Henry Miller: l’erotismo dello spazio sterminato


20 Nov , 2021|
| 2021 | Recensioni

Scrivere di Henry Miller è come viaggiare nello spazio sterminato. La sua scrittura spazia dalla pornografia a un fine pensiero filosofico, a tratti misticheggiante. Non per altro ebbe diversi problemi con gli editori, il suo romanzo più famoso Tropico del Cancro fu bandito in America ed ebbe una condanna per oscenità, condanna che però gli valse anche la gloria altrove (difatti fu pubblicato prima in Francia). Per un bel periodo di tempo Henry fu pubblicato da un editore d’avanguardia, aveva una cerchia molto ristretta di lettori. La sua letteratura è carnale e metafisica, caratterizzata da alcune peculiarità che lo rendono unico: assenza totale di trama o canovaccio, linguaggio forte, a tratti violentissimo, che poi muta in lirismo e meditazione filosofica. Descrive minuziosamente gli aspetti più osceni e realistici della società del suo tempo, indugiando non poco sui tratti più scabrosi: povertà, pidocchi, prostitute, sesso selvaggio. Il suo è un pensiero desiderante, un desiderio che genera desiderio tendendo all’infinito: desiderio carnale, desiderio disperato d’amore, bellezza. Il tentativo di farsi accettare non fu mai del tutto soddisfatto, fu sempre guardato con disprezzo o reticenza dai suoi contemporanei: una società già in declino su quell’impervia strada che fa emergere solo chi sa ben nascondere gli inferni quotidiani, che infestano le grandi metropoli dell’Occidente. Un canto funebre per il mondo che si frantuma, seguendo la direzione sbagliata, quella dell’individualismo bieco in cui l’unità è perduta, la pace è perduta, la possibilità di essere sinceri con l’altro è perduta. La diagnosi sociopolitica emersa dai romanzi di Henry Miller è un triste pronostico di come la nostra civiltà occidentale, da sempre stimata civile, abbia messo in scacco l’unica via verso la salvezza cosmica: l’Amore.

Il romanzo si apre con Boris (Michael Fraenkel), sconosciuto scrittore e filosofo ebreo, con cui Henry abitò nel periodo di stesura del Cancro, che ha i pidocchi ed Henry è intento a radergli le ascelle. Nella contingenza di questa situazione realistica ma grottesca, Boris dice che il tempo previsto non è buono, riferendosi al piano meteorologico, prima, ma poi forse nell’accezione in cui Miller l’intende si tratta in realtà dell’umanità nel suo insieme, del Tempo sul mondo, dell’incapacità umana di rendersi conto dei propri errori e magari avviare un cambiamento nella Storia. Tuttavia, tutte le congetture filosofiche crollano nel momento in cui – nei fatti – Boris ha i pidocchi, e devono cercare di procacciarsi una cena che non sia avariata o conservata da secoli nella disadattata dimora in cui Henry è ospite.

Abito a villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli e siamo morti.

Ieri sera Boris si è accorto di avere i pidocchi. Gli ho dovuto radere le ascelle, ma il prurito non ha smesso. Come si fa a prendere i pidocchi in un posto bello come questo? Ma non pensiamoci. Non ci si sarebbe mai conosciuti così intimamente, Boris e io, se non fosse stato per i pidocchi.

Boris mi ha fornito poco fa un compendio di come la vede. È un profeta del tempo. Farà brutto ancora, dice. Ci saranno ancora calamità, ancora morte, disperazione. Non c’è il minimo indizio di cambiamento. Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o s’uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l’atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c’è scampo. Non cambierà stagione.

(Henry Miller, Tropico del Cancro, Feltrinelli, 2012, p.13)

Tropico del Cancro è un libro, si diceva, senza trama. I capitoli si susseguono presentando una quantità immensa di personaggi, gli unici a tornare spesso sono Boris, Fillmore, Collins e Mona, seconda moglie di Henry, la June (suo vero nome), poi descritta anche da Anais Nin in Henry e June. Impossibile separare il Miller scrittore dal Miller uomo. I Tropici, anche il Capricorno, sono diari di viaggio nell’esistenza, volti a raccogliere dettagli, susseguirsi di racconti, esperienze, considerazioni ontologiche e morali, e poi ancora esperire nudo e crudo dell’esistenza fino ai suoi anfratti più osceni. La vita irrompe in tutto il suo brulicare. In Tropico del Cancro un edonismo spinto fino al limite estremo fa da contorno al vuoto di una Parigi bella come una prostituta, che affascina all’inizio per poi lasciarti deluso, come ti avesse derubato. Ciò che è ammirevole, a parte lo stile, è la capacità di passare senza stacco dall’interiorità all’esteriorità. Una fondamentale differenza tra le due sfere è data dalla tenuta semantica che muta radicalmente, poetica e filosofica quando si tratta di introspezione, ricordi di una famiglia con cui Henry non si è mai del tutto riappacificato, e invece velocissima, descrittiva, cronachistica, secca, quando si tratta di guardare al mondo francese e ai personaggi che lo popolano.

Parlavamo ancora del barone de Charlus quando giungemmo al bar di Jimmie. Era tardo pomeriggio e il posto cominciava ad affollarsi. C’era Jimmie, il viso rosso come una barbabietola, e accanto a lui la sua sposa, una bella francese paffuta con gli occhi lustri. Ci fecero tutti un’accoglienza meravigliosa. Di nuovo innanzi a noi bicchieri di Pernod, il grammofono urlava, la gente ciarlava in inglese, in francese, in olandese, in norvegese, in spagnolo, e Jimmie e sua moglie, tutti e due con un’aria svelta e lesta, si scambiavano manate e baci di tutto cuore, e alzavano i bicchieri, li facevano tintinnare – insomma, in complesso un ribollire e un ciarlare d’allegria che ti veniva i voglia di levarti i panni e di attaccare una danza di guerra.

Yvette – cioè la moglie di Jimmie – fu straordinariamente carina e cordiale con noi. Stava apparecchiando un po’ di tavola in nostro onore. Sarebbe occorso ancora del tempo. Non dovevamo ubriacarci troppo – voleva che apprezzassimo il pranzo. Il grammofono suonava all’impazzata e Fillmore aveva cominciato a ballare con una bellissima mulatta che aveva un vestito di velluto ardente che rivelava tutte le sue grazie. Collins mi venne a fianco e sussurrò qualche parola alla ragazza che tenevo sotto braccio. “La madame la invita a cena,” disse, “se ce la vuoi!” Era una ex puttana, padrona di una bellissima casa nei sobborghi della città. Amante di un capitano di mare, adesso. Lui era via e nn c’era nulla da temere. “Se le piaci t’invita a restare da lei” aggiunse.

Per me bastava. Mi volsi subito a Marcelle e cominciai a lisciarle il culo. Stavamo ad un angolo del bar, fingendo di ballare, e ci si stropicciava all’impazzata. Jimmie mi strizzò l’occhio e fece col capo un cenno d’approvazione. Era una puttana lasciva, questa Marcelle, e carina al tempo stesso. Subito si liberò dell’altra ragazza, notai, e poi ci accingemmo a una lunga conversazione intima che disgraziatamente fu interrotta dall’annuncio che la cena era pronta.

(Henry Miller, Tropico del Cancro, Feltrinelli, 2012, pp. 171-172)

Tropico del Capricorno è più profondo di Tropico del Cancro, aumentano le riflessioni e anche i flussi di coscienza forti e feroci, onirici, potenti. La scrittura è più alta, stilisticamente aumentano le digressioni e si stratificano i registri. Se in Cancro Miller compare quasi sempre come spettatore della vita, persino nel sesso è una sorta di spettatore dell’osceno, anche quando partecipa in prima persona, in Capricorno si immerge completamente nelle vite degli altri e nella propria, va davvero a fondo nell’esperire ogni cosa e infine si perde nel ricordare un amore lontano e meraviglioso, immaginifico, una donna che sembra non esistere se non nell’orizzonte onirico. Probabilmente qui è più intenso anche perché descrive il mondo da cui era fuggito: gli Stati Uniti d’America. Demolisce il sogno americano – il capitalismo dunque – a rasoiate.

Passaggi evocativi, sempre restando sulla doppia linea dell’osceno e della critica sociale sono: un episodio in cui fa sesso con una donna mentre lei è semi addormentata; il personaggio meraviglioso della nera innamorata di lui che gli offre i pasti; la bigotta che non tollerava le bestemmie ma con qualche dolce parolina si lascia palpeggiare; le mogli degli amici e le loro infezioni veneree e poi le mogli degli amici con cui ha un’avventura; la donna completamente suonata con cui aveva rapporti solo al buio. Il tutto mitigato da digressioni metafisiche e socio-politiche, momenti di altissima poesia e altri bassissimi invece, parole taglienti, dirette, rasoiate. Quest’alternanza fa di Henry – dopo Jack London – uno dei pionieri del genere on the road e di quella che più tardi fu una delle più leggendarie avanguardie americane: la Beat Generation (lui non ne fece parte e il suo stile è da considerarsi forse più originale rispetto alle contaminazioni jazz dei beatnik, ma di Kerouac ebbe una grande opinione).

L’incipit di Tropico del Capricorno è una delle cose più belle che mi sia mai capitato di leggere.

Una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos. Dal principio non fu mai altro che caos: un fluido che mi avviluppava, e io vi respiravo per branchie. Nei substrati, dove la luna brillava ferma e opaca, era liscio e fecondo; sopra era rissa e discordia. In tutte le cose io vedevo subito l’opposto, la contraddizione, e tra il reale e l’irreale l’ironia, il paradosso. Ero io il mio peggior nemico. Nulla c’era che volessi fare e potessi anche non fare. Anche un bambino, quando nulla mi mancava, io volevo morie; volevo arrendermi perché non vedevo senso nella lotta. Sentivo che nulla si sarebbe provato, sostanziato, aggiunto o sottratto, continuando un’esistenza che non avevo chiesto. Tutti attorno a me eran dei falliti, e se non falliti ridicoli. Specialmente chi avesse avuto successo. Questi poi mi infastidivano fino alle lacrime. Ero solidale con chi sbagliava, ma non era la simpatia a muovermi. Era una virtù meramente negativa, una debolezza che fioriva alla sola vista della miseria umana. Non ho mai aiutato nessuno aspettandomi che ciò gli facesse del bene; lo aiutavo perché non ero capace di fare altrimenti. Voler cambiare la condizione delle cose a me pareva futile; nulla sarebbe cambiato – ne ero convinto – se non per un mutamento del cuore, e chi può cambiare il cuore degli uomini? Di tanto in tanto un amico si convertiva; roba da piangere. Non avevo bisogno di Dio, più di quanto Egli avesse bisogno di me, e se un Dio ci fosse, dicevo spesso tra me; andrei a trovarlo calmo calmo e gli sputerei in faccia.

(Henry Miller, Tropico del Capricorno, Feltrinelli, 2012, p.11)

Il capitolo più commovente in assoluto del Capricorno è quello in cui per la prima volta, per esteso, parla del padre. Miller aveva un rapporto particolare con la famiglia, credo non avesse mai perdonato la madre per la freddezza, la meschinità e la superiorità con cui trattava il padre. Il padre era un uomo povero, semplice, avvezzo al buon vino e al cibo indubbiamente, cosa che anche Henry non disdegnava affatto. Di certo non era un intellettuale, era un uomo modesto, allegro, conviviale, alle volte fanfarone. Questo fa capire che di certo gli stimoli intellettuali Henry li trovò all’infuori della famiglia. A un certo punto però, costantemente umiliato da sua moglie, il padre di Miller smette di bere, fa un fioretto, una promessa. E lei non fa altro che tentarlo, per farlo cadere nella propria fragilità, ma lui è lì, imperterrito, nel dimostrare di avere forza d’animo. Come controcampo si ammala di una malattia di cui non viene mai detto il nome. Quindi suo figlio lo porta dal medico di famiglia, ma questi ha dei preconcetti nei confronti della famiglia Miller perché un giorno Henry si era presentato con lo scolo, e allora, tale padre tale figlio, pensa il medico. Gli fa la morale tutto il tempo finché il figlio non insiste per sapere cos’abbia il padre. Il medico risponde in modo brusco che non gli resta poi molto da vivere. Henry mente a suo padre dicendogli che la situazione è grave ma guarirà se s’impegna a condurre una vita decente.

Il padre prende a frequentare la parrocchia, prima non era mai stato religioso, ma il parroco con cui entra in contatto sembra convincente perché non fa proseliti, gli rende invece l’animo migliore. Più che una parrocchia pare a Henry che suo padre frequenti una scuola serale, è divenuto più colto, riflessivo, mite. Ciò dura per un bel po’, finché il parroco non viene spedito altrove, dove guadagnerà di più. Il padre di Miller è certo che lui possa convincerlo a restare, e ci prova, ci prova più volte, fallendo. Il fallimento viene descritto fino all’ultimo istante della vita del padre. Qui il Miller scabroso e osceno lascia spazio all’immensa umanità del Miller maturo, empatico, amorevole, speranzoso, innocente, in un certo senso: un uomo che crede fino alla fine che suo padre possa farcela con il solo volere. Forse è una redenzione sacra ma non religiosa quella che Miller spera, quella in cui crede fino all’ultimo istante, la redenzione da un mondo di miseria, di squallore, l’incommensurabile schiusura dell’animo alla volontà di sapere, conoscere, studiare, migliorarsi. Questo scrittore degli ultimi, così profondo, generoso, dall’animo dolce, nobile, è colui che apre la via alla potenza della letteratura: la letteratura che non deve per forza narrare, ma comprendere.

Quest’affare della fede, della promessa mai appagata, mi fa pensare a mio padre, che fu abbandonato nel momento di maggior bisogno. Fino al tempo della malattia né mio padre né mia madre avevano mostrato grandi inclinazione religiose. Pur difendendo la chiesa di fronte agli altri, mai avevan messo piede in una chiesa, dal giorno delle nozze.

Mio padre si ammalò di un morbo mortale per aver fatto un giuramento troppo brusco. Tutta la vita era stato un tipo allegro e compagnone; aveva messo un po’ di pancetta che gli stava bene, aveva le guance piene e rosse come una barbabietola, il tratto facile e indolente e pareva destinato a vivere fino a una solida vecchia, sano e pieno come una noce. Ma dietro questo aspetto esteriore così liscio e contenuto le cose non andavano affatto bene. Gli affari erano mal messi, i debiti si ammucchiavano e già alcuni dei suoi vecchi amici cominciavano ad abbandonarlo. Soprattutto lo tormentava l’atteggiamento di mia madre. Lei vedeva tutto nero e non si curava nemmeno di nasconderlo. Di tanto in tanto si faceva prendere dall’isteria, e lo aggrediva, e lo insultava con parole turpi, e spaccava i piatti, e minacciava di andarsene per sempre. Alla fine lui una mattina si alzò deciso a non bere più; c’erano stati altri in famiglia che avevano giurato di toccar solo l’acqua, ma poi c’erano subito ricascati, nessuno in famiglia nostra – e ci si eran tutti provati più volte – era mai riuscito a diventare astemio.

Quand’ero bambino il dottor Raush mi aveva mostrato un certo affetto, ma dal giorno che mi presentai a lui con lo scolo perse ogni fiducia in me, e ogni volta che io mettevo il capo nel suo studio, faceva la faccia schifata. Tale il padre, tale il figlio, era il suo motto, e perciò non fui per niente sorpreso, quando, anzicchè darmi l’informazione richiesta, cominciò a farmi la predica, a me e al vecchio insieme, per il nostro modo di vivere. “Non si può andare contro Natura,” mi disse con viso accigliato e solenne, senza guardarmi mentre pronunciava le parole, ma prendendo chissà quale inutile appunto sul registro. Mi avvicinai piano piano alla scrivania; gli stetti un momento vicino senza dir nulla, e poi, quando lui alzò gli occhi, con la sua solita espressione dolorosa e irritata, dissi: “non vengo qui a farmi edificare… voglio sapere cos’ha mio padre”. A queste parole egli balzò in piedi e mi si avventò con la sua più severa espressione, poi, da quel tedesco stupido e brutale che era, disse: “tuo padre non si riprende, tra sei mesi al massimo sarà morto”. E io dissi: “Grazie, è quel che volevo sapere!”, e mi avviai verso la porta. Poi, come se avesse capito di aver commesso uno sbaglio, mi venne dietro a passo greve, e mettendomi una mano sulle spalle, cercò di attenuare quel che aveva detto, e tossiva, e balbettava e diceva: “non dico che sia assolutamente certo che morirà ecc.”, ma io tagliai corto aprendo la porta e urlando, con tutta la forza che avevo in corpo, in modo che sentissero i pazienti in anticamera: “io penso che lei è un maledetto stronzo e spero che adesso crepi, buona notte!”.

A casa modificai un poco il rapporto del medico dicendo che le condizioni di mio padre eran molto gravi, ma che se si curava bene poteva cavarsela.

Man mano che riacquistava le forze faceva la sua passeggiata al cimitero vicino. Si metteva seduto su una panca al sole e guardava i vecchi trafficare attorno alle tombe. La vicinanza delle tombe anzicché intristirlo, sembrava che lo rallegrasse. Sembrava, se non altro, essersi assuefatto all’idea della morte, che senza dubbio non avrebbe mai guardato in faccia.

E poi un giorno grazie alla cortesia di una vecchia vedova che ogni giorno soleva andare in visita alla tomba del figlio ed era, secondo mia madre, “religiosa”, fece la conoscenza di un sacerdote che apparteneva a una delle chiese del vicinato. Fu un evento decisivo nella vita del vecchio. All’improvviso rifiorì e quella piccola spugna d’anima che si era quasi atrofizzata per mancanza di nutrimento prese tali sbalorditive proporzioni che quasi era irriconoscibile. L’uomo che fu responsabile di questo straordinario mutamento non era in sé affatto eccezionale, era un sacerdote congregazionalista addetto a una piccola parrocchia del nostro quartiere. La sua unica virtù era che teneva la religione sullo sfondo. Il vecchio a un tratto precipitò in una sorta di puerile idolatria; non parlava d’altro che di questo sacerdote, che egli considerava suo amico. Siccome in vita sua non aveva mai toccato la Bibbia, anzi mai un libro, sorprendeva, a dir poco, sentirlo recitare una breve preghiera prima di pranzo. Celebrava questa piccola cerimonia in modo strano, allo stesso modo, per fare un esempio, in cui un altro prende un tonico.

successe tutto nella maniera più ordinaria. Una sera dopo la solita riunione degli Uomini, il vecchio tornò a casa con espressione dolorante. Aveva saputo quella sera che il sacerdote se ne andava. Gli offrivano un posto più vantaggioso nel comune di New Rochelle, e pur assai riluttante ad abbandonare il suo gregge, aveva deciso di accettare l’offerta. Naturalmente l’aveva accettata dopo molte trattative – in altre parole come un dovere. Significava migliori proventi, di certo, ma era niente a paragone delle gravi responsabilità che stava per accollarsi. Avevan bisogno di lui a New Rochelle, ed egli obbediva alla voce della coscienza. Tutto questo il vecchio ripeteva con lo stesso tono untuoso che il sacerdote aveva dato alle sue parole ma fu subito chiaro che il vecchio ne restò ferito. Non capiva perché New Rochelle non potesse trovarsi un altro sacerdote. Disse che non era giusto tentare il sacerdote con un salario più grosso. “Ci serve qui”, disse con foga, con una tristezza tale che io quasi mi misi a piangere. Aggiunse che avrebbe parlato a quattrocchi col sacerdote, che se uno era in grado di convincerlo quello era lui. Nei giorni seguenti fece del suo meglio, e certo con gran scorno del sacerdote. Faceva pena vedere l’espressione vuota del suo volto quando tornava da quei colloqui, l’espressione di un uomo che si aggrappa a un fuscello per non affogare. Naturalmente il sacerdote fu inflessibile. Anche quando il vecchio scoppiò a piangere davanti a lui non s’indusse a mutar consiglio.

(Henry Miller, Tropico del Capricorno, Feltrinelli, 2012, pp.131-139)

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