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Anaïs Nin – Henry e June


8 Dic , 2021|
| 2021 | Terza Pagina

Anais Nin è una delle donne più affascinanti della letteratura del Novecento, amante di Henry Miller e di sua moglie June, di Antonin Artaud, dello psicanalista Otto Rank, è una scrittrice che ha fatto della sua vita un’opera d’arte. Scriveva racconti erotici, su commissione per un ricco signore che amava dilettarsi in letture salaci, pubblicati postumi nel Delta di Venere. Ma la sua opera più importante è il suo Diario, ripubblicato in singoli volumi, ciascuno dedicato a un periodo particolare della sua vita. Henry e June (scritto tra il 1931 e il 1932) è il titolo del libro che racchiude quella parte di diario in cui narra della sua avventura con Henry Miller e sua moglie June Mansfield (la Mona di Tropico del Cancro).

DICEMBRE

Ho conosciuto Henry Miller. È venuto a colazione con Richard Osborn, un avvocato che avevo dovuto consultare a proposito del contratto per il mio libro su D. H. Lawrence.

Mi è piaciuto subito, non appena l’ho visto scendere dalla macchina e mi è venuto incontro sulla porta dove lo stavo aspettando. La sua scrittura è ardita, virile, animale, magnifica. È un uomo la cui vita inebria, pensai. È come me.

Nel bel mezzo del pranzo, mentre stavamo parlando di libri con molta serietà, e Richard si era imbarcato in una lunga tirata, Henry incominciò a ridere. Disse: “non sto ridendo di te, Richard, ma non posso proprio farne a meno. Non me ne importa niente, ma proprio niente di chi ha ragione. Sono troppo felice. In questo momento sono felice e basta, con tutti questi colori intorno, e il vino. Questo momento è meraviglioso, meraviglioso.” Stava ridendo quasi fino alle lacrime. Era ubriaco. Anch’io ero ubriaca, decisamente. Mi sentivo calda, annebbiata e felice.

Parlammo per ore. Henry disse cose profonde e verissime, e poi ha quel suo modo di fare “Hmm” mentre è immerso nel suo viaggio introspettivo!

(Anaïs Nin, Henry e June, Bompiani 1987/2013, p.13)

Il suo stile è confessionale, a tratti lirico, ma non altisonante; è una scrittura d’introspezione votata a un senso di estrema lealtà nei confronti dei sentimenti e delle pulsioni più che dei fatti. Naturalmente la drammaturgia di un diario non è come quella di un romanzo, eppure lei ti tiene incollato alle pagine, inducendoti a tifare per questa storia, pur sapendo che non potrà durare a lungo (sia lei che Henry sono sposati, anche se il matrimonio di lui sembra piuttosto libertino). June si inserisce tra i due prima come collante, poi come personaggio quasi al di fuori della narrazione: una cosmica antagonista, tutta presa da sé stessa e dalla ricerca spasmodica del denaro per sopravvivere; fredda, a tratti barbarica, inespugnabile.

Una faccia incredibilmente bianca, occhi ardenti. June Mansfield, la moglie di Henry. Quando mi venne incontro uscendo dall’oscurità del mio giardino nella luce della soglia vidi per la prima volta nella mia vita la donna più bella della terra.

Volevo rivederla. Pensavo che a Hugo sarebbe piaciuta molto. Mi sembrava così naturale che tutti l’amassero. Parlai di lei a Hugo. Non sentii alcuna gelosia.

Quando uscì di nuovo dall’oscurità mi parve ancora più bella di prima. Sembrava anche più sincera. Dissi tra me: “la gente è sempre più sincera con Hugo.” pensai che fosse anche perché era più a suo agio. Non riuscivo a capire che cosa pensasse Hugo. Mentre June saliva di sopra verso la nostra stanza per lasciare il cappotto, si fermò per un attimo a mezza strada sulle scale dove la luce la inquadrava contro la parete turchese. Capelli biondi, faccia pallida, sopracciglia appuntite e demoniache, un sorriso crudele con fossette disarmanti. Perfida, infinitamente desiderabile, mi attirava a sé come verso la morte.

Poi Henry e June strinsero un’alleanza. Ci raccontarono dei loro litigi, dei loro crolli, delle loro guerre. Hugo, che s’imbarazza di fronte alle emozioni, cercò di smussare gli angoli più acuti con una risata, cercò di appianare le discordie, le parti brutte e paurose, per alleggerire le loro confidenze. Da vero francese, delicato e ragionevole, dissolse ogni possibilità di dramma. Avrebbe potuto scoppiare una scena feroce, disumana, orribile tra June e Henry, ma Hugo ci impedì di saperlo.

Più tardi gli feci notare che aveva impedito a tutti noi di vivere, che aveva fatto sì che un momento di vita lo sfiorasse soltanto. Mi vergognavo del suo ottimismo, del suo tentativo di appianare le cose. Lui capì e mi promise di ricordarlo in futuro. Senza di me sarebbe stato completamente tagliato fuori, grazie alla sua abitudine di essere convenzionale.

(Anaïs Nin, Henry e June, Bompiani 1987/2013, pp. 21-23)

Anche l’Henry Miller qui tratteggiato muta costantemente nella stessa misura in cui mutano i sentimenti di Anaïs. In principio lui è posto su di un piedistallo, nonostante sia lei la scrittrice più nota tra i due (al tempo lui non aveva ancora pubblicato nulla, riceveva solo rifiuti e conduceva un’esistenza randagia). Anaïs prova subito un timore reverenziali nei confronti della forte personalità, dell’ampiezza culturale (si scambieranno tutto il tempo pareri letterari e consigli di lettura) e proprio dell’aura estrema, animalesca, da artista maledetto, che aleggia su Henry. Poi lo definirà «il più umano» che avesse mai incontrato. Infine i sentimenti nei confronti dello scrittore divengono dissonanti, a tratti è l’oggetto di ogni sua passione, l’uomo ideale davvero, l’uomo che mai al mondo vorrebbe perdere, a tratti è un poveraccio, che si fa mantenere dalle donne, di un egoismo mostruoso. C’è quel miscuglio di desiderio, ammirazione e ribrezzo, o addirittura invidia, per una vita che una donna proveniente da ambienti borghesi può solo spiare dal buco della serratura, e in fondo è consapevole che potrà condurre solo per metà quell’esistenza bohémien, tornerà sempre nella sua sicurezza familiare, con un marito bancario e le poche certezze cui non vuole rinunciare. Bisogna abbandonare ogni forma di moralismo per accedere all’opera di Anaïs Nin, un’opera intrisa di onestà intellettuale, volontà di aprirsi al mondo e far entrare, attraverso la propria confessione, la vita in sé, la vita estrema, la vita al massimo del suo dispiegarsi, al culmine della bellezza. La scrittura della Nin è proprio questa bellezza: compresa, ingoiata e ridonata al modo come un fascio di luce abbacinante (per usare una parola a lei cara).

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