Postpandemia, pensieri (meta) giuridici


7 Dic , 2021|
| 2021 | Terza Pagina

È sempre buona regola domandarsi quale sia il desiderio che muove un autore a scrivere. Per il libro di Antonio Cantario, Postpandemia, pensieri (meta) giuridici, Giappichelli, esso consiste, mi pare, nel “comprendere il presente per agire su di esso” a fronte della duplice sfida a cui è sottoposto il lavoro intellettuale di cui l’autore è testimone e interprete: la sfida allo studioso di Diritto e al Professore. Si tratta di un intento quanto mai ambizioso (titanico lo definisce l’autore in una sorta di premessa – Sabbatico, il buen retiro – che precede i sette capitoli di cui è composto il libro) vista la pervasiva influenza dei poteri che costituiscono sial’ordinamento reale della società che i metodi e le finalità dell’insegnamento. In tutte le sue declinazioni, infatti, i lavori del giurista, dello studioso di Diritto Costituzionale e dell’insegnante si devono confrontare con la situazione prodottasi dalla mutazione dei valori costitutivi e costituenti gli ambiti giuridici, politici, sociali, culturali delle società contemporanea senza che le norme costituzionali formalmente vigenti siano stati cancellate o radicalmente manomesse. Da ciò derivano una contraddizione e un paradosso.

La contraddizione si instaura tra il progetto di società e di umanità promesso dalle Carte fondative dell’ordinamento costituzionale post-bellico (“una società egualitaria, [di] un ordinamento, democratico, a misura dei governati”) e la concreta normalità umana del nostro presente (quella della massima performance e del godimento estremo), che l’apparato giuridico cerca di “rendere universalmente cogente” e dove l’impresa “non è più la specifica istituzione dell’economia di mercato. È l’istituzione generale della vita sociale.” Il paradosso si manifesta nel momento in cui l’insegnamento del Diritto costituzionale postula l’esistenza di una sfera sociale nella quale siano agibili quelle relazioni collettive e comunitarie che rendono possibili gli obiettivi di emancipazione e fioritura dell’umano promessi nelle Costituzioni, mentre nella loro concreta esperienza gli studenti percepiscono l’illusoria ingenuità della fede nell’esistenza di questa sfera sociale, e molto più realisticamente “stanno al gioco dei poteri che alimentano” la pratica della sfera digitale come “tecnologia per eccellenza della libertà”, luogo esclusivo nel quale si realizza la liberazione, la partecipazione, l’innovazione. Solo prendendo atto di questa “scomoda verità”, sostiene Cantaro, potremo superare il senso di straniamento che si percepisce negli occhi e nei corpi degli studenti quando si prospettano loro “le magnifiche e progressive sorti del costituzionalismo” e sarà possibile reagire efficacemente alla deriva che rischia di trasformare definitivamente le scuola e l’Università in “una macchina fredda e inerte”, la cui unica finalità è quella di trasferire messaggi predefiniti e allenare alla velocità e all’adattamento al mercato.

Di fronte a questa situazione il monaco partigiano nel quale Cantaro si identifica(se ho correttamente inteso, colui che con spirito di resistenza conserva e trasmette la coscienza acuminata di una superiore idea di umanità nell’età della barbarie), non può indugiare nello specifico disciplinare, che è ormai invaso dalla normalità/normatività prodotta dalla decostituzionalizzazione/ricostituzionalizzazione, ma deve appunto andare oltre, dietro (μετά) il formalismo giuridico, nell’intento di ricostruire la complessa trama di mutazioni che hanno investito le forme dell’esperienza umana su cui si fondava il modello di normalità del costituzionalismo dell’homo civilis. Quelle mutazioni che hanno reso possibile l’instaurazione di nuove figure dell’umano, quella dell’homo oeconomisus, dell’homo digitalis e l’avvento di inedite configurazioni di potere (il sovranismo tecnocratico e populista). Il monaco partigiano sa di muoversi in partibus infidelium particolarmente insidiose, perché il mondo neoliberale ha prodotto una catastrofe semantica, rovesciando il significato di valori antichi o inventando neologismi e vi è il rischio di scivolare inavvertitamente dall’altra parte, come è avvenuto a molti. Si tratta tuttavia di un esercizio necessario, se non si vuole compiere l’ennesima trahison des clercs .

L’ambigua potenza della pandemia, che da un lato ha aggravato diseguaglianze, ingiustizie e solitudini, ma dall’altro ha rivelato, insieme alla crisi climatica, l’insostenibilità delle “magnifiche e progressive sorti” del progetto neoliberale, ha aperto un varco nella struttura compatta della normalità neoliberale, facendo emergere contraddizioni nuove e pericoli inediti. Ma come dice il poeta: là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva. Ed è appunto ciò che il volume cerca di indagare, a cominciare dall’esigenza della cura, che la pandemia ha posto in primo piano smentendo le narrazioni più rassicuranti, a cominciare da quella sintetizzata dallo slogan più diffuso e più bugiardo, quell’andrà tutto bene! con cui una civiltà già gravemente malata cercava di esorcizzare con infantile incoscienza il pericolo che aveva di fronte. Dopo non molto, per fortuna, è stato chiaro che non solo chi aveva contratto il Covid, ma tutta la società aveva bisogno di essere curata. Aveva bisogno cioè di un metodo di governo, e di insegnamento, alternativi a quelli basati sulla somministrazione autoritaria di soluzioni preconfezionate e standardizzate e sulla preclusione nei confronti dei desideri e dei bisogni dei destinatari. Prendersi cura significa infatti per Cantaro riattivare la comunicazione e l’ascolto-decifrazione dei sintomi del malessere sociale; ricostruire l’empatia tra governati e governanti (tra insegnanti e studenti). I due modelli di cura corrispondono, a mio parere, alla metafora che Platone propone nelle Leggi, basata significativamente sulla diretta analogia tra l’opera del medico e quella del legislatore. Ci sono due modi di curare (e di governare), scrive Platone, quello rivolto agli schiavi e quello per gli uomini liberi. Il medico degli schiavi, uno schiavo egli stesso, “non fornisce o accoglie ragione alcuna intorno alle singole malattie di ciascuno”, ma prescrive come un “tiranno”.  “Il medico libero, invece, cura e studia nella maggior parte dei casi le malattie dei liberi, esaminandole sin dal principio e secondo la loro natura, e rende partecipe l’ammalato stesso e i suoi amici della sua indagine e lui stesso apprende qualcosa dai malati, e, nello stesso tempo, per quanto gli è possibile, insegna al malato; e non prescrive nulla prima di averlo convinto, e allora, rendendo docile e preparando il paziente mediante la persuasione, tenta di riportarlo perfettamente alla salute.” La differenza tra i due modi di governare e di curare –  le norme, scrive Cantaro, hanno lo stesso fine della medicina, quello di curare i traumi – producono effetti opposti perché da una parte non avremo una società ma un allevamento e dall’altra si produrrà un deficit cognitivo generale, prodotto dalla interruzione dei circuiti di apprendimento relazionale.

L’esigenza di fare della cura, intesa come l’arte di governo (e di insegnamento) che coltiva una relazione affettiva nella prospettiva di perseguire un progetto di umanizzazione, non rischia però di rimanere una mera petizione di principio, un vano dover essere? In altre parole, il carattere apocalittico (rivelatore) della pandemia ha la forza di determinare un cambiamento autentico o sono già all’opera dei poteri che tendono a normalizzare le contraddizioni al fine di attuare l’ennesima rivoluzione passiva?

La voce che apre il volume (Stato di eccezione/stato di normalità) affronta in modo originale e illuminante il rapporto dialettico tra ordinamento giuridico e normalità sociale, mettendo in evidenza come ogni sistema normativo si fondi su un determinato assetto (quello egemone, potremmo dire) delle relazioni umane. L’ordinamento giuridico ha lo scopo di preservare e promuovere la normalità egemone. La sovranità non va quindi “compressa” in una interpretazione ontologica della celebre formula schmittiana: sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione. Schmitt va semmai utilizzato in chiave epistemologico-ermeneutica per far emergere a) che la sovranità è anche – se non soprattutto – la decisione sullo stato di normalità; b) che la dichiarazione di stato d’eccezione ha una natura funzionale alla istituzione di un dispositivo normativo in grado di affrontare uno stato di caos e di anomia per ristabilire la normalità; c) che il la situazione caotica non è di per sé in grado di qualificarsi politicamente e giuridicamente come stato di eccezione (o di necessità,  per Santi Romano), aprendo la strada alla sospensione-inversione dell’ordinamento vigente, ma necessita di essere riconosciuta come tale. Ma chi può esercitare questo potere? Per ciò che riguarda la Pandemia, sono state le autorità sanitarie (l’OMS) a dichiarare la sospensione dello stato di normalità. Ma poiché la pandemia non si è limitata all’ambito sanitario, ma ha prodotte conseguenze sistemiche, subito dopo la dichiarazione dello stato d’eccezione sanitario si è aperto “il secondo capitolo della ‘lotta per la sovranità’. La lotta … su chi è legittimato a ‘dichiarare’ la cessazione dello stato di eccezione e il ritorno allo stato di normalità.” Questo conflitto si è peraltro svolto nel perdurare di quella crisi di legittimazione che le autorità politiche (ma, lo abbiamo visto, anche quelle scientifiche) soffrono e la cui matrice andrebbe cercata anche nella chiusura dell’orizzonte del possibile che connota la normalità neoliberale, La dialettica tra stato d’eccezione e stato di normalità, osserva ancora Cantaro in questo primo capitolo, rende necessaria una riflessione sulla sussistenza delle risorse culturali di cui dispone la nostra civiltà di fronte ad una catastrofe globale: dopo aver accantonato l’apocalittica delle religioni che consentiva di fornire una visione immunizzante agli eventi catastrofici, la società occidentale ha espunto il tema della fine del mondo, prima nella fiducia incondizionata otto-nocentesca nel progresso tecnico-scientifico-industriale, poi  nella normatività neoliberale  che impone una logica implacabile, quella dei codici binari universali ed eterni che le consentono di mettere a valore la vita umana in ogni suo aspetto e senza limiti; tutto ciò si traduce in una “smaniosa e frenetica routine” a cui è del tutto precluso l’orizzonte del catastrofico. Anzi l’unica realtà possibile – quella della competizione universale –  riesce a metabolizzarlo con la sua industria culturale e la produzione di un immaginario popolato di distopie paralizzanti (a questo proposito si potrebbero utilmente rileggere Realismo capitalista di Mark Fisher e Geografie del collasso di Matteo Meschiari). Nonostante ciò, o più precisamente proprio in virtù di questa rimozione del catastrofico, la normalità neoliberale, messa in forma dalla sua costituzionalizzazione, è stata sfidata, messa in quarantena dalla pandemia, che ne ha fatto emergere la fragilità e insinuato il dubbio sulla sua sostenibilità e desiderabilità. Si è quindi aperta una fase di conflitto per definire quale sia lo sbocco dell’apocalisse. Sarebbe ingenuo però sottovalutare la capacità di resilienza dell’ordinamento neoliberale e il conseguente rischio che prevalga una “fine senza possibilità di riscatto”: una nuova rivoluzione passiva, insomma.

Per comprendere dove si gioca (o dove si è già giocata) la partita per determinare il segno che assumerà la transizione postpandemica, è necessario ricostruire il perimetro della normalità nel quale è inscritta la costituzione materiale del nostro mondo. I sette capitoli di cui è composto il libro analizzano l’ambivalente complementarietà, segnalata già nelle endiadi che ne costituiscono i titoli, che connota i dispostiti di disciplinamento sociale attraverso i quali può passare (sta già passando?) la ridefinizione dell’ordinamento sociale e umano. Ecco allora l’analisi dell’ambito (meta) giuridico (Stato di eccezione/stato di normalità), (meta) linguistico (ripartenza/resilienza), meta politico (Politica/tecnocrazia e Prendersi cura/governare), (meta) antropologico (De-costituzionalizzazione/digitalizzazione, Libero arbitrio/libero sfruttamento, Pandemia/sindemia). La classificazione per ambiti disciplinari che qui propongo è ovviamente una semplificazione, perché Cantaro, oltre a sviluppare con straordinaria ricchezza di riferimenti e di letture ciascuna di queste coppie dicotomico-complementari, non autoconfina la sua riflessione in rigide partizioni scolastiche e mantiene un costante contatto con il concreto svolgersi dei processi sociali. Così, ma è solo un esempio, rilegge i conflitti tra i “lavoratori indipendenti” e le piattaforme digitali delle consegne a domicilio; oppure, analizza la tendenza, che si va chiaramente delineando nelle essenziali e “performative” dichiarazioni di Draghi, a sostituire l’Europa basata sull’ordine neoliberale di Maastricht in crisi con una forma di sovranismo europeo a “declinazione tecno-populista”, inquadrato geopoliticamente nella cornice di un rinnovato Atlantismo funzionale ad affrontare le sfide di una nuova guerra fredda tra Occidente e non Occidente. Impossibile dare conto pienamente di ciascuno di questi “pensieri”. Si può però sottolineare la costante attenzione dell’autore a mostrare come si sia di fronte ad una situazione fluida, che lascia ancora margini di incertezza circa gli assetti definitivi che la crisi attuale produrrà, sia sul piano culturale-antropologico che su quello politico-giuridico. Anche perché la ridefinizione dei dispositivi di disciplinamento sociale e degli ordinamenti giuridici deve confrontarsi con sfide inedite, a cominciare da quella costituita dal cambiamento climatico.

Sono soprattutto due i pilastri che il libro indica come fondanti  una possibile alternativa alla nuova rivoluzione conservatrice: a) la riacquisizione di forza simbolica (symbolon è appunto ciò che riunifica, rimette in connessione) da parte della politica attraverso la ricostruzione di un mito unificante in grado di ricomporre i legami sociali attorno a una narrazione che connetta il presente al futuro; b) la riproposizione dell’arte del governo come ascolto e cura dei governati, che a sua volta presuppone la ricostituzione della “connessione emotiva tra governanti e governati” e quindi la frequentazione di uno spazio di relazioni umane condiviso – la società – che può sussistere solo se si ha la capacità di perseguire il bene comune. A questo riguardo azzardo, concludendo, una considerazione critica: categorizzare la distinzione tra governanti e governati (operazione peraltro empiricamente necessaria) non rischia di mettere in ombra la necessità di un suo tendenziale superamento, senza il quale – la storia contemporanea lo dimostra – gli stessi istituti costituzionali e i valori umanistici di liberazione che ne sono a fondamento restano indifesi dalle dinamiche oligarchiche e plutocratiche?

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