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Georges Bataille: l’incarnazione dell’estremo


6 Gen , 2022|
| 2022 | Recensioni

Georges Bataille è l’incarnazione dell’estremo, laddove l’estremo è il sacro; in lui misticismo e anarchia trovano piena convergenza. Aveva un rapporto dissonante con la religione, i suoi genitori erano atei, ma un episodio traumatico nell’infanzia lo condusse ad abbracciare la fede cristiana, per poi negarla, o meglio, stravolgerla in una visione che confina con l’eresia. Da bambino si trovò ad assistere allo stadio terminale della sifilide di suo padre, il quale divenne cieco e paralitico. Georges fu segnato dalle pesanti crisi paterne, e proprio a causa di questi episodi esplorò – in particolare nelle scritture di tipo narrativo – un erotismo talmente eccessivo da tradursi in pulsione di morte. Costruì la sua filosofia sulla base della volontà di potenza di Nietzsche, del libertinismo di Sade, della dialettica servo-padrone di Hegel (che contestò con ogni mezzo), e a partire dal pensiero religioso dei mistici cristiani (si può pensare a Eckhart). Bataille ha scritto saggi, racconti, novelle e romanzi brevi. Il più noto dei suoi scritti narrativi è la Storia dell’occhio: un lungo racconto, inizialmente pubblicato sotto pseudonimo, che ebbe quattro edizioni. La prima del 1928, illustrata da otto litografie non firmate di André Masson; l’ultima del 1967, pubblicata postuma da Jean-Jacques Pauvert, è l’unica a recare il nome di Georges Bataille. Il surrealismo della Storia dell’occhio è più vicino al surrealismo di Dalì, Magritte o De Chirico che a quello di Bréton, cui si oppose ferocemente, tanto da essere poi definito antisurrealista. Non ci sono elementi fantastici o magici in questa storia, quanto invece onirici: l’intera vicenda assume tratti paradossali e grotteschi.

In sostanza, la Storia dell’occhio è il racconto di un incantamento erotico del protagonista a opera della dissoluta Simone. Quando s’incontrano non hanno più di diciassette anni, e le loro esistenze saranno segnate dal connubio tra pulsione erotica e crimine.

L’OCCHIO DI GATTO

Sono stato allevato in profonda solitudine e, fin dove posso ricordare, ero angosciato da tutto ciò che è sessuale. Avevo quasi sedici anni quando incontrai una fanciulla della mia età, Simone, sulla spiaggia di X. Le nostre famiglie erano imparentate alla lontana, i nostri rapporti ne furono affrettati. Tre giorni dopo esserci conosciuti, Simone e io ci ritrovammo nella sua villa, soli. Indossava un grembiule nero con un colletto bianco inamidato. Incominciavo a rendermi conto che lei condivideva l’ansia che provavo vedendola, ansia accentuata quel giorno dalla speranza che, sotto quel grembiule, fosse interamente nuda.

Portava calze di seta nera che salivano sopra il ginocchio, ma non ero riuscito ancora a vederle il culo (questo nome, che ho sempre usato con Simone, è per me di gran lunga il più grazioso tra i nomi del sesso); avevo soltanto l’impressione che scostando leggermente i lembi del grembiule da dietro, avrei visto le sue parti impudiche senza alcun velo.

Ora, nell’angolo di un corridoio c’era un piatto contenente del latte destinato al gatto: «i piatti son fatti per sedercisi, non è vero?» disse Simone. «Vuoi scommettere? Mi siedo nel piatto». «Scommetto che non oserai farlo» risposi quasi senza fiato.

Faceva estremamente caldo. Simone posò il piatto su una piccola panca, mi si piazzò davanti e, senza smettere di fissarmi, si sedette, senza che io potessi vedere, nascoste dalla gonna, le sue natiche brucianti immergersi nel latte fresco. Restai per qualche istante davanti a lei, immobile, il sangue alla testa e tremando mentre lei osservava la mia verga rigida tendere i pantaloni.

Allora mi stesi ai suoi piedi, senza che lei facesse un gesto, e vidi, per la prima volta, la sua carne «rosa e nera» che si rinfrescava nel latte bianco. Restammo a lungo immobili, entrambi sconvolti…

(Georges Bataille, La storia dell’occhio, Es 2005/2011, p.13)

Prima loro vittima è la madre di Simone, costretta ad assistere inerme ai giochi erotici e sadici della figlia con il narratore, che prevedono il miscelarsi di minzione, sangue e sperma. Seconda vittima sarà la fragile e folle Marcelle, oggetto del desiderio dei due, trascinata con violenza in un’orgia dal tragico epilogo, la ragazza verrà ricoverata in una clinica psichiatrica. I due protagonisti cercheranno di farla fuggire, con il risultato però di alimentarne gli scompensi fino a indurla al suicidio. Fuggono poi insieme in Spagna e qui incontrano il libertino dissoluto Sir Edmund, che si unirà ai loro dissacranti e salaci giochi. Assistono a una corrida, alla morte di un toro prima, e di un torero poi. Il torero aveva mostrato alla platea i testicoli recisi del toro morto; e, morendo, il torero perde un occhio. Il surrealismo della Storia dell’occhio, si diceva, è un surrealismo soprattutto visivo, che non riguarda drammaturgia o elementi fantastici tra i personaggi. Il vero surrealismo qui è nel gioco di identità tra tutto ciò che è ovoidale. Fino al parossismo descritto in una delle ultime scene, quando i tre al culmine della depravazione si divertiranno a violentare e uccidere un prete, celebrando una messa al contrario e insozzando ostie e vino con sangue, urina e sperma. In questo momento, che è proprio il climax del racconto, Simone stacca un occhio al defunto sacerdote, lo guarda estasiata e rivolgendosi al protagonista-narratore gli dice: «È un uovo». La vicenda si conclude con lui che guarda nella vagina di lei l’occhio piangente di Marcelle.

Da quel momento la si poté considerare guarita e lei manifestò la sua gioia parlandomi a lungo di svariati argomenti intimi, mentre solitamente non parlava mai né di se stessa né di me. Mi confessò sorridendo che un istante prima aveva avuto una gran voglia di liberarsi totalmente, ma che si era trattenuta perché così aveva provato un piacere ancor maggiore: la voglia infatti le tendeva il ventre e soprattutto le gonfiava il culo come un frutto maturo; inoltre, mentre il suo culo stringeva come in una morsa la mia mano infilata sotto le lenzuola, mi fece notare che continuava a provare quello stimolo, ed era straordinariamente piacevole. E quando le domandai a cosa la facesse pensare la parola urinare, lei mi rispose: bulinare, gli occhi con un rasoio, qualcosa di rosso, il sole.

È un uovo? Minuscolo, un occhio di vitello, a causa del colore della testa (la testa del vitello), è perché il bianco d’uovo è il bianco dell’occhio, e il tuorlo la pupilla. Secondo lei l’occhio aveva la stessa forma dell’uovo. Mi chiese di prometterle, quando avessimo potuto uscire, di fracassare a colpi di revolver uova scagliate in aria, contro il sole, e poiché le risposi che era impossibile, discusse a lungo per tentare di convincermi con certi suoi ragionamenti. Giocava allegramente con le parole, così diceva a volte rompere un occhio, a volte cavare un uovo, facendo inoltre ragionamenti insostenibili.

(Georges Bataille, La storia dell’occhio, Es 2005/2011, p.43)

Bataille unisce il piacere all’orrore, l’erotismo alla pulsione di morte, e in questo consiste l’unicità dei suoi testi. Non si tratta semplicemente di un discorso sadiano, ha a che fare invece con la perdita di coscienza, con la dissoluzione psicotica dei limiti umani; ma anche, se vogliamo, con una distorsione del concetto di sacro, un’inversione tra vita e morte.

Bataille scrisse, tra i suoi saggi, L’Erotismo, in cui compare la definizione di sacro come ciò che eccede i limiti imposti dal lavoro: in ciò la distinzione tra sacro e profano. Sempre nel suddetto saggio possiamo leggere una trattazione circa gli stadi dell’erotismo, che si divide in eros dei corpi (la passione feroce propria degli amanti), eros dei cuori (la passione integrata nel sentimento, propria del matrimonio) ed eros dei santi, o sacro (la passione cieca e violenta che trascende la vita, quella di chi consegna l’esistenza a una trascendenza religiosa). Bataille definisce sacro non un sentimento di abnegazione della carne, ma una forma di spinta pulsionale così potente da non poter essere in alcun modo colmata dal corpo o dal cuore: una vocazione all’estremo. Proprio nel personaggio perverso e osceno di Simone è presente qualcosa di simile a una vocazione: ossessionata dall’immagine dell’occhio e dell’uovo, arriva al culmine del crimine non tanto spinta da un desiderio della carne quanto piuttosto da una trascendenza feroce, per cui le è impossibile non portare alle estreme conseguenze il frutto delle sue ossessioni. Difatti, nell’ultima parte, mai scritta – e di cui Bataille lasciò solo degli indizi – Simone, dopo essersi convertita, avrebbe preso gli ordini religiosi in un convento.

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