Vent’anni dopo l’11/09. Guerre, repressione del dissenso e narrative religiose apocalittiche all’insegna della paura


21 Ott , 2021|
| 2021 | Visioni

La quasi coincidenza temporale del ritiro USA dall’Afghanistan e il ventennale degli attentati dell’11 settembre sembra suggerire la chiusura di un ciclo, come ha fatto notare Pino Arlacchi sulla Fionda.

Il XXI secolo si è aperto con una cesura di rara accuratezza cronologica: il 2001 marca una discontinuità netta nella storia recente.

Il 7 ottobre i primi bombardamenti sull’Afghanistan inaugurano un ciclo in cui la reazione politico-militare degli USA all’11/09 apre un ventennio nero di guerre, morti e securitarismo, avvelenando l’immaginario di una intera generazione con paure di altri catastrofici attacchi e la previsione di un mondo futuro basato sul paradigma ossessivamente paranoide della sicurezza: controlli invasivi, uomini armati ad ogni passo ed il sospetto di tradimento gettato su chiunque maturasse una forma di opposizione al governo in carica. Nella decade successiva il clima si sarebbe alleggerito con la presidenza Obama ma i fattori di continuità erano troppo forti. Tale ventennio si è davvero esaurito, come suggerisce il ritiro dall’Afghanistan a poca distanza dalla ricorrenza della caduta delle Torri Gemelle?

Per capirlo ricapitoliamo il profilo dei due gruppi al centro di questa storia, che hanno determinato queste dinamiche scrivendo la storia col sangue di molte vittime, per lo più innocenti. Entrambi ambivano a modellare il mondo ma in modo molto diverso rispetto al risultato effettivo. Si tratta degli islamisti radicali e dei neocon americani; ognuno di essi ha cercato di sostituire la costruzione del consenso con abbondanti dosi di una delle risorse più universali e radicate nell’animo umano: la paura.

Islamisti radicali e neocon: percorsi paralleli

La sera dell’11 settembre 2001 i telegiornali già indicavano come responsabile Osama bin Laden. Nelle settimane successive avrebbero continuato a rilanciare un’immagine della sua figura e del suo gruppo evidentemente con connotati mostruosi e diabolici: lo “sceicco del terrore” con al suo servizio una organizzazione sparsa in molti paesi, una realtà verticistica ed unitaria composta da “cellule dormienti” che avrebbero potuto attivarsi facendo strage in ogni momento! Una visione da incubo.

Il gruppo originariamente si chiamava Jihad Islamica, capeggiato dall’egiziano Ayman Al-Zawahiri, incontrò Osama Bin Laden in Afghanistan a metà degli anni Ottanta per sostenere la guerriglia antisovietica. Il gruppo riuscì a subentrare al più moderato Abdullah Azzam, il predicatore palestinese che riuscì ad organizzare in Pakistan gli islamisti arrivati a combattere contro i sovietici in Afghanistan. Tutti loro odiavano l’occidentalizzazione nel suo tratto individualistico, perché avrebbe dissolto i legami sociali e lasciato gli individui in balia dei loro bassi istinti. Per essi abbattere il governo filo-URSS laicizzante, sostenuto dall’Armata Rossa, era una priorità politica nonché un passo verso una più generale rivoluzione islamista anti-occidentalista. Per questo quando ve ne fu l’opportunità vari gruppi si precipitarono a combattere in Afghanistan, accanto ai gruppi locali di estremisti religiosi.

Parallelamente, i neoconservatori (abbreviato neocon) statunitensi erano una corrente di attivisti politici che, fedeli al pensiero del loro mentore Leo Strauss, ritenevano che l’individualismo liberale[1] avrebbe disgregato la società, e che si dovesse scalzarlo con dei miti in grado di unire le persone. Miti che potevano essere falsi, ma erano utili. Si vede una prima similitudine molto significativa col pensiero degli islamisti. Molto insofferenti del realismo di Kissinger, per il quale le categorie morali erano irrilevanti, vedevano invece la politica estera come una crociata morale: il mito politico che secondo Strauss andava promosso era l’America come forza contro il male e a favore della democrazia. Già attivi alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta, identificavano l’URSS con il potere malvagio da combattere e cercarono di spingere il Governo a combatterla militarmente, anche dipingendola – falsamente – come un potere in rapido riarmo. A livello intellettuale i teorici di punta erano Norman Podhoretz e Irving Kristol, mentre politicamente attivi erano Richard Lee Armitage, vicesegretario di Stato 2001-05, Douglas Jay Feith sottosegretario alla Difesa (2001-05), Richard Perle, presidente del Defense Policy Board (2001-03), Paul Wolfowitz, vicesegretario della Difesa (2001-2005), Michael Ledeen.

Fino agli anni Ottanta i neocon erano generali senza truppe; influenti come gruppo ben inserito negli apparati, ma del tutto privi di una reale base nel paese. Di punto in bianco si trovarono a capo di milioni di devoti adepti. Letteralmente milioni: i cristiani evangelici fondamentalisti. Questo li inserì ancora più in profondità nella galassia repubblicana (molti neocon in origine erano di sinistra), fino a sposare appieno l’orgia di preghiere comuni, incontri sulla Bibbia e inspirate esibizioni di religiosità che ha caratterizzato l’amministrazione di Bush Jr. Un altro punto che li avvicina agli jihadisti: la religione come elemento importante nella sfera pubblica.

Wolfowitz  e Perle – noto con l’affettuoso nomigliolo di  “Principe delle Tenebre” – sono i veri architetti della guerra all’Iraq costruendo quella che passerà alla storia come “Dottrina Bush”. Il primo, già sottosegretario alla Difesa sotto Bush padre (1989-1993) è autore di uno dei primi inquietanti documenti di strategia politico-militare USA del post guerra fredda: la Defense Planning Guidance (1992) in cui, assieme agli due coautori Lewis “Scooter” Libby e Zalmay Khalilzad teorizzava un ruolo per gli Stati Uniti di unica potenza mondiale. Negli anni Novanta con l’avvento di Clinton l’opzione non venne abbracciata, ma riemerse dopo gli attentati dell’11 settembre. Ma ai tempi di Reagan il nemico era inequivocabilmente l’URSS. Anche per loro sconfiggere i sovietici era non solo una priorità ma un passo per una rivoluzione democratica globale portata sulla punta delle baionette americane.

In Afghanistan gli islamisti non erano soli. Nel corso della Guerra Fredda era diventata una pratica corrente delle due superpotenze farsi lo sgambetto a vicenda, e gli USA sostenevano ogni forza con credenziali anticomuniste senza tanto andare per il sottile – anche di marca fascistoide antidemocratica – come parte di un cinico e realistico gioco politico. Già da aprile 1979 funzionari USA si erano incontrati con capi dei ribelli afghani; lieta di chiudere la trappola sui sovietici la CIA avrebbe speso ingenti mezzi per dotare i combattenti di armi e di fare da coordinamento per gli aiuti da paesi come l’Arabia Saudita, appoggiandosi sul Pakistan per organizzare lo smistamento degli estremisti come al-Zawahiri che venivano fatti uscire di prigione dai governi arabi – sperando di non vederli tornare. Una operazione di un nauseabondo cinismo rispetto alle attitudini di tali gruppi, tanto volti al più tenebroso islamismo regressivo (la cui attitudine segregazionista verso le donne sarebbe stata la ipocrita motivazione morale per la guerra del 2001) quanto alle più barbariche pratiche di violenza.

Ma per i neocon, saldamente insediati alla Casa Bianca con Reagan, il sostegno agli afghani era diventata la causa più importante. Sgomitando accanto agli altri gruppi, più intrisi di realismo politico, cercavano di fare quello che il loro mentore aveva suggerito: costruire un mito. Vista la loro crescente vicinanza agli evangelici, la narrativa che cercavano di intestare alla Presidenza era intrisa di nette contrapposizioni morali in salsa apocalittica. La storia non sarebbe un banale scenario di interessi contrapposti da perseguire pragmaticamente, ma il campo di battaglia del bene contro il male.

Nel suo studio su alcuni autori letterari ottocenteschi il critico Peter Brooks ha parlato di “immaginario melodrammatico”: il campo del reale viene visto come l’espressione visibile di qualcosa di nascosto, del conflitto fra forze cosmiche in drammatica competizione, creando una nuova “geografica morale” compensativa dopo il crollo dell’Ancien Régime. Il tipo di retorica neocon produce qualcosa di simile, carica di una connotazione valoriale forte delle parti in campo. Il racconto che ne scaturisce è caratterizzato da personaggi tagliati con l’accetta con nette assolutezze morali, fra cui lo scontro è vividissimo e irreconciliabile. Il famoso discorso di Reagan sull’Impero del Male ne è un esempio eloquente.

Dunque gli USA gettarono la loro potenza nella guerra civile afghana, anche per l’attivismo dei neocon. Un loro alleato importante era il capo della CIA W. Casey, un anticomunista fanatico[2], che fece intensificare gli aiuti ai combattenti antisovietici.

Alla fine i rivoltosi vinsero: l’URSS ritirò le truppe fra il 1988-89, e fra il giubilo dei suoi nemici lo Stato sovietico implose. Entrambi i gruppi furono galvanizzati dalla vittoria: gli islamisti vedendovi il fiume delle rivoluzione globale musulmana; i neocon il risultato della potenza statunitense.

Ma erano fantasmi. Lo sforzo bellico fu quasi esclusivamente a carico degli afghani stessi: gli arabi di quella bizzarra internazionale islamista furono quasi ininfluenti sul piano militare. E dall’altra parte l’URSS, come la CIA ben sapeva, era in grave crisi interna politica ed economica e l’attivismo dagli americanisti neocon aveva semplicemente dato una spinta ad un sistema già al collasso.

Negli anni Novanta entrambi i gruppi si affacciarono carichi di aspettative e speranze. Fallite. Gli islamisti, ispirati da al-Zawahiri, tornando nei loro paesi cercarono di rovesciare i rispettivi governi (specie Algeria e Egitto), ma le masse non li seguirono. Il gruppo di Bin Laden cercava una strategia per uscire dall’impasse, assolutamente lontano da una struttura efficientemente coordinata e centralistica.

I neocon non riuscirono a convincere il presidente Bush padre ad occupare l’Iraq nel 1991, e Clinton vinse le elezioni l’anno seguente.

Solo all’alba del nuovo secolo i due gruppi sarebbero riemersi nell’ombra. Da una convergenza di fatto negli anni Ottanta, si vedranno contrapposti come nemici mortali.

Guerre a precipizio

Mentre il dilagare delle immagini degli attentati dell’11 settembre lasciava una impressione profonda in tutto il mondo il governo USA imprimeva una svolta all’insegna dell’unilateralismo.

L’ora dei neocon era scoccata. Essi avrebbero diretto la politica del paese lasciando segni duraturi. A cominciare da subito. Il 20 settembre 2001 G. W. Bush dichiarò la “Guerra al Terrorismo”: l’America avrebbe perseguito gli attentatori e tutti i gruppi con intenti simili in ogni parte del mondo, con tutti i mezzi senza negoziarli con nessuno. Solo il contesto di forte emotività rese meno chiara la evidente insensatezza di una dichiarazione di guerra ad una tecnica di combattimento (peraltro assai utilizzata dagli alleati degli USA).

Principali direttrici della Guerra al Terrorismo
Autorizzazione all’Uso della Forza 18.09.2001
Dichiarazione Bush 20.09.2001
Patriot Act 23-26.09.2001
Strategia di Sicurezza Nazionale 20.09.2002

Bush aveva ottenuto dal Congresso una risoluzione chiamata Authorization for Use of Military Force il 18 settembre. Si trattava di un assegno in bianco per fare la guerra, e su di essa si basarono le azioni militari in diversi paesi: Afghanistan, Iraq, Libia, Pakistan, Somalia, Siria, Yemen. Restò valida non solo durante tutto il resto di tale amministrazione (2001-08), ma anche sotto Obama (2009-16) e Trump (2017-21). E’ come se la presidenza si fosse accaparrata un permesso permanente di usare le forze armate fuori dei confini, un po’ come il documento consegnato dal cardinale Richelieu a D’Artagnan: “Per ordine mio e per il bene dello Stato, il portatore ha fatto quel che ha fatto”.

 Il 7 ottobre successivo i bombardamenti iniziarono la conquista e l’occupazione dell’Afghanistan, che sarebbe durata fino all’agosto 2021.

A metà 2002 iniziò la campagna di propaganda per una nuova guerra in Iraq, il cui vertice è costituito dalla cd. dottrina Bush della “guerra preventiva”.

Il nucleo del nuovo panorama strategico consisteva nella inutilità della dissuasione da guerra fredda, non più adeguata in un mondo di piccoli gruppi di combattenti sostenuti da dittature senza scrupoli. Non basta essere armati per scoraggiare gli attacchi, occorre agire appena una minaccia inizia a profilarsi, con lo strumento della guerra preventiva. Messa per iscritto nella Strategia di Sicurezza Nazionale del 20 settembre 2002, essa in pratica dichiarava che gli USA avrebbero potuto attaccare chiunque considerassero una minaccia. L’ideale di una unica società globale sempre più interdipendente (seppur segnata dalla primazia statunitense) e pacifica, un filo rosso che da Kissinger arriva fino alla globalizzazione dei Novanta, veniva brutalmente accantonato. Comunità internazionale o no, gli USA avrebbero agito unilateralmente (cioè in base alla propria esclusiva volontà), accantonando leggi internazionali e convenzioni, per mettere al tappeto i propri nemici.

La guerra in Iraq fu molto rapida: dopo una campagna di propaganda intensificata nell’estate 2002 seguì l’invasione alcuni mesi più tardi (marzo 2003) senza particolari difficoltà.

Saddam era il nuovo mostro: la Casa Bianca cercò affannosamente di collegare la leadership irachena agli attentati e al terrorismo internazionale. Si trattava evidentemente di pretesti confezionati oltretutto in modo poco credibile.

E negli apparati USA lo si sapeva molto bene. L’allora zar dell’antiterrorismo Richard Clarke nel suo libro del 2004 riporta che venne fatta una riunione in cui tutte le agenzie e i Dipartimenti furono concordi che non c’era alcun collegamento fra Iraq e Al-Qaeda. Ma per i neocon era il pretesto ideale per realizzare i loro sogni di apocalisse bellica, e la loro presa su Bush si dimostrò molto stretta.

 Sostanzialmente l’occupazione dei territori fu una passeggiata di truppe con tiro al bersaglio annesso: il più potente esercito del mondo, zeppo della più raffinata tecnologia bellica si accanì su uno stato soggetto alle più feroci sanzioni dell’età contemporanea. Ma lo sforzo di controllare il paese, di ricostruirlo dopo la tabula rasa dei bombardamenti e di sedare lo scontento di una accanita guerriglia si sarebbe dimostrato ciclopico.

Un semplice schema delle due occupazioni in parallelo indica la fatica di contenere la situazione se non al prezzo di ammassare sempre più truppe al fianco delle infide forze locali alleate, dei sempre più disinteressati alleati occidentali.

Afghanistan2001-02: invasione e occupazione2003-05 inizia insorgenza taliban2006-09 escalation truppe ISAF: +23mila (2008) +30mila (2009)2010-13 offensiva US e prime negoziazioni2014-17 ritiro US e incremento insorgenza2018-21 colloqui di pace e ritiro US
Iraq2002 campagna di propaganda2003: invasione e occupazione 2004-05 insurrezione2006 guerra civile, 2007 surge (+ truppe US)2011 inizio ritiro US 2012-13 guerra civile settaria2014-17 guerra civile con ISIS2018-21 graduale ritiro US

Ma il concetto di guerra era cambiato: il “nemico” non era più un esercito ma formazioni di irregolari facilmente confusi nella popolazione civile. Vi è una correlazione fra le pratiche del contrasto alla insorgenza (la cosiddetta controinsorgenza) in tali paesi e una prosecuzione della logica di guerra nei compiti di polizia/sicurezza. Il fronte è ovunque.

La guerra interna

Per capire come sia possibile occorre fare riferimento ai documenti chiave della traiettoria strategia della Guerra al Terrorismo. Uno di essi, datato giugno 2002 recita:

“Dobbiamo difenderci da una vasta gamma di mezzi e metodi di attacco. I nostri nemici stanno lavorando per ottenere armi chimiche, biologiche e nucleari […] I nostri nemici cercano di restare invisibili, strisciando nell’ombra […] I terroristi di oggi possono colpire in ogni luogo, in ogni tempo, e potenzialmente, con ogni tipo di arma”.

Tale documento, la National Strategy for Homeland Security dissolve la differenza fra politiche di sicurezza rivolte all’esterno e all’interno del territorio. Lo spazio fuori dai confini e dentro essi è un unico continuum in cui i terroristi possono muoversi e nascondersi se non vengono fermati. Il “nemico” si nasconde nell’ombra, può colpire ovunque; può essere dappertutto. Questa presenza umbratile, minacciosa, ubiquitaria, come può venire contrastata? I servizi di sicurezza devono prevenire ogni possibile minaccia, ogni rischio immaginabile e pensabile. Magari irrompendo armati in casa di un semplice sospetto o ficcanasando impunemente nelle comunicazioni per qualsiasi motivo. Del resto “non si sa mai”, no?

Una logica paranoide non del tutto nuova. Al tempo di Reagan, intorno al 1982-84 i neocon e Casey nutrivano una granitica convinzione che l’URSS intendesse attaccare gli USA. Per la CIA erano solo fantasie e scemenze, ma loro erano tanto convinti che istituirono una Commissione indipendente – infarcita dei necon più fanatici. Che però non trovava alcuna prova, per esempio di un sistema di occultamento dei sommergibili sovietici. L’argomento era allora che il sistema era così perfetto da non essere rilevabile. L’assenza di prove era la prova stessa. Questa circolarità del ragionamento, che non consente più alcun elemento esterno di verifica ma è configurato per destituire ogni obiezione critica pare un tratto tipicamente paranoide, e si può facilmente capire come si traduca una qualche forma di delirio istituzionalizzato. Se a carico di un sospetto non vengono trovate prove non significa che sia innocente, ma che è ancora più pericoloso del previsto perché è stato molto abile ad occultarle.

Il terrorismo diventava la matrice di una emergenza permanente, in nome della quale diritti e garanzie potevano venire accantonati. Il Congresso USA approvò in fretta e furia un testo che aumentava i poteri dell’Esecutivo sul piano della sicurezza: il Patriot Act. Contemporaneamente in molti stati venivano approvati provvedimenti che intensificavano le capacità repressive degli apparati di sicurezza. Una comunicazione ansiogena e allarmista dei media seminava la psicosi di una qualche quinta colonna, un nemico interno misterioso e oscuro.

I primi frutti di tale logica furono presto visibili. Nella fase di occupazione fra il 6-17 dicembre 2001 i soldati USA cercarono gli uomini di al-Qaeda sulle alture di Tora Bora, un complesso montuoso al confine col Pakistan. Non ne trovarono alcuno, ma i loro alleati afghani della Alleanza del Nord consegnarono loro alcuni prigionieri (erano state offerte cifre esorbitanti anche per gli standard di paesi meno poveri per la consegna di terroristi dell’organizzazione); essi furono privati di ogni garanzia giuridica e diritto di difesa, trasferiti fuori del territorio nazionale, nella base di Guantanamo a Cuba. Vennero negate loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra, essendo definiti “combattenti nemici” anziché prigionieri.

Un principio sinistro e pericoloso che venne attuato su larga scala: un numero sconosciuto di sospetti venne arrestato e deportato segretamente in paesi alleati dove maltrattamenti e torture non comportavano conseguenze legali quali Egitto, Giordania, Marocco e Uzbekistan. Si pensa che centinaia di persone siano state coinvolte in tali cd. “extraordinary rendition” . La privazione dei diritti basilari di un gran numero di persone, l’ammissione di aver usato la tortura, senza che alcuno dei governi coinvolti venisse costretto a dimettersi per tali inaudite violazioni ha fatto parlare di un sostanziale declino della civiltà giuridica occidentale. I governi della “coalizione dei volenterosi” si erano sempre più trasformati in ciò che avevano promesso di combattere: centri di potere dediti all’uso del terrore per i loro obiettivi e inclini alle più spregevoli brutalità.

Contrariamente a quanto ritenevano molti oppositori che provavano orrore per le politiche di Bush, non si trattava di novità assolute. Gli USA avevano credenziali eccellenti in fatto di torture, sostegno a terroristi e omicidi, bombardamenti, rapimenti e detenzioni arbitrarie. Ma la congiuntura aveva dato potere ai neocon che non solo infiammavano di retorica suprematista e apocalittica tali pratiche, amplificandole, ma tendevano a rivendicarle apertamente come nuova legittimità esplicita. Che tutto ciò fosse davvero funzionale agli interessi degli USA è ben più che dubbio; e i realisti – rotti ad ogni machiavellismo ma consci che la pura forza va accompagnata da una certa presentabilità – scuotevano la testa, in attesa di tempi migliori.

Il costo di una guerra privatizzata

Di fatto dal 2002 iniziò una serie di interventi militari, a partire dalle due invasioni il cui bilancio lascia sgomenti. Il ventennio di guerre secondo il Watson Institute for International and Public Affairs 2001-2021 consta di un bilancio impressionante.

Bilancio di venti anni di guerre
costo valutato come 8 trilioni di dollari a carico degli USA;
un computo di circa 929mila vittime;
azioni militari in 7 paesi (Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen, Somalia, Pakistan) con truppe o droni;
38 milioni di sfollati, divenuti emigranti o sfollati interni ai rispettivi paesi

8 trilioni sono 8mila miliardi di dollari, quattro volte il PIL dell’Italia. Una cifra assurda, se si considera che sono cifre superiori a quelle spese nella Guerra Fredda confrontandosi con una potenza militare di primo piano come l’URSS (sia pure solo accumulando armi) e non con alcuni dei paesi più poveri del mondo – alcuni dei quali non dispongono nemmeno di armamenti da quella quali contraerea, carri armati e simili.

Vent'anni dopo l'11/09. Guerre, repressione del dissenso e narrative religiose apocalittiche all'insegna della paura

Il motivo di tali costi esorbitanti risiede da un lato nella curvatura paranoide del paradigma di sicurezza prima delineato: qualsiasi cosa può costituire un pericolo, e compito delle autorità è di occuparsi di ogni minaccia possibile che può tradursi in atti di terrorismo. Dall’altro nel fatto che tale impostazione si è tradotta in una possente domanda per le aziende private. L’amministrazione Bush considerò suo compito staccare assegni per le aziende di sicurezza, tanto per la fornitura di servizi e personale quanto per la produzione di tecnologie.

Va accennato al fatto che a dispetto del loro “idealismo” diversi neocon erano gravati di conflitti di interesse: il vicepresidente Cheney pappa e ciccia con il fornitore Halliburton, sua moglia Lynne nel cda della Lockeheed; Perle a sua volta aveva interessi nella Trireme Partners LP, azienda che vive di contratti governativi della fornitura di armi. E tutti avevano legami più che solidi con quel coacervo mostruoso di riviste, pensatoi, associazioni e gruppi di pressione che fa da cinghia di trasmissione fra grandi aziende, apparati, associazioni e gruppi politici a base repubblicana.

Tanto vecchi fornitori della Difesa che nuovi soggetti che accorrevano per attingere alla nuova cuccagna del “mercato antiterrorismo” macinarono profitti quasi incredibili. Addirittura venne istituzionalizzato un gruppo per collegare le aziende emergenti di venture capitalism in prodotti di sicurezza: il Defense Venture Catalyst Iniziative divenne un ufficio del Pentagono (che non sopravvisse a Bush) a tale scopo. Lo statalismo bellico più plumbeo a braccetto con l’anarchico ed avido capitalismo finanziario a livelli inediti. Sembra una distopia malata ma è un processo reale che non solo ha reso profitti osceni con esiti modesti a livello imbarazzante, ma ha creato una più ampia sezione di quel complesso militare-industriale che è sopravvissuto ai suoi creatori, attraversando dopo Bush le amministrazioni di Obama e Trump, e che è forse la più velenosa eredità del primo decennio. Un complesso di sorveglianza globale svincolato da ogni controllo democratico, opaco nelle sue responsabilità e saldamente radicato nell’establishment del paese, oltre che essere una macchina mangia-soldi a spese del contribuente.

Buona parte di tutto questo riuscì a sopravvivere al cambiamento di amministrazione e a transitare attraverso l’era di Obama per sbarcare nel terzo decennio del secolo: l’epoca attuale.


[1]    Va specificato che nel contesto USA “liberale” è spesso riferito a una agenda di riformismo sociale non schiettamente liberista.

[2]    Incaricò i suoi agenti di confezionare un rapporto che dimostrasse che dietro agli attentati terroristici compiuti da vari gruppi – alla RAF tedesca alle Brigate Rosse, dall’IRA ai palestinesi – c’era sempre l’URSS. Gli venne risposto che era impossibile, perché la principali prove a tal riguardo erano costituite da propaganda falsa diffusa dalla stessa CIA! Casey non si arrese, finché non trovò un sedicente “specialista di affari sovietici” disposto a suffragare il punto. Ma gli analisi dell’Agenzia sapevano bene che si trattava di menzogne.

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