Il trionfo della Psichiatria


25 Ott , 2021|
| 2021 | Visioni

Il tonfo della reciprocità

“Nel momento in cui l’uomo perde l’occasione di vedersi, di accettarsi nella propria fattità attraverso l’oggettivazione datagli dalla presenza dell’altro, perde la possibilità di uscire dalla molteplicità per porsi in opposizione; perde dunque la reciprocità dell’incontro con l’altro che invade il suo spazio senza trovare più barriere né resistenze. L’intervallo si chiude o si dilata, le ordinate strutture del Dasein si spogliano: l’uomo perde la propria alterità lasciandosi scegliere dall’altro.”  

(da “Corpo,sguardo e silenzio”  F. Basaglia 1965)

La psichiatria è un affare da maneggiare con cautela può essere estremamente pericoloso fidarsi di una diagnosi che pretende essere la quintessenza del tuo stare al mondo. Una diagnosi psichiatrica è tutto sommato risolutiva, ti definisce, e può essere addirittura tranquillizzante. Tant’è che anche nel nostro eloquio quotidiano usiamo termini quali narcisista, depresso/a, borderline, disturbo di personalità, eccetera, per presentarci al mondo. La storia personale si allontana sullo sfondo per dare posto a una rapida e sintetica definizione. Il bambino vivace è un ADHD, gli insegnanti si concentrano sospettosi sui comportamenti in età evolutiva e anche loro fanno diagnosi. Stiamo assistendo al trionfo della psichiatria, la tristezza è tout-court depressione, sulla quale si agisce in maniera elettiva con la vasta gamma di prodotti messi a disposizione dalla farmacopea. I nostri stati d’animo possono essere modificati da una sostanza esogena alla chimica del corpo. In fondo è l’utopia resa realtà, trent’anni fa un antidepressivo, il primo commercializzato come inibitore del re-uptake della serotonina, venne lanciato sul mercato come “la pillola della felicità”, e tristezza, abbattimento, scoraggiamento, demoralizzazione, melanconia, uggia, irritazione, stare in pensiero per qualcosa, giù di tono, o di umore divennero di colpo depressione. Comodo, no? Nel DSM III e IV poi, venne isolato un altro “disorder” che non è depressione, è qualcosa di meno intenso, di più – come dire – soffuso: la distimia, disturbo per il quale non va prescritto l’antidepressivo ma una molecola di altra classe, una diagnosi in più, un farmaco in più. Nei sistemi classificatori in voga si è fatto strada il concetto di “spettro” ad esempio “spettro bipolare”, e qui ci si può davvero sbizzarrire, si può andare da una manifestazione di entusiasmo all’agitazione psicomotoria in un continuum che prevede comunque la prescrizione di uno stabilizzatore del tono dell’umore.

Nel 1923 fu rappresentata per la prima volta un’opera di Jules Romains “Il trionfo della Medicina”. Quasi un secolo dopo, la psichiatria rappresenta una piece ancora più radicale: il DSM V, e lì ci siamo tutti ridotti in diagnosi psichiatriche, nessuno può sfuggire a una diagnosi, così come il dr. Knock riusciva nella commedia di Romains a affibbiare una diagnosi a chiunque gli si parasse di fronte, oggi allo psichiatra del C.S.M. è impedito di non fare diagnosi dallo stesso sistema informatico utilizzato nei Centri di Salute Mentale. Non è prevista dal sistema una non diagnosi, altrimenti il tempo trascorso a ascoltare una persona non è valutato dal sistema, è come se tu – medico – fossi andato al bar. La diagnosi psichiatrica come “mission”, quindi. Un esempio: il sistema informativo non riconosce una “deflessione del tono dell’umore slatentizzata da perdita del posto di lavoro”, ma “Depressione”; sì, al più se sei proprio raffinato clicchi su “Sindrome da maladattamento di tipo misto”, a diagnosi corrisponde adeguata terapia farmacologica. I criteri diagnostici più utilizzati sono il già citato DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), prodotto dall’American Psychiatric Association, e l’ICD 10 dell’International Classification of Diseaseas, proposta nel 1992 dall’OMS, che è quello a cui ci si riferisce ufficialmente nelle statistiche del sistema sanitario, (si è giunti alla undicesima edizione dell’ICD).

All’interno dei C.S.M., quindi, il ruolo preponderante è quello del medico, che dispensa diagnosi e farmaci secondo i criteri della Evidence Based Medicine. Intnorno a lui ruotano, come pianeti intorno al sole, le altre figure professionali: psicologo, infermiere, assistente sociale, tecnico della riabilitazione psichiatrica. Ma, tutto questo, cosa ha a che fare con la lotta per la chiusura dei manicomi culminata nel 1978 con la legge 180, che ha poi generato i Dipartimenti di Salute Mentale, e che saldava il contesto di appartenenza alle problematiche della salute mentale delle persone?

Il nostro paese è fornito della rete di servizi territoriali di salute mentale più fitta e capillare al mondo, attualmente lo scopo prioritario sembra essere scovare le “evidenze” che definiscono la malattia mentale attraverso criteri scientifici riconosciuti a livello planetario, ma in tutto il mondo vi sono i manicomi, e diventa veramente un po’ azzardato comparare le nostre pratiche con situazioni tipo internamenti in ospedale psichiatrico.

Un’aporia insolubile che produce uno stallo cognitivo negli operatori, nonché autentici disastri nelle persone che si rivolgono a servizi, che è eufemistico definire scissi: una scissione che ormai non può che provocare danni. Un’autentica involuzione tolemaica che con l’alibi di un maggior rigore scientifico ha letteralmente gettato nelle tenebre un percorso umano e scientifico dove la sofferenza del disagio psichiatrico veniva compresa da tutta l’equipe attraverso i rispettivi punti di vista, e nella condivisione emergeva uno stile collettivo di lavoro, sempre all’interno delle specificità del contesto di appartenenza. Ora tutto si può spiegare con una diagnosi, a Milano come a Minervino Murge, gli operatori della psichiatria, da intellettuali del sapere pratico sono passati a passivi esecutori di ordini. Espropriati delle loro capacità critiche e in balia di impersonali criteri estranei alla loro stessa ragion d’essere.

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