Non siamo legni storti


20 Dic , 2021|
| 2021 | Visioni

Le culture politiche, dice un mio amico, si compongono di elementi i quali si aggregano e disaggregano secondo le condizioni storiche. La svolta autoritaria di molti Stati dell’Europa centro-occidentale sta dimostrando proprio questo, soprattutto per quanto concerne la composita area politica della sinistra. In essa si vedono separarsi, più che in altri campi, almeno due sensibilità che fanno capo a due filoni di pensiero politico paralleli: quello sullo Stato, seguendo il processo moderno che ha portato all’assolutismo di ancien régime (finalizzato a spegnere il vecchio policentrismo dei ceti e delle giurisdizioni territoriali e cittadine) e che ha prodotto la riflessione sulla sovranità, sull’interesse e sulla ratio Status, sulla dottrina dell’equilibrio ecc. (in poche parole l’odierna scienza politica e delle relazioni internazionali); quello sull’emancipazione del popolo e della sua entrata al potere, di cui certamente il movimento dei lavoratori (con tutte le sue componenti: anarchiche, social-comuniste, cattoliche, populiste ecc.) è stato la massima espressione, ma che era già venuto alla luce con la rivoluzione francese e poi con i movimenti nazionali. Una branca questa che non ha avuto l’onore della sistematizzazione accademica.

I due filoni hanno dato luogo a diverse gradazioni di organizzazione sociale, dai totalitarismi alle democrazie, nonché a diverse concezioni dello Stato e delle relazioni interstatali. Uno dei pochi Paesi dove questa tensione non ha dato luogo a eccessi dittatoriali è stato forse proprio quello inglese dove fu trovata prestissimo la sintesi tra Parlamento e sovrano, rispettivamente espressione del pluralismo della società e principio monarchico dello Stato. Gradualmente l’Inghilterra ha poi fatto sostanzialmente a meno del sovrano, mentre in ogni altro Paese il suo ruolo è rimasto il cardine o è stato trasferito in una figura intermedia di duce o di caudillo. A Est il principio unitario dello Stato ha preso le sembianze del partito unico. Se nel Secondo Dopoguerra la sovranità è stata stemperata in alcuni casi del suo principio unitario – formalmente attraverso locuzioni come «la sovranità appartiene al popolo» – è perché la società organizzata come movimento dei lavoratori, in partiti e sindacati, ha assunto un potere tale da riuscire a dettare la linea sull’organizzazione politica di molte nazioni dell’Europa centro-occidentale.

Con la recente sconfitta del movimento dei lavoratori il potere pubblico ha virato verso una nuova centralizzazione burocratica, stavolta non più solo statale ma sovrastatale e interstatale, da qualcuno definita infatti – riadattando un concetto di Alan Dahl – poliarchia[1]. I centri poliarchici qui però non sono più i ceti e le città come nell’antico regime, bensì le élites statali (con preponderanza di alcuni Stati su altri) e i grandi capitali rappresentati da lobbies e think tanks. Non conscia gran parte della sinistra di questo passaggio di fase, ne è scaturita una divaricazione politica tra chi credeva e crede ancora nell’emancipazione delle classi subalterne, che passa certamente anche per la presa del potere statale, e chi credeva e crede nello Stato in sé, buono perché intrinsecamente migliore della società e della vita non activa (privata) delle persone, intese come singole o come gruppi, a prescindere dall’ordine che intende assicurare. Per costoro la ragione della politica è lo Stato in sé, per gli altri è l’uomo; un indubbio travisamento dello spirito costituzionale dei nostri padri, che quale principio supremo vollero garantire l’uomo «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (art. 2).

L’assioma di questo pensiero, in fondo assolutista e burocratico, è che l’uomo in quanto tale sia da correggere, che sia come sosteneva Kant “un legno storto”, che cioè di per sé non vada bene così com’è. Ma chi pretende di raddrizzare quel legno sono indubitabilmente altri uomini. Non è un caso che di tale risma facciano parte apologeti dell’intelligenza artificiale, dell’homo oeconomicus o dell’homo faber, delle virtù prodigiose e misteriose del mercato, dell’inesistenza del sesso biologico, dell’antispecismo che rende uguali uomini e animali, e in fondo dell’idea che la vita non abbia un valore intrinseco ma lo acquisisca solo se declinata in un certo modo, se raddrizzata appunto – o addirittura riplasmata – secondo la creatività umana. Fanno parte di questo insieme anche coloro che vedono la società come un sistema organizzato secondo criteri di efficienza, dove in fondo il corollario ultimo è che il singolo è sempre sacrificabile se necessario alla salvaguardia del sistema. Inutile ricordare le tragedie che questo modo di pensare ha generato nel Novecento. Che farsene dei disabili? E dei matti? E di quelli che non lavorano? E degli omosessuali che non possono riprodurre la specie? E di quelli che fanno spendere troppo al servizio sanitario? E dei delinquenti? E dei non vaccinati che fermano lo shopping natalizio?

Mi pare che tutto ciò sia quanto nell’enciclica Laudato si’ il papa chiama paradigma tecnocratico, correlandolo a un malinteso antropocentrismo secondo cui l’uomo sarebbe artefice di se stesso. Chi non crede è inevitabilmente più soggetto a questo modo di pensare, ma ovviamente non tutti gli atei sono uguali perché esistono diversi tipi di ateismo. Dalla fede nel fatto che tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, invece, ne discende che nessuno può essere scartato e che dobbiamo la nostra vita a un’Intelligenza santa, la qual cosa la rende non casuale e di estremo valore. Non solo nessuno è scartabile da un altro uomo ma neanche da Dio, come invece sosteneva Calvino con la sua dottrina della doppia predestinazione, perché se Gesù Cristo è morto lo ha fatto per tutti noi senza alcuna distinzione. Noi non siamo quindi legni storti ma uomini e donne redenti per l’eternità. «Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge ma sotto la grazia? È assurdo!» (Rm, 6, 15). Ma il potere pubblico non dovrebbe avere la presunzione di correggere l’uomo sostituendosi a Nostro Signore, elevandosi a ordine etico-morale, bensì dovrebbe reggersi sullo scopo di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3).

Il contrario è un pensiero dai risvolti nichilistici, che fa scomparire la persona lasciando inevitabilmente briglia sciolta allo Stato. E quando lo Stato ha briglia sciolta il conflitto sociale, fisiologicamente portato a riequilibrare i rapporti di potere tra le classi, viene soffocato a vantaggio della classe dominante. Le teorie dello Stato che hanno teso ad annichilire il conflitto interno sono state la stragrande maggioranza nella modernità e hanno dato luogo a diversi esiti nella teoria delle relazioni interstatali: da una visione hobbesianamente anarchica perché centrata sull’unico e unilaterale concetto di interesse (a sua volta declinato in vari modi); a una che fa capo a Grozio più incline a salvaguardare – insieme alla sovranità – il principio pacta sunt servanda; fino a vari tentativi di conciliare la sovranità con proposte di pace perpetua garantite da organismi sovranazionali, tra cui quella più celebre forse la kantiana. Nella stragrande maggioranza di queste dottrine, tuttavia, lo Stato assume al suo interno un ruolo soverchiante sulla società e la possibilità di mettere in discussione l’élite dirigente non esiste; il conflitto sociale interno è visto, con rare eccezioni tra cui Machiavelli, come una forma di destabilizzazione generale che può dare diritto all’ingerenza di altri Stati (la cosiddetta ingerenza umanitaria). Dalla sconfitta del movimento dei lavoratori il mondo, quindi, è uscito carente di una legittimazione dei conflitti tra classi sociali che possa mettere in discussione le classi dirigenti cosmopolite statali e sovrastatali. Occorre un movimento nuovo che dovrà necessariamente essere connesso internazionalmente per poter puntare a un obiettivo così ambizioso.


[1] Giulio Sapelli utilizza questo concetto per descrivere quel quasi-Stato che è l’Unione Europea.

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