Crisi del Covid-19, finanza, oligarchia: appunti per una battaglia antiegemonica


9 Nov , 2021|
| 2021 | Scienze e potere

La necessità di individuare la traiettoria strategica del sistema dominante in relazione agli sviluppi della crisi del COVID-19 è una urgenza improrogabile.  La misura delle mutazioni in atto è tale da far parlare di una Grande Trasformazione quale fu individuata da Polanyi negli anni Quaranta. Anche se tale valutazione fosse esagerata, per comprenderne la reale portata occorre una visione critica rigorosa e razionale, capace di costruire un posizionamento forte contro le manovre dell’oligarchia al comando.

Ci sono pochi dubbi che il mondo della finanza e dell’economia siano al centro di esse. Ovviamente la gestione della pandemia poteva essere assai diversa, sia in termini di scelta nelle misure di contenimento che di preferenza rispetto agli interessi da tutelare. In effetti, se le modalità differiscono grandemente da Stato a Stato, il tentativo di salvare gli interessi dominanti è generale, lasciando sul campo un amplificazione della diseguaglianza, come riporta senza eufemismi la stessa Banca dei Regolamenti Internazionali. Tale generalità tuttavia va tenuta assieme alla forte rivalità geopolitica, commerciale e militare fra le maggiori potenze – senza esclusione di colpi, fra cui golpe, dislocazioni di truppe e vere e proprie operazioni belliche – il che rende abbastanza improbabile una strategia unitaria che possa sussumere e bypassare i differenti interessi nazionali. Ma allora quali sono i tratti comuni?

Il peso della finanza

Da diversi anni una pubblicistica militante denuncia la “dittatura della finanza”, ed i guasti da essa provocati. Si tratta di una ampia letteratura che spazia da complottismi abbastanza arditi ad analisi sociologiche più sottili, generalmente incentrati sulle figure apicali delle dinamiche di accumulazione finanziaria che intascano fantastici guadagni acquisendo un potere fuori da controlli democratici: hedge fund, equity, fondi pensione, fondi-avvoltoio, investitori internazionali e banche di investimento.

Una critica a tali denunce da parte di alcuni analisi è di esagerare l’importanza di questi soggetti alla sommità della piramide (naturalmente pensando a autori critici del sistema, non apologeti e collusi con esso; e basta aprire un quotidiano finanziario per inciampare in questi ultimi). Al di là di chi si nutre esclusivamente di speculazione in senso stretto (fare profitti senza produrre, per dirla con Lapavitsas)  avendo l’intero ecumene come playing field, si producono un insieme di effetti che coinvolgono anche tutti i soggetti della società non direttamente legati a tale ciclo di accumulazione: imprese, famiglie, Stati.

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In che modo essi vengono coinvolti? In molti modi. In linea generale il fenomeno consiste da un lato nella accresciuta capacità di comando delle dinamiche dei mercati finanziari, dall’altro il riferirsi ad essi per trovare risposte ai bisogni pubblici.

Si tratta di una critica corretta da cui trarre conclusioni costruttive. Pensare la finanziarizzazione come elemento più diffuso e strutturale è senza dubbio più sensato e razionale – mentre denunciare un malvagia cabala di predatori che affamano popolazioni intere è molto più motivante. Ma va tenuto assieme ad una visione politica di tale assetto, che non deriva da un processo spontaneo di innovazioni tecnologiche e mutamenti inintenzionali. La punta di diamante dell’accumulazione finanziaria è costituita da enti che agendo in stretta collaborazione con le banche centrali in una governance di mercato riescono ad orientare il processo politico in modo da favorire, solidificare, approfondire e ampliare tali processi; e ci riescono affondando le unghie nello Stato – in quel processo che è noto come cattura oligarchica –  la cui importanza è crescente. Non è certo un caso che la libera circolazione dei capitali sia recepita da quasi tutti i paesi al mondo e che in quella sponda giuridico-politica della finanziarizzazione che è l’Unione europea venga addirittura inserita nei Trattati fondamentali (che alcuno vuole superiori alle costituzioni nazionali stesse).

Tale aspetto va sottolineato. Una certa pubblicistica riteneva lo Stato una anticaglia o un mero facilitatore – come disse in una intervista Francis Fukuyama; così come nel suo best seller del 1992 sosteneva l’ex capo di Citicorp intitolato Il tramonto della sovranità. Niente poteva smentire più modo più netto tali previsioni: il processo di accumulazione è diventato sempre più dipendente dallo Stato e dalle sue articolazioni – pure quando esso decentra se stesso in agenzie nominalmente indipendenti.

Perciò per capire se sussiste un interesse dominante a promuovere le misure legate alla crisi COVID-19 occorre tenere d’occhio tale complessità, che si articola in molti modi. Ne ricordiamo due fra i principali:

  • la finanziarizzazione delle imprese. Sempre più aziende attive nella produzione materiale sono possedute (in parte o del tutto) da entità finanziarie, sono quotate in borsa, o emettono obbligazioni. Ciò significa che le loro direttrici sono sempre più guidate dalle dinamiche del mercato dei capitali;
  • la sostituzione surrogatoria degli aumenti salariali con l’indebitamento per sostenere i consumi. In assenza di stipendi più alti si inducono le persone a comprare ricorrendo al credito.

Ciò significa che non solo a livello proprietario capitale finanziario e industriale sono intrecciati ma che a livello funzionale la filiera dell’accumulazione finanziaria attraversa svariati segmenti dell’economia materiale e della società. La testa del serpente della speculazione non può rinunciare – almeno allo stato attuale – al “corpo” materiale: simul stabunt aut simul cadent. Ciò non toglie che tale dominazione produce più diseguaglianza, deindustrializzazione e una generale flessione dello sviluppo della società.

L’impatto della crisi

La crisi Covid-19 può essere considerata di tipo esogeno: il punto di innesco non risiede nelle stesse dinamiche di accumulazione (come invece è stato per la Grande Recessione del 2007-08).

Ad inizio 2020, com’è noto le misure di confinamento si sono rapidamente estese dalla Cina alla maggior parte dei paesi (in scuro i paesi dove l’indice di severità di esse è maggiore):

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Si è così configurata una simultanea carenza di domanda e offerta, determinando una recessione di proporzioni immani, come certificato dai calcoli del FMI della caduta del PIL(%) (Outlook ottobre 2021; la parte evidenziata solo le proiezioni):

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Ciò indica che la crisi COVID è un punto di flessione del neoliberismo, che ha colpito alcuni dei suoi più ferventi beneficiari.

Il crollo immane del pil ha colpito durante il capitale industriale, ma non solo. Il riflesso è stata una caduta molto grave dei valori di borsa di tutto il mondo, dell’ordine di grandezza del 40% (grafico da questa fonte).

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 Abbastanza eloquente è stato la caduta del settore dei pagamenti a livello globale. Si tratta dell’insieme di aziende che forniscono servizi per il trasferimento di fondi quali PayPal, Square, Inc., Apple Inc, Amazon Payments, Flagship Merchant Services, GoCardless, Bitpay, Stripe, Payline Data ecc. Si stima che nel suo complesso nel 2021 possa arrivare ad un valore globale di 517 mld $ ed è ovviamente collegato ad un gran numero di soggetti associati alle dinamiche finanziarie: banche internazionali quali JP Morgan, Bank of America, e simili.

L’industria dei pagamenti è scesa nel 2020 del 5%, e l’analisi di McKinsey indica che sarebbe stato un -7% se non vi fossero stati gli stimoli fiscali. Il dato se fornisce il riflesso della caduta economica (meno pagamenti significa meno consumi) testimonia i danni subiti da un settore che certamente non può essere annoverato fra i “perdenti della globalizzazione”.

Se del resto allarghiamo lo sguardo ad altri settori, vediamo che vi è stata una significativa crisi dei profitti all’inizio del 2020, registrata dalla FED di St.Louis tanto per le corporation Usa

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A marzo 2020 con il precipitare dell’allarme pandemico la rilevazione dall’indice Sentix (realizzato da una azienda tedesca di consulenza finanziaria – con sede a Francoforte) del sentiment degli investitori era molto negativa. Tale sismografo degli “umori del mercato” (realizzato con interviste dirette a vari investitori) ha rilevato una scossa molto significativa delle aspettative, ma individua anche l’orizzonte di attesa:

“gli investitori stanno attendendo un segnale forte da parte della politica monetaria [delle banche centrali]… comunque il buon senso potrebbe richiedere che stavolta le politiche fiscali in particolare si mostrino generose. Il tempo stringe!”.

Ancora più esplicito è il comunicato congiunto delle tre associazioni datoriali di Italia, Francia e Germania a maggio 2020: si pone un forte accento sulla necessità di politiche di bilancio eccezionali.

Per l’appunto. Politiche monetarie forti e politiche fiscali. Il “Fate presto” della finanza era stato proferito. Quindi cos’è successo?

Il sistema reagisce

Le politiche monetarie delle banche centrali, come abbiamo visto, costituiscono la prosecuzione ed acutizzazione delle “politiche non convenzionali” adottate dopo la crisi del 2007/08. Esse comportano bassi interessi e programmi di acquisto di titoli sia privati che pubblici – ma sul mercato secondario e non direttamente dagli Stati. Ciò significa aver riversato fiumi di denaro creato dal nulla (la famosa fiat money) sulle banche privati prendendo come garanzia bond pubblici.

Tali programmi sono andati principalmente a favore degli interessi finanziari più forti, con la liquidità a buon mercato che rischiava di attivare bolle finanziarie e le maggiori banche che si sono trovate a galleggiare nella liquidità con cui hanno ritenuto di compensare le proprie perdite anziché aumentare il credito per gli investimenti produttivi. I flussi di capitale hanno obbedito ad una logica di diversificazione di portfolio e non di promozione di sviluppo industriale, quindi un orizzonte di corto termine spesso giocato sui differenti spread sovrani – ovvero il differente “costo del denaro” per i governi.

Già da marzo 2020, come è visibile nella rappresentazione grafica della Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche centrali hanno lanciato una raffica di nuovi programmi espansivi (il colore più scuro è indice di un numero più elevato):

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La liquidità generata da tale processo ha un duplice obiettivo: da un lato sostenere i mercati (azionari, obbligazionari), dall’altra lo Stato stesso.

Si noterà come nella citazione della rilevazione Sentix si chiedessero anche politiche fiscali più generose. La minuta registrazione da parte del FMI mostra la larghezza con cui ciò è avvenuto: al contrario delle politiche di austerità del decennio passato, i bilanci pubblici si sono gravati del peso del sostegno di finanziamenti ad aziende e lavoratori, nonché di forme di garanzie a favore di svariati soggetti.  Come mostra l’immagine seguente (dati FMI riferiti al 2020, elaborazione di Costas Lapavitsas), soprattutto i paesi sviluppati hanno adoperato una considerevole porzione del proprio PIL.

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Ad ottobre 2021 il Fiscal Monitor del FMI riporta la cifra di uno stimolo fiscale globale pari a 16900 miliardi di dollari, di cui 85,9% localizzati nelle economie avanzate.

Il che si è tradotto in un aumento spropositato tanto del deficit (le spese statali non coperte dal prelievo fiscale) quanto del debito pubblico:

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Risposte antiegemoniche

E’ la fine del neoliberismo? C’è da dubitarne. Tutta la storia dell’ultimo quarantennio si basa su di una contraddizione flagrante: il sistema è sempre più dipendente dalla forza dello Stato (abbiamo citato il suo ruolo nella finanziarizzazione ma si possono citare l’impianto regolatorio, i salvataggi delle banche dopo la Grande Recessione), ma al tempo stesso si fa forza di una ambigua ideologia antistatalista che idolatra il privato ed avversa l’interventismo pubblico. Nei processi reali lo Stato c’è senza dubbio, ed il neoliberismo come ideologia (peraltro povera e scadente, oltre che profondamente deprimente) serve solo a mettere fuori gioco la sovranità in senso democratico-costituzionale. Lo spettacolo a dir poco grottesco di coloro che hanno passato anni a dichiarare lo Stato un ostacolo se non un archeologico pezzo da museo per poi riesumarlo alla bisogna restituisce il senso di tale contraddizione.

In ogni caso l’uso da parte dei poteri dominanti degli apparati statuali è stato rapido e feroce. Dopo aver incassato una botta considerevole, approfittando dello shock dei cittadini rispetto ad una situazione così imprevista e traumatica, l’oligarchia ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per preservare i propri interessi e (tangenzialmente) non far piombare nel baratro vaste fasce di popolazione che avrebbe causato una elevata instabilità sociale e rischi di conflittualità più accesa. Ad ogni modo la risposta è stata largamente asimmetrica: già i dati esposti precedentemente in merito agli stimoli fiscali (più ingenti per chi se li può permettere) ha determinato una faglia fra paesi ricchi e poveri. Col risultato, come indica la Nota dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro del 27 ottobre 2021, che tale divario ha condizionato la differente traiettoria della ripresa nei vari paesi, rafforzando la diseguaglianza già presente; aggiungendo che l’arrancare di una porzione significativa delle economie mondiali minaccia la ripresa nel suo complesso.

Il divario si manifesta anche nella disponibilità di vaccini e nella capacità di distribuirli efficacemente nel più breve tempo possibile, in una fitta rete di rapporti geopolitici. Al di là della efficacia sul piano sanitario, è chiaro che un interesse forte si esplica nel portare una stabilità sul piano economico, in grado di evitare chiusure e confinamenti. L’economista Jacques Sapir ad ottobre 2020 (in piena seconda ondata e nuovo lockdown) scriveva:

Questo  nuovo confinamento ha aggiunto agli effetti del primo una incertezza generalizzata. Gli attori economici, e larga parte della popolazione, avrebbero potuto ritenere che il primo lockdown, per quanto penoso, fosse unico. Un secondo fa implicitamente pesare la minaccia di altri episodi di questo tipo. L’incertezza generata da questa seconda ondata, che niente può dirci se verrà seguita da una terza la prossima primavera, metterà uno stop ai principali progetti di investimento delle imprese e spingerà le famiglie a sospendere i loro progetti.

Non dovrebbe stupire troppo se i governi hanno considerato il vaccino – al di là delle sue problematiche strettamente sanitarie – uno strumento per sanare tale situazione: la fretta e le tensioni corrispondono molto alle necessità dettate dalla competizione geoeconomica vigente. Necessità assai più convincente di improbabili piani di controllo distopico degli individui, di cui – sia detto sia pur per inciso – non si avvertiva la vibrante urgenza, visto il panorama politico antecedente in cui si distingue la anestetizzazione dei vari movimenti populisti di fine decennio, o sussunti in area di governo (come il M5S, “depurato” da ogni istanza seriamente antisistema) o ricondotti al più rassicurante e gestibile articolazione di sistema sinistra progressista vs destra conservatrice/reazionaria.

In effetti i paesi hanno visto nella prima metà del 2021 un trend di investimenti (FDI; dati UNCTAD ottobre 2021) rispetto al 2020 sproporzionalmente più favorevole a seconda della propria ricchezza pro-capite, il che riflette tanto la possibilità di stimoli fiscali che di vaccini – anche se la correlazione andrebbe indagata specificamente per evitare bias:

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A livello mondiale la gestione pandemica del 2020 ha comportato un’ulteriore concentrazione della ricchezza nelle fasce alte, come indica l’aumento di essa detenuto dall’1% più abbiente nella maggior parte (8 su 10) dei paesi considerati dalla stima fatta dal Global Wealth Report di Credit Suisse:

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Il che, visto la dinamica di crescita assente se non negativa, si configura come un formidabile trasferimento di risorse verso l’alto, impoverendo le classi popolari.

Per colpire davvero il neoliberismo occorrerebbe operare sugli elementi causali che a monte determinano il trionfo dell’oligarchia – finanziaria e non: modificare la struttura della proprietà privata di molti settori strategici, armonizzare investimenti pubblici e politiche monetarie al fine di generare una crescita basata sulla domanda interna e sui salari, e conferire maggiori diritti del lavoro rispetto al capitale.

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