Vita da studentessa


7 Dic , 2021|
| 2021 | Voci

La mia mattinata inizia alle sette in punto, quando sguscio fuori dal piumone per spegnere una sveglia che non so per quanto tempo varrà la pena lasciare impostata.

Per un’oretta, tutto sembra essere normale tra le mura dell’appartamento dove vivo. Colazione, caffè. Esco di casa alle otto e quindici e attendo l’autobus. Avrei dovuto accendere un computer, dopo colazione, collegarmi via Teams per una lezione di biologia che non seguirò.

L’autobus arriva alle otto e venti e ci salgo sopra cercando di coglierne ogni dettaglio. È lo stesso che prendevo ogni mattina per recarmi alla mia facoltà, una piccola odissea di quaranta minuti fra le strade scoscese del centro Italia. Avrei dovuto accendere un computer e invece sto uscendo a fare la spesa con l’autobus, nel negozio più lontano da casa mia nonostante ne abbia altri nei dintorni. Sfrutto ogni occasione che ho, finché ce l’ho ancora, per muovermi liberamente all’interno di un territorio che gli spostamenti a piedi te li rende praticamente impossibili, in cui l’uso dei mezzi pubblici, se non hai una macchina tua, è praticamente obbligatorio.

Mi viene da pensare a quando, qualche mese fa, ho riflettuto che in effetti potevo stare benissimo così: che non mi importava che mi togliessero ristoranti, uscite al cinema e serate in discoteca. L’importante, mi ripetevo, è che non mi venga tolta la possibilità di studiare. Sono stata ingenua a pensare che prima o poi, nel braciere in cui hanno gettato mano a mano tutte le libertà, non ci sarebbe finita pure quella.

Mi è sempre piaciuto viaggiare in autobus, sedersi accanto a un finestrino, godersi il panorama che ti sfila davanti mentre tu puoi tranquillamente rilassarti senza pensieri. Stento quasi a credere che siano arrivati a togliermi perfino questo piccolo momento che mi prendevo per me stessa. Cerco di pensare che c’è chi è messo molto peggio, persone che questo tragitto devono compierlo giorno dopo giorno per andare a lavoro, e che ora non possono fare né una cosa né l’altra, ma mi riesce difficile.

Sono fortunata a studiare in un ateneo che ha garantito la didattica e gli esami a distanza fino alla fine dell’anno solare, ma dopo nemmeno per me ci sarà alcuna garanzia. A differenza di gran parte degli studenti universitari, che possono semplicemente scegliere di studiare autonomamente i loro programmi, io non ho questa possibilità: in quanto studentessa di professioni sanitarie, per me vige l’obbligo di frequenza delle lezioni, nonché quello, ancor più vigliacco, di sottopormi a vaccinazione per poter effettuare i tirocini.

Fin da quando, la scorsa primavera, sono entrate in vigore le nuove restrizioni che ad avviso di chi scrive hanno poco a che fare con gli interessi della salute pubblica, la mia vita, la vita di migliaia di miei giovani colleghi “renitenti” al vaccino, è praticamente in sospeso. Nessuno sconto, nessuna tutela, nessuna esenzione (un problema, quest’ultimo, che va ben oltre gli studenti universitari). Se non ti vaccini non entri in ospedale. Se non entri in ospedale, non ti laurei. Anche se non hai mai perso una lezione, se hai la media del trenta, anche se cambi la mascherina ogni due ore e fai un tampone ogni due giorni per dimostrare al mondo che non sei un’arma batteriologica come la stampa ti dipinge – cosa che peraltro, invece, a lezione, con altre duecento persone in una stanza, ti consente di andarci. O il vaccino, o niente laurea.

Non sono l’unica in questa situazione. Siamo migliaia, in tutta Italia e probabilmente non solo. Studenti che pagano le tasse, i libri e i servizi come tutti gli altri, che hanno visto le loro carriere subire uno stop forzato, a volte a pochi passi dal traguardo. Certo è che ognuno di noi reagisce in modo diverso. Qualcuno, se ha la fortuna di vedersi garantite le lezioni a distanza, continua a frequentare quelle e dare esami nella speranza che nel giro di pochi mesi il popolo intero ritrovi la ragione e decida di mettere un punto a questa storia. Qualcun altro, meno fortunato, è costretto a tre tamponi settimanali per accedere alle aule. Altri ancora, invece, hanno messo in pausa tutto, cercato scappatoie, cambiato corso di laurea, valutato ogni via d’uscita.

Ma probabilmente c’è una cosa che accomuna tutti gli studenti di professioni sanitarie che ancora rifiutano di cedere ad un’idea di obbligo tramite ricatto: una domanda che ci si pone a voce, che rimbalza sulle chat dei social, o che ci martella nella testa.

A che scopo continuare a studiare?

A che scopo impiegare il proprio tempo, le energie, il denaro, la passione, ammesso che questa non sia stata totalmente uccisa dalle misure sempre più folli di un governo alla deriva? Chi, esattamente, speriamo di diventare?

Fin da quando mi sono messa in testa che nella vita volevo dedicarmi a un’attività che fosse d’aiuto al prossimo, ho sempre guardato con ammirazione alle professioni sanitarie. Probabilmente tutti coloro che hanno deciso di dedicarsi allo studio di una di esse lo hanno fatto: non si sceglie una carriera così piena di rinunce, sacrifici e oneri senza una forte passione. Ma oggi, guardandomi intorno e scrutando l’ambiente universitario del dipartimento di medicina della mia università, non riesco a trovare una singola cosa in grado di riaccendere in me quella scintilla.

Le discipline che si dedicano allo studio dell’essere umano, corpo e psiche, sono senza dubbio tra le più affascinanti che uno studente potrebbe mai approcciare. Eppure, credo di parlare a nome di tutti noi “studenti di serie b” se dico che dopo due anni in cui le condizioni del sistema sanitario nazionale hanno determinato quante libertà potessimo avere, il grado di “emergenza” nella nostra regione, perfino quante e quali persone potessero entrare nelle nostre case, troviamo sempre più difficile ritrovare la volontà di studiare che avevano in precedenza. L’arrivo del Covid dovrebbe averci fatto sentire ancora più vicino alla professione che ci siamo impegnati così tanto per esercitare, e invece ci sentiamo sempre più distanti da tutto quel che riguarda l’ambiente sanitario, ospedaliero e non, che negli ultimi due anni non ha fatto altro che gettare la maschera e rivelarsi per la macchina burocratica nell’orlo di una crisi che è in realtà.

Anche se volessimo, tra l’altro, studiare ci riesce difficile comunque. Ci capirete, spero, ci sono altri pensieri ora nelle nostre teste. Come è possibile pensare all’università quando noi o le nostre famiglie potremmo non avere più il denaro per poter pagare le tasse scolastiche? Come potremmo trovare la concentrazione giusta per un esame di anatomia patologica quando non riusciamo a scacciare la paura di un ennesimo decreto che ci impedisca stavolta anche di entrare in università a darlo senza essere vaccinati?

Chi sceglie una professione sanitaria lo fa, con dedizione e sacrificio, per realizzare il sogno di diventare un punto di riferimento, una figura con la capacità di servire e aiutare gli altri. I medici, gli infermieri e tutti gli altri professionisti che si vedono nei telefilm non esistono, e ne siamo ben consci, ma probabilmente ognuno di noi tenta, nel suo piccolo, di avvicinarsi un po’ alla volta a quell’ideale. Moltissimi studenti, me compresa, amano ancora quel che studiano, ma ci blocca la prospettiva di non avere un futuro, e anche se miracolosamente fossimo di nuovo liberi di entrare in un ospedale, ci stiamo chiedendo sempre più spesso quale destino avremmo in uno Stato che da un lato vede la disponibilità di personale sanitario affievolirsi di anno in anno e dall’altro ci taglia fuori da questo settore perché malati fino a prova contraria in quello che dipinge come il momento di peggiore crisi sanitaria degli ultimi decenni, continuando però a tagliare i fondi alla sanità passando inosservato.

Un antico detto greco afferma: “Diventa chi hai imparato ad essere”. Ci stiamo chiedendo come potremmo mai imparare a diventare un buon sanitario, preparato ma soprattutto pronto all’ascolto, a ragionare fuori dagli schemi e all’unica certezza di non avere certezze, quando nelle aule universitarie, quando riusciamo a entrarci, vediamo serpeggiare unicamente nozioni sterili di sapere tecnico condito da esternazioni di un pensiero unico e senza possibilità di obiezioni della situazione che stiamo vivendo, come se esso fosse una verità immutabile. Continuiamo a sopportare questo, e anche insulti e condanne più o meno esplicite, allusioni alla nostra colpevolezza della risalita dei contagi e professori che dicono a gran voce che se non siamo vaccinati non meritiamo il nostro posto a sedere in quell’aula, a sentirlo blaterare insulti rivolti a noi invece che tenere una lezione che sia in qualche modo produttiva.

Questo e molto altro è quello che giorno dopo giorno accettiamo di subire pur di continuare a ricevere un’istruzione che ci fanno sentire come concessa e non come un nostro diritto, da parte di istituzioni sempre più vuote di valori e umanità e gonfie di nozionismo volto a formare non esseri umani, ma lavoratori stampati in serie per essere incanalati in un sistema che è sempre più simile a una catena di montaggio.

Non ci riconosciamo più in un’università come questa, ci riesce semplicemente innaturale. Gli atenei, da luogo in cui condividere il sapere e far fiorire il dibattito, sono stati relegati a mero ingranaggio nella produzione di merce umana da incanalare in un sistema sempre più marcio, in cui ciò che conta non è il benessere della persona, ma il profitto che se ne può ricavare e quanto essa spenda per far girare l’economia di uno stato liberale che affonda ogni giorno un po’ di più e continua a rifiutarsi di ammettere di star imbarcando acqua.

La laurea sembra un obiettivo sempre più remoto, ma traendo le somme, non siamo nemmeno più tanto sicuri di volerla. Abbiamo speso ore sui libri, ci siamo sottoposti a rigidi test e a rinunce per sudarci il voto di ogni singolo esame per diventare medici, infermieri, psicologi, veterinari, fisioterapisti, ostetrici, tecnici migliori. Per diventare persone migliori, il cui unico scopo nella vita era il benessere della gente. Se il vostro obiettivo, alla luce del clima infame che è stato creato a colpi di invettive e caccia alle streghe, non è tanto la salute del prossimo, quanto il vostro personale tornaconto, allora di continuare a formarci per diventare ingranaggi di questo sistema, che tutto fa tranne che pensare a far star bene il prossimo, non è affatto tra le nostre aspirazioni.

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