Oltre il limite: sul divieto di manifestare


11 Nov , 2021|
| 2021 | Visioni

Che la disattivazione dei diritti sociali, inscritta in quella logica emergenzialista, non ancora pandemica ma economica, sostenuta dai governi dell’austerity e dei tagli, avrebbe comportato in corso di tempo anche la disattivazione dei diritti civili e delle libertà politiche, era già a molti evidente. Infatti, ça va sans dire, i diritti sociali e quelli politici e di libertà camminano insieme e la limitazione dei primi non può non comportare la limitazione dei secondi, come andrebbe insegnato, per inciso, in ogni facoltà di giurisprudenza che non si appresti a formare “cinghiali laureati – questa volta non –  in matematica pura – ma in diritto –secondo la nota battuta di Fabrizio De André. Si pensi, per stare nel tema pandemico, al dato di evidenza pubblica dei tagli alla sanità – che ha significato, fra l’altro, la diminuzione dei posti letto di terapia intensiva – e alla consequenziale compressione del diritto alla salute – che è un diritto sociale, seppur non assoluto e quindi da bilanciare attentamente con gli altri diritti costituzionalmente garantiti  -. E si pensi a ciò che ha significato lo svilimento del diritto sociale alla salute per la compressione dei diritti di libertà, durante i prolungati lockdown cui siamo stati costretti. Questa circostanza pratica, sperimentata sulla nostra pelle, ci permette di avere immediata contezza di quel principio base di dottrina costituzionale, a cui sopra si accennava, secondo cui i diritti costituzionali si condizionano vicendevolmente. Proprio da questo punto di vista, infatti, è elementare comprendere che se i nostri ospedali fossero stati dotati di un numero maggiore di posti letto di terapia intensiva, e quindi il diritto alla salute realmente garantito, non sarebbe state necessarie limitazioni così stringenti, e quindi il diritto alla libertà di movimento e di associazione così tanto condizionati.

Se scontata è la concatenazione fra diritti sociali e diritti politici e civili, così che al venir meno dell’effettività dei primi non può non venir meno quella dei secondi, allora altrettanto scontato era – direte voi – che la logica emergenzialistico-pandemica, che ispirava ed ispira la politica governativa delle nostre elite, avrebbe condotto, anche in costanza di vaccino e green-pass, alla limitazione della libertà politica di associarsi e manifestare collettivamente. E, tuttavia, in questo caso, al lordo dell’obbligo indiretto di vaccinarsi sancito con il Green Pass e dell’intervenuta vaccinazione di una larga fetta della popolazione, c’è un obiezione che va mossa in maniera netta e con tutta franchezza: il limite massimo oltre cui la Costituzione poteva essere spinta per non risultare del tutto svuotata di qualsiasi sostanza, oggi, con il divieto o comunque con la severa limitazione della libertà di manifestare, viene abbondantemente superato. Si tratta, infatti, di guardarci negli occhi e ammettere che la Costituzione Repubblicana sia stata definitivamente disattivata, con buona pace del diritto all’esercizio della sovranità popolare e del controllo dell’operato dell’autorità pubblica; diritto, quest’ultimo, che si esprime anche, forse soprattutto, attraverso la libertà di manifestare collettivamente, alzando la voce in piazza, nei centri storici, lì dove è utile farsi sentire e anche al costo di limitare la libertà di iniziativa economica – quella dei commercianti – posto che, prima di essere consumatori-consumati, siamo anzitutto cittadini. E a nulla vale, ora, la stantia obiezione dei sostenitori della “libertà collettiva”, i quali ritengono che il sacrificio della libertà di associarsi e manifestare nelle forme ritenute le più idonee, sarebbe utile alla salvaguardia della libertà di tutti e tutte a non essere infettati. Questo perché, anche solo volendo portare un argomento giuridico a sostegno dell’idea che la tesi della libertà collettiva così proposta sia un’idiozia strumentale, e non volendo, d’altra parte, addurvi argomenti filosofici o constatazioni politico-valutative, basta constatare l’assenza di un qualsivoglia ragionevole bilanciamento fra il diritto a manifestare – è utile ricordarlo – in presenza di un altissimo tasso di vaccinati e il diritto alla salute.

Se prima, allora, in assenza di un vaccino che limitasse il contagio e le conseguenze gravi della malattia, era comunque già apparso a molti ingiustificabile – su tutti Agamben – l’utilizzo politico-strumentale, sia della Pandemia che del “diritto assoluto” alla salute come dispositivi anche semantici di neutralizzazione delle garanzie costituzionali, non può oggi passare sotto traccia, alla luce delle ulteriori limitazioni alla libertà politica di associarsi e manifestare – sia il proprio dissenso verso il Green Pass, sia il proprio dissenso tout curt -, il tentativo di completare il processo di spoliticizzazione dall’alto del conflitto sociale. Del conflitto sociale vero, si intende; quello fra sfruttatori e sfruttati, fra capitale finanziario e lavoro; non quello fra pro-green pass ed anti-vax riconducibile, invece, a quella falsa polarizzazione che fa comodo all’establishment, ed essenzialmente da lui voluta, dal momento che non ne mette in discussione in maniera seria il ruolo e le politiche. Non a caso, infatti, le limitazioni di cui si parla sono state poste quando i lavoratori della GKN hanno promesso un “Autunno caldo” o quando le mobilitazioni per il lavoro hanno iniziato a proliferare, e non solo quando i manifestanti anti-Green Pass hanno bloccato le strade di diverse città italiane o quando i portuali di Trieste si sono rifiutati di prestare la loro attività lavorativa se il pagamento dei tamponi non fosse stato loro garantito dai rispettivi datori di lavoro. Non a caso, insomma, tali limitazioni sono state imposte quando parte della società civile ha iniziato in qualche modo ad organizzarsi, a mostrarsi refrattaria rispetto a quegli assetti di potere che la Pandemia ha reso ancora più solidi; quando, riproducendosi, come è normale accada, il conflitto capitale-lavoro, la classe dominata ha iniziato ad organizzarsi e a presentare il conto alla classe dominante.

È per questo che l’utilizzo in chiave non solo anti-sociale ma oramai anche innegabilmente illiberale e reazionaria delle politiche pandemiche, ci impone di metterle seriamente in discussione e, direi, anche di chiedere scusa a chi, come Agamben, forse qualcosa di giusto sul punto l’aveva anche detta.

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