Bitcoin: un’utopia libertaria o uno strumento nelle mani della finanza globale?


28 Ott , 2021|
| 2021 | Visioni

E’ notizia recente che lo stato di El Salvador ha legittimato l’utilizzo del bitcoin sul territorio nazionale come mezzo di pagamento – accanto alla valuta ufficiale che è il dollaro statunitense -, primo stato al mondo ad aver reso legale la criptomoneta nel proprio sistema economico e finanziario[1]. Già da tempo nei paesi che si distinguono per una scarsa diffusione di infrastrutture bancarie, o in cui vi è poca o nessuna possibilità di accesso al credito, le persone utilizzano le valute digitali come surrogato delle monete ufficiali per  le necessità quotidiane. [2]

Cosa si sta definendo di nuovo nell’ambito monetario a livello globale, tale che i regolatori istituzionali sono costretti a muoversi allertati dalle percentuali altissime di sviluppo di questa tecnologia?

Il mondo dei bitcoin è complesso e per capirlo occorre creare un distinto quadro d’insieme, non facile da abbracciare in un colpo solo.

Giova chiedersi innanzitutto: il bitcoin è una moneta? Se per i suoi estimatori la domanda non è neanche da porsi perché il bitcoin non solo è una moneta ma sarà la moneta del futuro, in realtà esso non assolve nessuno degli attributi che identificano il denaro ossia in sintesi: l’essere una unità di conto che fissa i prezzi delle merci, emessa da un’autorità centrale che fa da garante, e che fa riferimento ad  un bene sottostante che ne assicura il valore, il quale  può essere una merce rara (come è stato l’oro fino alla fine degli accordi di Bretton Woods) o la forza economica e militare di una nazione. Il bitcoin non ha questi requisiti e non deve averli perché è stato inventato per rispettare una rigorosa dinamica peer to peer (a tu per tu) che esautorasse la centralità di banche e istituzioni nel movimento del denaro. La struttura che permette tutto cio’ è una blockchain, la vera anima rivoluzionaria di tale prodotto. La blockchain è il registro pubblico di tutte le transazioni che avvengono in bitcoin, su cui viene identificata l’operazione finanziaria e ne viene registrata in modo immodificabile la storia. 

Ma se il bitcoin non ha nessun organo finanziario a tutelarne l’esistenza e non ha nessuna riserva di valore a garanzia, e che non può rientrare nemmeno nella definizione più tradizionale di moneta da dove deriva il proprio valore? Detto in altro modo: chi si occupa di scrivere per la prima volta l’origine di un bitcoin?

Il bitcoin è un bene digitale finito (scarso) che viene prodotto da un’attività di mining (estrazione) che consiste nel risolvere una stringa alfanumerica imposta da un algoritmo. Può sembrare complesso ma è molto semplice. Inizialmente si è costituita una comunità intorno a un’idea concepita da un fantomatico personaggio giapponese il cui sogno, in seguito alla crisi mondiale del 2008 innescata dallo scoppio della bolla finanziaria dei mutui subprime, era quello di svincolarsi dal potere di banche e finanziarie. Egli ha messo a punto un protocollo, sostenuto da una piccola confraternita di seguaci, che diceva più o meno così: un algoritmo produce dei  quiz digitali (delle stringhe alfanumeriche da decrittare), chi condivide questa idea si organizza per  avere la capacità di decrittare, di risolvere questi quiz. In cambio riceverà una registrazione su un registro pubblico (la blockchain), un’autenticazione o “francobollo”.  Il valore di questo francobollo (cioè di questo sblocco o autenticazione digitale della soluzione) è dato dal riconoscimento da parte della comunità di questa capacità di calcolo. Inizialmente era necessaria poca potenza e poco tempo per risolvere ogni singola sfida generata dall’algoritmo, vi partecipavano poche persone e il valore del “francobollo” era ridotto. Oggi è molto più complicato, visto l’interesse suscitato e il maggior numero di persone che vi si dedicano, e necessita di strumentazioni molto più potenti.  Infatti il suo valore è cresciuto esponenzialmente seguendo la regola che più aumenta la richiesta di una merce scarsa più ne aumenta il prezzo.

L’oro poteva ben fungere da controvalore equivalente alla moneta a causa della sua scarsità e del dispendio di energie umane da mettere in campo per la sua estrazione e tali proprietà sono presenti anche nella struttura dei bitcoin.  Il protocollo messo a punto dal suo creatore fa in modo che la loro produzione sia limitata; cioè l’algoritmo mette a disposizione 25 bitcoin per ogni blocco e non di più, per un totale di 21 milioni di bitcoin oltre i quali non è più possibile estrarne.

I bitcoin così estratti si trovano posizionati al di sopra di stati e banche – e questo ne rappresenta il movente ideologico più forte ovverossia ricorrere a un sistema che toglie arbitrarietà ai governi e considerato come strumento di liberazione da un sistema economico che ha fatto del debito uno strumento di schiavitù. Ciononostante  vengono ad assumere un ruolo commerciale e finanziario,  in quanto il loro possessore attraverso piattaforme exchange può utilizzarli, quando accettati, per l’acquisto di beni e servizi, o trasformarli in altre valute. E’ pertanto questo doppio aspetto di moneta disintermediata ma utilizzabile come controvalore per gli scambi commerciali a renderlo uno strumento sul quale si sta dirigendo l’attenzione di molti aumentandone la diffusione su scala globale.

D’altra parte nel mondo globalizzato di oggi, dove si delinea una nuova guerra fredda tecnologica e nuove strategie geopolitiche per la sicurezza degli stati fondata sul controllo e il possesso delle informazioni, non può destare sorpresa che il valore di una moneta sia incentrato su una stringa informatica che racchiude un’informazione (bit= informazione).

Se questa tecnologia può provocare perplessità non si può fare a meno di notare che tutta la finanza sta diventando sempre più una questione di linee di codice e algoritmi. Gran parte dei fondi di investimento sono diventati fondi “passivi”, ovvero fondi che investono e disinvestono lasciando ad algoritmi complessi la funzione di seguire gli indici dei mercato azionario.

Dunque il sistema bitcoin è un giano bifronte: può essere tanto un’opportunità  quanto  un altro strumento del sistema finanziario globale, appannaggio di una ristretta elite, che riproduce denaro tramite il denaro e che elude i sistemi fiscali dei vari paesi.  Dal primo lato, in quei paesi in cui le strutture bancarie/finanziarie non sono sviluppate, come si diceva all’inizio, o che sono spesso assoggettati a politiche monetarie esterne aggressive, ecco che la possibilità di utilizzare un mezzo di pagamento libero e neutrale incide sul modo di esistenza delle persone. Inoltre l’utilizzo di moneta digitale protegge i risparmi dai tassi di svalutazione delle monete domestiche- spesso oggetto di speculazione dei grandi fondi globali-, e annulla le commissioni bancarie legate al trasferimento di denaro da un paese all’altro che possono incidere anche di un terzo sul valore dell’operazione.  Per il secondo aspetto è altresì evidente che le banche private, dopo i primi istanti di sconcerto, e pur sfuggendo al loro controllo, hanno fiutato che il bitcoin può essere strumento di speculazione.

L’antropologo francese Etienne Perrot  sostiene essere in atto con l’adozione delle cripto valute su scala di massa, una mutazione antropologica che, con la rimozione degli intermediari classici mediante l’utilizzo della blockchain,  spinge all’estremo la tendenza culturale che fa perno sull’individualismo, caratteristica del sistema neoliberale, svalutando l’istanza politica fondata sulla comunità.[3] Ma l’idea originaria del suo inventore – noto con lo pseudonimo Satoshi Nakamoto– era conseguente  a una visione economico-politica di società alternativa, ossia quella di una democrazia diretta che si esprimesse in una società fondata su un approccio cooperativistico tra le persone, in cui alcuni beni sono considerati non suscettibili di essere posseduti da alcuno. Alternativa rispetto alla visione più tradizionale di una società fondata su autorità centrali che esercitano vasti poteri e sulla interrelazione tra pubblico e privato (con tutte le distorsioni a cui il bene pubblico è soggetto in questo scambio).

Allo stato delle cose siamo in grado di attribuire alla cripto valuta questa funzione o non è fondamentalmente un’altra torsione verso la speculazione?

Lo spirito anarchico dell’origine si è ampiamente perso. Ai minatori solitari oggi si affiancano le mining pool , delle potenti società big-tech che tendono ad acquisire grandi percentuali di capacità estrattiva e dunque di possesso di bitcoin.

Tuttavia la sua rivoluzione non è esaurita. Pensiamo appunto alla possibilità di chi non ha accesso al credito di instaurare un regime di scambi funzionante e autonomo, svincolato dalla finanza tradizionale. Oppure da chi è incorso a interdizioni  del tipo Wikileaks, il cui sito è stato chiuso nel 2010 e alla quale sono state impedite le transizioni di denaro da parte dei maggiori circuiti di credito, e sopravvive solo perché il suo fondatore Julian Assange riceve metà delle donazioni in bitcoin e in altre monete virtuali.

L’originalità consiste anche nell’avere un valore simbolico che diffonde un’altra narrazione  riguardo la moneta, che può ritornare a riunire una comunità invece di creare una parvenza di essa intorno al consumo infinito di merci. Per tale utopico messaggio la riteniamo affine a chi professa il sovranismo monetario, sebbene siano molti i fattori che li differenziano.

Un punto a sfavore di tutte le tecnologie informatico/digitali di cui i bitcoin fanno parte -che la politica non ha minimamente compreso infatuata e posseduta dal nuovo spirito della digitalizzazione del globo-, è di essere estremamente energivore e che non sono affatto al servizio della inversione di tendenza dei cambiamenti climatici  Elemento solo in apparenza evanescente e immateriale, il digitale è un settore che necessita di enormi infrastrutture materiali: di server adibiti alla conservazione dei dati e di tutto ciò che funge al loro funzionamento. Strutture stipate nelle cloud cities[4] (“città-nuvole”), vere e proprie  città specializzate nell’archiviazione dei dati.

Se non si può costruire un’idea di società esclusivamente intorno alla moneta, è fuor di dubbio però il potere coercitivo che questa detiene su stati e popolazioni per mezzo degli organismi  internazionali, i quali esercitano un neocolonialismo candido e ovattato sui paesi che tentano di uscire dalla povertà e che ricevono forzosamente in cambio sottomissione economica e politica.


[1] Nayb Bukele presidente del Salvador ha annunciato a giugno 2021 la proposta di legge per rendere corso legale i bitcoin, approvata dal Congresso cinque giorni dopo. Diversi paesi della regione stanno considerando l’adozione di criptomonete. Tra questi spicca Cuba. Fonte Il Sole 24Ore.

[2] La lista è molto lunga e comprende:  Vietnam, India, Pakistan, Ucraina, Kenya, Nigeria, Venezuela; Togo, Argentina, Colombia, Thailandia, Cina, Brasile, Filippine, Sud Africa, Ghana, Russia, Tanzania, Afghanistan. Cfr., Il Sole 24Ore, del 10/10/2021.

[3] Cfr. Etienne Perrot, da Civiltà Cattolica, n.4112 del 16/10/2021.

[4] Cfr. Le Monde Diplomatique, “Il digitale distrugge il pianeta”, 18/10/2021

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