Una proposta per ridurre il contagio


4 Dic , 2021|
| 2021 | Sassi nello stagno

Vi consigliamo di leggere fino in fondo per capire il senso dell’articolo

In questi mesi, abbiamo raggiunto una certa unanimità su due principi sacrosanti che dovrebbero costituire le fondamenta per il nostro prossimo futuro – almeno fino a quando ci troveremo a combattere questa guerra contro il nemico invisibile.

Il primo principio è che la tutela della salute dovrebbe essere il fine primario del nostro ordinamento giuridico. Preservare e difendere la salute dei cittadini deve essere l’obiettivo di ogni paese civile. La Costituzione su questo è chiara (art. 32). In questo contesto, significa che il nostro governo, e tutte le istituzioni democratiche, devono fare ogni cosa per ridurre al minimo il contagio e la diffusione del virus. Questo è l’obiettivo: portare il tasso di contagio verso lo zero. Questo tutela le persone più fragili e riduce al minimo le percentuali di contrarre l’infezione. Tutte gli altri diritti devono essere di supporto a questo.

Il secondo principio che, ci sembra, abbia raggiunto una certa unanimità nella popolazione è che la libertà non è un principio assoluto. Era l’ideologia individualistica e atomistica che ci aveva convinti che la libertà fosse un bene da tutelare in sé. Questi anni di gestione pandemica hanno mostrato, invece, un governo pronto a tutelare sì la libertà, ma a condizione che questa non invada il campo del diritto altrui a non ammalarsi. La libertà non è tutto, essa può e deve essere sospesa dalle autorità per tutelare, anche solo in via precauzionale, il bene comune. È un risultato straordinario di altruismo e civiltà: la libertà è un diritto derogabile al fine di tutelare la salute, ovvero di ridurre il contagio.

Lasciateci esprimere una certa soddisfazione per la diffusione così ampia e quasi unanime che questi principi hanno raggiunto in tutta la popolazione. Media, partiti politici, intellettuali, ma anche semplici cittadini: nessuno oggi contesterebbe il fatto che l’unico obiettivo sia ridurre il contagio e che le singole libertà possano essere sospese per diminuire, anche in forma preventiva, i rischi sanitari.

Crediamo che le recenti decisioni del governo vadano nella giusta direzione. Ci preserviamo però la possibilità di critica su un punto specifico, non sufficientemente preso in considerazione. Abbiamo finalmente deciso che le persone non vaccinate debbano essere “recluse ed escluse” (come ha suggerito un ministro della Repubblica). Esse non possono mettere a repentaglio la salute di tutti nell’esercizio dei loro diritti quotidiani (lavoro, università, mobilità, etc.). Sebbene ci sia in Italia un tasso di vaccinazione tra i più alti al mondo e anche le persone vaccinate contagino, è giusto recludere in casa coloro che non hanno sacrificato sé stesse per ridurre il tasso il contagio. È semplice buon senso: la libertà non è un’arma con cui fare del male agli altri.

Ci poniamo però una domanda: ma se in una singola abitazione sono domiciliate sia una persona vaccinata che una persona non vaccinata, perché la persona vaccinata deve essere costretta a vivere a contatto con un potenziale untore? Recludendo, infatti, un non vaccinato in casa stiamo esponendo le persone che abitano con lui/lei a un rischio altissimo di essere infettati. Non dimentichiamoci, infatti, che la casa è il luogo in cui il tasso di contagio è il più alto. È lì che ci si passa il virus, senza mascherine e senza distanziamenti. C’è un grande tabù nel parlare di come ridurre il contagio dentro le abitazioni. Ma, per noi, è un grande errore.

Con queste decisioni, stiamo mettendo in pericolo milioni di persone che hanno fatto il loro dovere e si trovano obbligate a vivere insieme a degli irresponsabili, immaturi ed egoisti. Certo, uno potrebbe andare a vivere altrove. Ma non tutti hanno questa disponibilità economica, non tutti possono permettersi un trasferimento, e lasciare la persona non vaccinata in casa da sola.

Nel recludere le persone non vaccinate insieme alle persone vaccinate emergono, infatti, chiare disuguaglianze economiche. I ceti meno abbienti devono convivere insieme, mentre quelli più ricchi possono tutelare la propria salute andando a vivere nella seconda casa. Per non parlare del fatto che, oltre alle disuguaglianze economiche, potrebbero emergere chiari profili di disuguaglianza di genere. Se la persona non vaccinata è una donna, infatti, è probabile che venga convinta dall’uomo a vaccinarsi. In caso contrario, la donna potrebbe subire la decisione dell’uomo e convivere con un vettore vivente di contagio. Possiamo permettercelo in una società civile?

La decisione di far valere il green pass solo all’esterno espone milioni di persone a rischi altissimi, ben più alti che in assenza del certificato verde. I non vaccinati sono costretti a stare molto più tempo in casa, e quindi hanno molte più possibilità di diffondere il virus agli altri membri familiari, che invece hanno compiuto il loro dovere civico e morale.

Dinanzi a questa situazione grave, umilmente, avanziamo questa proposta: perché non riservare a tutte le persone non vaccinate delle residenze in cui poter convivere tra di loro senza diffondere il virus? Potremmo costruire delle grandi abitazioni, magari fuori dalle città, in cui i non vaccinati possono abitare insieme. In questo modo, il loro diritto ad avere un’abitazione sarebbe preservato, senza che però questo equivalga a invadere i diritti altrui, e proprio quello più importante, quello alla salute. Non sarebbe, certamente, una cosa definitiva, ma solo temporanea. Per qualche mese, queste abitazioni/quarantene si riempirebbero. I non vaccinati parteciperebbero alle spese della convivenza in base al loro Isee. Le persone vaccinate, al contrario, a prescindere dal genere e dal reddito, vedrebbero rispettato il loro sacrosanto diritto a non infettarsi, specialmente da parte dei loro cari nella loro abitazione. Sarebbe un grande risultato di uguaglianza!

Certo, alcuni si opporrebbero. Ma se siamo convinti dei due principi sopramenzionati non vediamo perché possano emergere obiezioni. Se il contagio va ridotto a qualunque costo, e abbiamo compreso che la libertà deve essere funzionale al raggiungimento di questo obiettivo, perché non introdurre un green pass abitativo? È lì che avvengono quasi tutti contagi. I non vaccinati mettono a rischio la vita dei loro cari. Separiamoli e facciamoli vivere tra loro, ovviamente ben controllati dalle forze dell’ordine…

Poco importa se anche i vaccinati contagiano, noi dobbiamo essere prudenti. Non possiamo permetterci errori. Siamo all’ultimo miglio, dobbiamo unirci per raggiungere l’obiettivo di uscire da questa guerra vincitori. I non vaccinati non possono buttare tutto all’aria. Creiamo delle strutture di moderata segregazione, per il loro bene e per ridurre le disuguaglianze. Ce lo chiedono i nostri figli, non deludiamoli…

A SCANSO DI EQUIVOCI

Il senso di questo articolo è di provocare una riflessione. Questa proposta, che a molti potrebbe apparire assurda, è in realtà già presente. È cioè interna alle categorie filosofiche e giuridiche che sono a fondamenta del discorso pubblico.

Magari non verrà mai portata avanti, e noi lo speriamo vivamente, ma è già presente all’interno di ciò che il dibattito ritiene giusto, valido e ragionevole. I due principi (la riduzione del contagio come primario obiettivo e la derogabilità della libertà individuale) aprono a questi scenari inquietanti. La necessità di segregare è solo la naturale conseguenza. Non lasciamo che la barbarie invada ulteriormente il campo del diritto.

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