Amazon al posto dello Stato


12 Nov , 2021|
| 2021 | Visioni

Abituati ad una logica sindacale basata sul mero rapporto tempo/costo del lavoro, la questione del “benessere psico-fisico” sul posto di lavoro sembra ormai importare poco a quel che resta della sinistra.

Del resto, ottenuto dal capitale l’innalzamento generalizzato del livello di vita dell’operaio (pur a discapito dell’uguaglianza), la sinistra si è buttata su altri temi, lasciando i lavoratori al proprio destino. E, abbracciato il liberismo, ha archiviato anche la questione relativa all’alienazione del lavoratore, che va al di là della retribuzione del lavoro, è insita nella produzione capitalista ed ha diretta correlazione con il benessere psico-fisico di cui sopra.

Ma si sbaglierebbe e si farebbe il gioco del “nemico”, focalizzando la questione Amazon sull’intensità robotica del lavoro, l’iper-competitività e il metodo oppressivo nella gestione del personale che molti rimproverano ad Amazon.

Il fanatismo della produttività, del resto, è solo un vecchio vizio del capitalismo, che risorge ogni volta che le macchine permettono di superare nuovi limiti e mettono l’uomo ancora più a dura prova.

Ed è sempre e solo la complicità dello Stato a renderlo possibile. Ad esempio con un modello contrattuale che non tutela il lavoratore e ne favorisce l’instabilità e, quindi, la ricattabilità.

Ma le proteste in questo senso sono facilmente conciliabili: piccole concessioni in cambio di grandi profitti, com’è sempre stato. Con l’illusione solita di aver risolto il problema.

Un passaggio epocale

Il passaggio epocale fatto segnare da imprese come Amazon (Google o Facebook) è però un altro e non consiste neppure nella logica predatoria tipica del capitale che adotta per conquistare fette sempre più ampie di mercato.

Senza togliere “meriti” alle capacità di gestione del management, il modello Amazon non brilla neanche per originalità: Amazon ha conquistato il mercato basandosi su uno schema “semplice”.

Il punto centrale della questione Amazon, infatti, è l’enorme investimento infrastrutturale compiuto, con un chiaro piano di rientro concentrato sul lungo termine e l’obiettivo di imporsi come oligopolista/monopolista al di sopra della concorrenza.

Si tratta di un tipo di investimento, strategia e ruolo che, finora, apparteneva allo Stato.

Ma che oggi, impregnati di cultura liberista, sembra quasi assurdo pensare come pubblico.

E che, invece del pubblico, ha trovato fondi sui mercati che, anch’essi sostituendosi allo Stato, hanno scommesso qualcosa che evidentemente mancava.

Con la nascita del commercio online era infatti necessaria e finalmente possibile la creazione di una enorme base dati, potenzialmente globale, in cui trovare ogni possibile prodotto e produttore o venditore esistente; un unico sito web dove poter scegliere tra i prodotti che le varie imprese vendevano ciascuna, separatamente, sulle propria pagine web (o addirittura solo in negozio).

Non ci voleva un genio a capirlo: serviva una infrastruttura virtuale che non facesse l’interesse di una sola attività ma di tutte. Serviva una infrastruttura che facesse l’interesse stesso del (libero) mercato, costruendo nella realtà quello che per tanto tempo era stato solo sognato dalla teoria economica: il luogo della concorrenza perfetta.

La realtà si è avvicinata alla teoria solo con Amazon, che si è imposta come piattaforma quasi unica per gli acquisti online, costringendo così i venditori ad un abbassamento generalizzato dei prezzi.

Se cerchi un prodotto online, quasi sicuramente su Amazon lo trovi a miglior prezzo.

Con un piccolo inconveniente: Amazon non è lo Stato, ma un’azienda privata che mira al profitto.

E non ha l’obiettivo di fare davvero gli interessi del (libero) mercato ma i propri.

Ed è così che Amazon, nella più totale anarchia, ha messo in crisi il tradizionale modello fornitore-distributore e ristabilito da sola le regole del gioco, con buona pace dello Stato regolatore.

Nel momento in cui Amazon si è proposto come distributore unico, la rete di distribuzione al dettaglio è entrata naturalmente in crisi: è insostenibile per un (piccolo) rivenditore reggere la competizione dei fornitori/produttori che vendono direttamente su Amazon.

E gli stessi fornitori/produttori, per acceddere a questa enorme piazza di scambio, hanno dovuto giocare al ribasso e concedere, come tutti, una buona fetta di guadagno ad Amazon.

Lo Stato assente

La “vera questione Amazon” dunque è lo Stato che ha abbandonato il suo compito ed ha lasciato ad un privato il compito di leggere il futuro, costruire le infrastrutture necessarie ad affrontarlo e, quindi, regolare la concorrenza e l’accesso a questo nuovo mercato.

Lo Stato ha così ceduto il ruolo di plasmare e promuovere la struttura economica stessa.

Qualcosa che non è solo contrario alle teorie interventiste, ma anche alla teoria liberale, laddove lo Stato è comunque perlomeno regolatore e garante del libero mercato.

Al di là di Amazon e di qualsiasi suo competitor presente o futuro, la questione è quindi una sola: lo Stato assente.

E non parliamo dello Stato italiano o di qualsiasi altro Stato in particolare. Vorremmo dare la colpa al modello di Stato occidentale fondato sulla cultura capitalista ed esportato ormai ovunque nel mondo. Forse, però, neanche in questo caso diremmo tutta la verità: la verità è che, da sempre, il potere è influenzato e spesso sopraffatto dal potere economico.

Ma è senza dubbio per la prima volta nella storia che, con la collaborazione di un modello culturale che ha fatto del “mercato” un valore assoluto, una tecnologia senza precedenti ha reso questa debolezza fatale per lo Stato stesso.

Le multinazionali moderne sono dei giganti, con un peso, un potere ed una capacità di controllo (anche sui cittadini) che non avevano mai avuto neanche le grandi imprese di Stato del passato recente.

Non è un caso, d’altronde, se la sovrastruttura culturale si è totalmente piegata alla struttura economica. Il silenzio della politica è stato comprato a suon di quattrini e il dissenso, dopo essere esploso, è rimasto marginale.

Ma non dimentichiamo che, in uno Stato degno di questo nome, “Amazon” sarebbe un affare di Stato: una potente infrastruttura virtuale a garanzia del mercato, del lavoro e della struttura economica nazionale.

Se non lo è, è perché in tanti hanno tradito.

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