vera, il cui scopo è quello di legittimare le sue stesse politiche. Spesso pensiamo all’essere umano di oggi come ad un essere avido, egoista ma l’invito che faccio è di non arrendersi a questa evidenza e di pensare ai processi che lo hanno portato a questo, e come usarli per tornare indietro, se possibile. L’individualismo atomistico, l’incapacità di fare gruppo sono sicuramente condizionate primariamente anche dal nostro sistema di scambi, il quale non è più basato sulla fiducia reciproca o su un sano sistema di debito e credito che forma la società, ma è il proprio interesse, la guida dell’agire dell’uomo contemporaneo.


[1] Bronisław Malinowski.argonauti del pacifico occidentale. Newton Compton Ita-lia, 1973.

[2] Marcel Mauss.Saggio sul dono. Giulio Einaudi Editore, 2016.

[3] Silvia Federici è una sociologa, accademica, filosofa, attivista e saggista italiana, ascrivibile ideologicamente al marxismo femminista ed operaista. Lavora nel campo del femminismo e degli studi di genere.

[4] David Graeber.I PRIMI 5000 ANNI. In: (2012) pag 331

[5] Silvia Federici.Calibano e la strega: le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Mimesis, 2020.

[6] Eric Hobsbawm.Age of revolution: 1789-1848. Hachette UK, 2010

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