Manifesto per un poliamore disciplinare: critica della monogamia universitaria


8 Nov , 2021|
| 2021 | Voci

“E’ sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, […], le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa sia conoscere”

(Edgar Morin)

“An expert is one who knows more and more about less and less until he knows absolutely everything about nothing.”

(Nicholas Butler)

Avevo diciannove anni quando feci il mio primo colloquio di ammissione all’università. Un docente mi chiese, dopo aver terminato le domande nozionistiche di rito, quali fossero i miei interessi disciplinari specifici e io risposi in tutta sincerità: amavo praticamente tutto. Non c’era qualcosa che a priori sovrastasse il resto. Mi piaceva l’idea di poter potenzialmente muovermi tra tutto e soprattutto pensavo che tutto fosse connesso a tutto il resto. Non mi davo dei limiti prestabiliti: per me la cosa fondamentale era costruire un percorso che mi permettesse di essere utile per la collettività. La sua risposta -che sul momento mi sconvolse- e tutta la portata di significati e rappresentazioni inscritti al suo interno, ha avuto bisogno di anni per essere metabolizzata nel modo giusto.

Prima mi etichettò come “confusa” perchè non avevo in mente un settore in cui volevo specializzarmi e poi mi salutò umiliandomi con un: “Allora il prossimo anno chi lo sa, la vedremo iscritta a scienze sociali e matematica! Buona fortuna!”. Ricordo il senso di spaesamento che mi sovrastò uscita da quella stanza e quanto mi sentii profondamente sbagliata.  Per me – prima di quella conversazione – non c’era niente di confuso: tutto ciò che ci riguardava come esseri viventi aveva lo stesso valore e meritava lo stesso interesse. Era la società e la sua struttura “professionalizzante” che mi imponevano di scegliere, di perimetrare i miei confini mentali, ma questo lo capii molto più tardi.

Passai le due ore di treno di rientro a casa a pensare a questa frase. Il mio pensiero ritornò indietro di un decennio, alla terza o quarta elementare e al mio primo grande amore: Leonardo Da Vinci. Da bambina ero follemente innamorata di lui e di quelle parole astruse e misteriose -per la me di 8 anni- che in ogni sua biografia gli affibiavano: “eclettico”, “poliedrico”, “transdisciplinare”. Penso, ridendo a come avrebbe scritto la sua biografia il docente che mi fece il colloquio. Sarebbe andata più o meno così: ”Leonardo Da Vinci: scienziato, filosofo, architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, matematico, anatomista, botanico, ingegnere e progettista. Essenzialmente uno dei più grandi confusi mai esistiti nella storia del genere umano.”

Tralasciando il fatto che poi in quella facoltà ci entrai, ma date le premesse fuggii a gambe levate, quell’evento è stato solo il preambolo del mondo che mi stava aspettando e del senso di soffocamento che mi avrebbe provocato poi, ma divenne anche la miccia d’innesco di anni di riflessione che riemergevano in un grande senso di preoccupazione, tradotto fondamentalmente in due domande: Questa frammentazione da dove derivava? E potenzialmente che connessione aveva (ha) con l’incertezza e il disastro generale in cui siamo immersi – climatico, sociale, economico-?

Per aiutarci nel districarci in maniera efficace in questa storia complessa (teniamo a mente questa parola che ci servirà dopo), dobbiamo fare una premessa che non è niente di rivoluzionario: nella cultura di massa il sapere filtrato ed erogato dalle istituzioni non è mai davvero totalmente libero ma anch’esso deriva dalle leggi economiche della domanda e dell’offerta, supportando la creazione di percorsi che creino figure che così si adeguino alla direzione del mercato, o dando finanziamenti a dipartimenti di ricerca circoscritti a qualche settore che in quel momento storico cavalca il trend. Ne sono la prova schiacciante le classifiche che i media e le istituzioni stesse generano, deliberando quali siano le competenze utili e necessarie per entrare nel mondo del lavoro. (Per questo argomento vi rimando ad un post di Alessandro Sahebi che di recente è entrato più nel dettaglio nel discorso in modo chiarissimo (1)) Non è infatti un’eccezione tra i ragazzi e le ragazze scegliere facoltà sulla base di queste spinte.

Senza doverci immergere in un lungo excursus storico sulla trasformazione dell’educazione, ci basti focalizzarci su due passaggi fondamentali che hanno strutturato la nostra cultura occidentale, concorrendo al processo storico-culturale che ha prodotto la frammentazione in cui siamo immersi. Il primo fattore è la separazione netta tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche e il secondo è la divisione del lavoro che la Seconda Rivoluzione Indistriale ha generato.

Per quanto riguarda la separazione tra saperi, il contesto va fatto risalire soprattutto alla rottura tra le cosiddette scienze dure e quelle “molli”. Dove contemporaneamente l’essere umano veniva slacciato da tutto ciò che lo circonda e lo attraversa, questa perimetrazione rigida dei confini ha influenzato tutto ciò che culturalmente è seguito.

A ciò si aggiunge ciò su cui poi l’applicazione di tali discipline si è strutturata: il lavoro. Nel 1776 Adam Smith pubblicava “La ricchezza delle Nazioni”, che descrive quello che sarebbe stato uno dei punti centrali della logica economica dei secoli a venire: la suddivisione del lavoro. Questo modus operandi e vivendi si è totalmente radicato nella logica economica ortodossa, per la quale l’interesse – iperspecializzato – di ognuno in linea teorica contribuirebbe, grazie alle logiche di mercato neoliberiste, al bene comune attraverso la “sana e meritocratica” competizione. 

E’ innegabile che la frammentazione del lavoro abbia come vantaggiola  velocizzazione dello stesso ma questo vantaggio è applicabile primariamente al modello in cui è nato: il lavoro in fabbrica, pensiamo infatti alla frammentazione burocratica quanto invece rallenti i processi. ha conseguenze di dissipazione del senso complessivo. La necessità complusiva di accorciare i tempi deriva da logiche prettamente produttive basate sullo sfruttamento. Nella frammentazione del lavoro a nessuno è richiesto di essere al corrente del disegno piu grande, e degli effetti dell’intero operato. L’iperspecializzazione ci rende solo ingranaggi per mantenere in modo efficiente un sistema economico.  La divisione delle facoltà deriva infatti dalla logica economica dell’efficienza e del fatto che se il lavoro è diviso in sottoparti piu specializzate, si ha un miglioramento in termini di costi, velocità e qualità.

Di recente mi è capitato di ascoltare un meeting di un’amica, insegnante di scuola elementare, e le sue colleghe. Il punto centrale del giorno era la spartizione delle ore per l’anno successivo. La maestra delle discipline scientifiche dichiarava la necessità di aumentare le sue ore, a discapito di quelle umanistiche. Le ragioni espresse in tono estremamente concitato – cito – “Senza nulla togliere alla bellezza di quelle materie, ma il mondo sta andando in questa direzione e dobbiamo adeguarci!”.

Tralasciando il fatto dell’effettivo potere decisionale di un Consiglio Docenti sulla distribuzione delle ore e che non è certo un caso che fa statistica, la frase mi scioccò non tanto per l’innegabile e glaciale pragmatismo ma per il fatto che derivasse dal luogo che più dovrebbe rappresentare la (prima) palestra del pensiero critico.

Senza scadere in spiegazioni che hanno una sorta di melenso sapore  pseudonostalgico rispetto all’ importanza e la bellezza delle materie umanistiche, possiamo fare un’analisi profonda e critica del perchè non solo sia stato e sia insensato ma sia addirittura dannoso “adeguarsi” alla spinta monodimensionale del sistema, e come questo danno non sia solo a discapito del singolo ma della collettività tutta su più livelli.

Uno dei massimi esponenti della reintegrazione necessaria tra le discipline è stato il sociologo e filosofo Edgar Morin noto per la “teoria del pensiero complesso”, raccolta e sviscerata in una produzione più che prolifica (2), che nasce dalla riflessione su quello che ritiene un paradosso insostenibile rispetto ai sistemi educativi moderni e contemporanei: il modo in cui si insegna la conoscenza non rispecchia minimamente il modo in cui la realtà è strutturata, ovvero in modo complesso. Una specificazione essenziale che va fatta è la distinzione tra complicato e complesso. Brevemente, è complicato qualcosa che si riferisce più ad un oggetto burocratico che però potenzialmente potrebbe essere ridotto a qualcosa di più semplice, ma per qualche ragione diventa macchinoso e lento nei passaggi. Complesso invece si riferisce a qualcosa che riguarda la struttura stessa di un oggetto, che non può essere ridotto a qualcosa di più semplice in quanto è composto da interconnessioni e stratificazioni che sono interdipendenti e inseparabili. Esempi di sistemi complessi siamo proprio noi in quanto esseri umani, nella nostra struttura indivisibile di soggetti bio-psico-sociali.

Secondo Morin, il fatto che la percezione dei sistemi complessi sia stata soppiantata dall’esacerbazione e dal primato dell’iperspecializzazione settoriale monodimensionale, è ciò che ha creato come diretta conseguenza l’incapacità diffusa di concettualizzare prima, e gestire poi la complessità contemporanea, in quanto non formati ad utilizzare strumenti che considerino contemporaneamente “il globale nel locale e viceversa”. Il punto però non è la specializzazione in sè. Se pensiamo alla quantità di informazioni da gestire provenienti da livelli e aree diverse, essere onniscenti è un delirio di onnipotenza. Il cortocircuito che evidenzia Morin riguarda l’effetto di abituazione dell’utilizzo totalizzante di quella che dovrebbe essere solo una lente che colloca i saperi in compartimenti stagni, la cui diretta conseguenza si riassume nell’incapacità di collocare un’informazione nel suo contesto naturale che è di per sè complesso. In pratica la lente che ci forniscono in dotazione il nostro sistema educativo e culturale, è totalmente inadeguata a far fronte alla comprensione critica del mondo -soprattutto quello contemporaneo globalizzato e le sfide che rappresenta- e probabilmente è uno dei motivi che hanno concorso al disastro ambientale e all’apparente difficoltà di assimilazione collettiva e maturazione dell’urgenza di contromisure, tanto da avere la necessità di aprire una linea di ricerca in “comunicazione della condizione e del rischio dei cambiamenti climatici.”

Mi sembra allora che prendendo in prestito il termine “poliamore” questo possa essere utile a metaforizzare la direzione necessaria per la formazione alla conoscenza. Ora quello che io chiamo “poliamore disciplinare” viene etichettato dagli atenei come “corso interdisciplinare”, un format che sta prendendo piede proprio dalla presa di coscienza della necessità di far conversare in maniera sinergica le discipline (3). Pur essendo questo un segnale positivo, è necessario intavolare una discussione che si diffonda a tutti i livelli.  Deve essere visto solo come un tassello che faccia da ponte verso una discussione dei paradigmi dell’educazione. Lottare per una ricongiunzione dei saperi e per l’esaltazione dell’importanza della loro interdipendenza non è un capriccio da “radical chic”, è una vera e propria lotta per il diritto alla consapevolezza e, sul lungo termine, al benessere collettivo. Se pensiamo a cosa significhi il concetto di potere si può riassumere nel controllo di risorse e informazioni. Non avere la possibilità di conoscere nel modo più aderente alla realtà possibile le informazioni significa -secondo la mia opinione- essere privati di un diritto. E inoltre, citando Morin: “L’indebolimento di una percezione globale conduce allora all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende ad essere responsabile solo del proprio compito specializzato. Mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza”.

Oltre al diritto alla consapevolezza, un contributo interessante è quello di Martha Nussbaum, filosofa statunitense che con il suo testo “Not For Profit – Why Democracies Need the Humanities” (4), riassume quella che etichetta come “crisi silente” ovvero il declino delle materie umanistiche e dei finanziamenti agli atenei che si occupano di tali discipline a vantaggio di quelle tecnico-scientifiche e di come questo si ripercuota sui sistemi democratici e la loro lenta dissipazione.

Quello di cui necessitiamo come società è una reintegrazione dei saperi attraverso quella che il fisico teorico della complessità, Fritjof Capra chiama “Visione Sistemica” (5), una visione che non ha conseguenze solo su come studiamo la realtà ma soprattutto su come la percepiamo.Come avevo già indagato in un precedente articolo (6), la necessità più grande attualmente è quella di una reintroduzione dell’antropologico nell’ecologico, nel senso di più profondo del termine. Ecologico non solo nell’accezione ambientalista ma nella sua versione profonda ovvero: sistemica, interconnessa e interdipendente, che come direbbe Morin è la conoscenza che più si avvicina alla struttura della realtà.

Il punto non è demonizzare totalmente la settorializzazione ma riconoscere il fatto che sia solo una lente temporanea attraverso cui osserviamo la realtà. L’inghippo sta nel non sapersi muovere fluidamente in quello che potremmo vedere come una rete su cui possiamo zoommare o vedere nell’insieme.

La vera domanda è se sia o meno troppo tardi per avviare un cambiamento di rotta così drastico, l’unica certezza è che la direzione attuale è quella che non porterà a nulla di buono, per dirla con garbo.

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