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Il dubbio come fonte della democrazia costituente


20 Dic , 2021|
| 2021 | Scienze e potere

Si procederà per slogan, per “tesi”, sette per la precisione, molto secche e immediate.

1. Il dubbio è il metodo della critica. Come uomini moderni dovremmo saperlo da tempo. Contro i miti delle certezze incondizionate, il pensiero critico moderno ha sempre ritenuto che non vi fosse nulla di insindacabile e di indicibile. Sarebbe persino troppo semplice – ma forse oggi non scontato – evocare i nomi di Descartes, di Hume, dello stesso Kant, come esponenti di una attitudine che è moderna e scientifica proprio perché non è mitico-religiosa, in quanto sottopone a dubbio e revisione costante il dato positivo, che è in quanto tale una ipostatizzazione sempre suscettibile di essere aggiornata e aggredita dalla critica.

2. Il dubbio è il metodo della scienza e della filosofia della scienza. La critica che rivendica il suo rapporto costitutivo con il dubbio non è mitologia o anti-scienza. È semmai antiscientismo, anti-positivismo, difesa della dimensione autenticamente critica della ricerca scientifica. Questo dovrebbe essere scontato per quanti si richiamano alla tradizione dell’illuminismo e del razionalismo, sino alle configurazioni più avvertite del pensiero dialettico e della biopolitica. A proposito, se è lecita una domanda: ma dove sono finiti i filosofi della biopolitica, che negli ultimi decenni ci hanno insistentemente fatto attenti alle dinamiche del potere molecolare che aggredisce il bios? Viene il dubbio, per stare al nostro tema, che al momento decisivo abbiano deciso di aderirvi.

3. Nella sua elevazione a strumento di governo, la scienza perde il suo legame costitutivo con il dubbio. È il rapporto stesso tra la scienza e la verità – e di conseguenza tra la scienza e il potere – che si vuole evitare in tutti i modi di tematizzare. Si intende in questo modo occultare il fatto che la ricerca scientifica, oggi, è un fenomeno complesso. Da un lato esercizio pubblico al servizio della collettività, in continuazione con il secolare spirito della rivoluzione scientifica moderna; dall’altro lato, tuttavia, forza produttiva al servizio dell’accumulazione capitalistica, condizionata nella sua stessa prassi dagli interessi privati che la sostengono.

4. Presentando una presunta scienza pura, univoca e neutrale – che non esiste più neanche nelle Università – si tenta di celare il legame strutturale che esiste tra una determinata ricerca scientifica e il potere economico. Mentre si tenta maldestramente di bollare l’oppositore come irrazionale, oltre che come irresponsabile, si intende – altrettanto maldestramente – celare gli interessi particolaristici e l’irrazionalità predatoria che orientano molte scelte di politica sanitaria. Basti dire che niente viene fatto per investire in tracciamento del contagio e in medicina di prossimità, per assumere nuovo personale sanitario, per aumentare i posti letto delle terapie intensive, per sostenere la ricerca scientifica di base e quella sulle cure. È la stessa razionalità scientifica, non altro, che suggerisce da tempo di affrontare la pandemia con sistemi integrati.

5. La rimozione della legittimità del dubbio mostra che la gestione della pandemia è politica, non sanitaria. È in atto nel nostro Paese un’epocale svolta regressiva. Un’immane «rivoluzione passiva», con la quale le classi dominanti volgono a proprio favore la crisi sanitaria per demolire quello che resta del formalismo costituzionale e delle sue garanzie, dopo avere smantellato lo stato sociale e i diritti dei lavoratori. L’emergenza sanitaria costituisce un’occasione irripetibile per la realizzazione di questo programma restauratore. Sappiamo bene dov’è l’origine della crisi che stiamo vivendo: in un sistema economico che da decenni distrugge la medicina di prossimità, che ha ridefinito in termini esclusivamente mercantili il rapporto tra paziente e medico, che ha ridotto il numero dei posti letto e quello dei sanitari. Un sistema che ha umiliato l’essenza della medicina occidentale e la sua stessa missione ippocratica, che vede nel malato una persona e una singolarità irriducibile, e non solo un numero, un cliente o addirittura un potenziale e fastidioso “effetto collaterale”. 

Lo stigma dell’individualismo non ci tange. Individualista è chi ha distrutto e privatizzato la sanità, non chi reclama metodi razionali di lotta alla pandemia.

6. L’esercizio del dubbio per mezzo della critica è l’unico modo mediante il quale potere esercitare oggi una nuova democrazia costituente. È oramai evidente che le forze politiche democratiche – o presunte tali – di questo Paese sono complici, non da oggi, della ristrutturazione neoliberista. Se negli ultimi trent’anni si è trattato di svendere le conquiste sociali maturate nel Novecento, oggi occorre completare l’opera dismettendo ciò che resta della legalità costituzionale. Questa la nuova missione dei “riformisti” e dei “democratici”: picconare definitivamente la costituzione formale, dopo avere trasformato in senso regressivo quella materiale. A questa deriva, alla crisi nichilistica che il potere ci impone, opponiamo la radicalità del dialogo democratico, per trasformare la crisi in una nuova possibilità costituente.  

7. Il dubbio deve farsi fonte della contraddizione, poiché la contraddizione è la prima e irrinunciabile fonte della democrazia. Nella società che lavora, oltre che nell’Università, si fa sempre più chiaro che il Green Pass ha una missione politica: prolungare l’emergenza permanente in eccezione per farla diventare regola, certo, ma regola della nuova fase della restaurazione neoliberista, fatta di un nuovo possente attacco ai diritti dei lavoratori, alla condizione dei ceti medi, al potere d’acquisto dei salari e, da ultimo, delle pensioni, proprio mentre sinistre figure riemergono dal passato per rivendicare apertis verbis, senza tema di smentita, che il dibattito pubblico e la stessa libertà di informazione andrebbero sapientemente dosate in funzione della stabilità del nuovo progetto elitista. 

Il Green Pass è in tal senso un prodotto del nostro modello di società, non di altri, cioè della libertà liberista, alla quale occorre opporre un’altra idea di libertà, che non è individualista, come viene maldestramente detto, ma è moderna – la libertà, consentitemi, dei giganti dalle cui spalle guardiamo il futuro: la libertà come autonomia morale di Kant, ad esempio; o la libertà come vincolo etico dell’universale di Hegel; o, perché no, la libertà come liberazione del lavoro di Marx. La libertà che inorridisce di fronte ai decreti legge per mezzo dei quali viene conculcato il diritto al lavoro. Consentitemi di concludere con una domanda idealmente rivolta a chi oggi è contro queste prese di posizione. Amici progressisti che ancora restate nell’ombra, nessun governo si era spinto sino al limite di sottoporre esplicitamente a ricatto il diritto al lavoro: cos’altro deve accadere perché voi mostriate il vostro sdegno?  

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