L’ingenuità che plaude alla tecnopolitica


22 Nov , 2021| and
| 2021 | Sassi nello stagno

Ecco a voi la “nuova normalità”[1]!


Quando si raggiunge quella che in psicologia viene chiamata dissonanza cognitiva, all’interno non solo della psiche del singolo individuo ma della maggioranza che compone l’anima di gruppo di una società, basta un nonnulla per far venir meno ogni ragionevole comprensione della realtà circostante. La lucidità della logica più elementare è messa da parte, e ciò che si diffonde rapidamente è un atteggiamento di drastico rifiuto di mettersi a ragionare. È questo ciò che sta accadendo ultimamente: una perdita di pazienza che si unisce al senso di rinuncia per sfinimento.

A distanza di quasi due anni dall’inizio della crisi sanitaria, trasformatasi subito in opportunità per il potere dominante di accelerare i lavori per l’introduzione di nuove modalità di dominio e controllo, ci ritroviamo con una popolazione gravemente anestetizzata, frammentata e privata di qualsiasi riferimento politico in grado di dare risposte rassicuranti nei confronti di uno stato di emergenza che pare proprio essere la nostra “nuova normalità”. Si dirà che questo tipo di ragionamento appartiene alla sfera del complottismo, dato che oramai ogni approccio critico verso chi gestisce il potere, sia esso un regime tecnocratico più o meno velato o un sistema finanzcapitalistico basato sugli introiti delle multinazionali (anche quelle del farmaco), è considerato demagogico, infantile e delirante. Chissà che non occorra prima o poi obbligare, con la forza, questi esseri “sani immaginari”, parafrasando Molière. Non ci sarebbe da stupirsi.

I deliri si vanno moltiplicando, e le derive nichilistiche di un pensiero che – come diceva Heidegger – sa esprimersi unicamente sotto forma di calcolo (Denken als Rechnen) non sono più supposizioni filosofiche lontane nel tempo, ma appaiono quali uniche risposte per governare tutti i problemi che riguardano la nostra vita sociale e privata. La riflessione meccanico-razionale economica ed ingegneristica, chiamata sinteticamente “analisi costi-benefici”, viene oggi impiegata in modo generico e indiscriminato su ogni ambito dell’esistenza umana. Questo modo di decodificare la realtà è un’altra delle vittorie dell’ideologia neocapitalista che, dopo aver trasformato ogni cosa in merce, si avvia a padroneggiare i diritti costituzionali inviolabili con la stessa disinvoltura con cui gestisce gli utili e le perdite una qualsiasi S.p.A quotata in borsa.


Il terrore che si consolidi una bio-politica incentrata sulla visione del capitalismo della sorveglianza è alle porte. Forse è già entrato. Da tempo sul piano giuridico si stanno compiendo passi da giganti per quanto riguarda lo stravolgimento di concetti base come la tutela della privacy, la difesa contro le azioni predatorie dei grandi capitali o, più semplicemente, la possibilità di usufruire dei cosiddetti beni comuni senza doversi sentire sotto ricatto di entità transnazionali. Le grandi multinazionali dell’hi-tech, ad esempio, si muovono indisturbate all’interno della legislatura dei singoli Stati. Anche se qualcuno provasse a contestare tali manovre – come sottolinea spesso il giurista Ugo Mattei – si troverebbe presto di fronte a “pratiche” di appropriazione privatistica di beni pubblici che sono “protette dai tribunali mediante accordi di arbitrato”. Procedendo di questo passo ci troveremo presto in una situazione dove in un sistema rigorosamente governato sul modello neocapitalistico, già in questa fase applaudito da molti come il miglior governo possibile immaginabile, non vi sarà più nessuna “zona di autonomia individuale tutelata legalmente riguardo ai beni personali molto essenziali che possediamo”[2]. Con la scusa della salvaguardia prima della “sicurezza” e poi della “salute pubblica” non c’è limite al livello di cedimento dei nostri diritti elementari, magari baciando pure le mani a chi viene presentato a reti unificate come il “Salvatore”: colui il quale, mosso da intenti filantropici e ispirato ad una visione (neo)liberale delle relazioni sociali, costudisce le virtù e il sapere tecnico necessario per riscattare il Paese dalle sue colpe storiche.


Per chi non si rendesse ancora conto di quanto questa situazione sia decisamente sfuggita di mano a coloro che in un primo momento potrebbero pure aver agito con le migliori intenzioni, ossia ai responsabili della gestione della crisi sanitaria, basterebbe ascoltare con attenzione le dichiarazioni fatte dal capo del governo, Mario Draghi, in occasione della conferenza stampa rilasciata al termine del G20 Rome Summit. Egli ha infatti detto esplicitamente di aver “intensificato i legami tra finanza e salute”, e già non si comprende bene cosa ciò voglia significare da un punto di vista “laico”, dei rapporti di forza insiti in uno stato di diritto, cioè verrebbe proprio da chiedersi se non siano già fin troppo intensificati questi legami tra finanza e una parte del sistema sanitario. Ma va bene dai, diciamo che siamo noi i faziosi… Andando avanti col discorso troviamo subito una bella previsione alla Nostradamus. Draghi, infatti, prosegue affermando che questo legame “è necessario per prevenire epidemie, nuove pandemie e soprattutto in generale per assicurarci una preparazione ai prossimi purtroppo inevitabili drammi sanitari”[3]. Inevitabili? Quindi non solo il danno ma anche la beffa.

La faccia di bronzo che sta in bella vista di fronte alle telecamere di Piazza di Trevi l’abbiamo vista tutti. È la faccia di chi, dopo decenni di menefreghismo e di sfruttamento della propria posizione di intoccabile nella sfera dell’Ancien Régime, oggi prova a far dimenticare tutto con coreografie degne di un film girato dall’Istituto Luce. Le dichiarazioni di apertura e di sensibile vicinanza alle istanze dei ceti più deboli, per non parlare della tutela dell’ecosistema planetario, proclamate da soggetti tecno-politici snob, in un paese democratico, non possono che suscitare ilarità e preoccupazione. Che ci sia in Italia un clima culturale servile, prostrato, salvo rarissime eccezioni, ai piedi di un governo dell’uomo solo al comando è del tutto evidente, basta osservare la stucchevole diatriba che riguarda, fra le altre cose, chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica.

Per fortuna nostra però “le forze meccaniche” – come le chiamava Gramsci in un articolo sul settimanale Il Grido del Popolo del 1918 – “non prevalgono mai nella storia: sono gli uomini, sono le coscienze, è lo spirito che plasma l’esteriore apparenza” che, grazie al cielo, “finisce sempre con il trionfare”[4]. È con questo spirito sicuro e fiducioso che si salda in quella che, in una prospettiva complementare al pensiero di Gramsci, il teologo Romano Guardini chiamava opposizione polare, che occorre valutare la drammatica condizione entro la quale viviamo. Denunciando quindi la macchina infernale in ogni occasione possibile sapendo che tanto, per quanto possa sembrare forte e indistruttibile, in realtà, sta già mostrando i sui giorni contati.


[1]Innocenzo Cipolletta, La nuova normalità: Istruzioni per un futuro migliore, Laterza, Bari-Roma, 2021 “Non possiamo più tornare a una normalità che escluda la crisi. […] è molto probabile che vivremo altre crisi nei prossimi anni e che la vita nel nostro futuro sarà un succedersi di crisi e di eventi che si sovrapporranno e verranno a interrompere il corso della storia per reindirizzarlo verso nuove tendenze, senza mai raggiungere una fase di equilibrio, ma sempre transitando da un evento all’altro” (capitolo 1, Vivere con le crisi)

[2] Ugo Mattei e Alessandra Quarta, Punto di svolta. Ecologia, tecnologia e diritto privato. Dal capitale ai beni comuni, Aboca, Arezzo, 2018 pag. 63

[3] https://www.governo.it/it/articolo/g20-rome-summit-la-conferenza-stampa-conclusiva-del-presidente-draghi/18429

[4] Antonio Gramsci, La città futura 1917-1918, Einaudi, Torino, 1982 pag. 737

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