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Facciamo uno sforzo e guardiamo oltre la narrazione dominante


11 Gen , 2022|
| 2022 | Visioni

Un recente articolo di Piero Bevilacqua sul manifesto del 6 gennaio 2022 – «Il mondo senza natura degli intellettuali no vax» – merita alcuni commenti, che possono essere un’occasione per allargare il ragionamento e guardare oltre la narrazione dominante. Perché sono molteplici i termini della questione che negli ultimi mesi sono andati confondendosi e oggi, di fronte alle ultime iniziative governative, alcuni punti vanno riaffermati con più chiarezza. E perché, inoltre, questa invettiva continua contro chi si oppone ai provvedimenti di legge o semplicemente li contesta va depurata di tutti i pregiudizi e gli argomenti pretestuosi che hanno accomunato i «no-vax» a chi, più articolatamente, ha criticato la generale impostazione della lotta alla pandemia.

Bevilacqua si scaglia contro «le sortite anti-green pass, e sostanzialmente anti-medicalizzazione (anti-vaccini), di filosofi noti e prestigiosi come Giorgio Agamben e Massimo Cacciari» e di «un giurista di rango come Ugo Mattei». Al di là delle sue valutazioni personali sulle posizioni di Agamben, che Bevilacqua definisce «enormità», ciò che il suo pezzo vuole prendere di mira «è la cultura di fondo, l’implicito “inconscio filosofico” su cui si reggono le posizioni di questi studiosi, che non differiscono in nulla rispetto alle vulgate popolari dei no vax di strada». Che le posizioni di Agamben e Cacciari non siano «no-vax», ma specificamente contro il green pass, è noto e non tanto perché limiterebbero la libertà di spostamento ma perché discriminatorie. Tuttavia, Bevilacqua le critica perché tacerebbero sul «fatto che lo spostamento degli individui, in quanto esseri sociali, comporta relazioni e vicinanza con gli altri ed è quindi il vettore unico e universale della trasformazione di una malattia virale in una pandemia planetaria. Senza contatti il virus non si diffonde, così che la loro limitazione per intervento statale rappresenta una iniziativa di salute pubblica, mirata a difendere la comunità, anche contro il diritto solitario del singolo che vuole essere libero di contagiare gli altri». Forse che il green pass limita i contatti e il contagio?

L’argomento di Bevilacqua è fallace, dispiace dire, ma è usato da molti, e deve essere demolito. Possibile che dopo un anno da che i vaccini sono stati introdotti ancora si usi questo argomento? Perché i vaccini limitano la gravità della malattia, ma non limitano il contagio. È stato scritto in tutte le lingue, è persino scritto nelle schede descrittive dei vaccini stessi. Quando i vaccini cominciarono ad essere distribuiti, fu detto in tutte le salse: «attenzione, non smettete di usare mascherine e distanziamento, i vaccini non eleminano la possibilità di contagio, ma sono efficaci nell’affievolire, di molto, la gravità dell’infezione» (la malattia). Chi si vaccina non smette di essere contagiabile e contagioso, ma se colpito si ammalerà di Covid-19 più lievemente. E l’efficacia del vaccino diminuisce nel tempo (tra i due e i sei mesi, a seconda degli individui e della risposta individuale).

Invece, Bevilacqua, come molti altri, continua a ricorrere all’argomento che i vaccini limiterebbero il contagio. Ergo, diamo un «pass» a chi è vaccinato perché saremo sicuri che non è contagioso. Falso! Chi è vaccinato – ce lo dicono le aziende farmaceutiche produttrici – è quasi per nulla contagiabile e contagioso (fino al 90%) subito dopo la vaccinazione, ma non lo è più con il passare del tempo. Se consideriamo che il grosso dei vaccinati in Italia – 26 milioni di italiani – ha avuto due dosi di Pfizer o Moderna (una per il Jensen) da più di 120 giorni (dati ISS, 5 gennaio) e non ha ancora ricevuto una terza dose, ci rendiamo subito conto che per questi un «green pass» che dà diritto alla circolazione è un lasciapassare per il libero contagio, come di fatto sta avvenendo da diverse settimane.

Si è confusa l’importanza del vaccino nel diminuire l’impatto del contagio (un’infezione più blanda) con la limitazione del contagio. Se c’era un modo per limitare il contagio – oltre alle mascherine, al distanziamento e alla limitazione degli assembramenti – quello era l’imposizione di un tampone preventivo per l’accesso a luoghi pubblici, oltre al cosiddetto «tracciamento». Il «pass» poteva avere un senso se serviva da lasciapassare per chi aveva fatto un tempone con risultato negativo. E, se si voleva essere equi, lo si sarebbe dovuto fornire gratuitamente. Invece si è seguita un’altra strada che non ha limitato il contagio ma solo il suo impatto, la malattia. Qui non si nega che il vaccino riduce il rischio di ospedalizzazione (perché la malattia è più lieve) ma si afferma che esso riduce solo inizialmente il contagio (ed è questa una delle ragioni per le quali, essendoci molti vaccinati «freschi», i numero dei contagiati era andato diminuendo).

È appropriato, quindi, vaccinarsi? In generale, sì. E, però, bisogna distinguere, ed è qui che l’argomento si estende. Ci sono diversi tipi di vaccino le cui reazioni sono differenti da individuo a individuo. Parliamo di tipologie di vaccino e parliamo di come ciascuno di noi si pone di fronte ai vaccini. Il tema dei vaccini è serio e da molti anni ormai ha trovato crescenti resistenze che hanno a che fare, da un lato, con la fiducia e la considerazione verso la medicina “ufficiale” e mainstream ma anche con il fatto che non tutto è stato chiarito circa i vaccini attualmente in distribuzione e, dall’altro, con comportamenti di opposizione e rifiuto motivati da più o meno argomentati ragionamenti, che potremmo accorpare in un’unica definizione di «complottisti». Se anche mettiamo questi ultimi da parte, trattandosi per lo più di farneticazioni (che pure interessano una parte ancorché minima della popolazione e di cui dovremmo preoccuparci: perché certe idee attecchiscono?), il tema della fiducia verso la medicina non può, invece, essere dismesso con una scrollata di spalle, accomunando chi è esitante, dubbioso o renitente per ragioni varie e motivate e chi vede in ciò che gli scienziati riportano motivi di preoccupazione ai no-vax negazionisti e complottisti, trattandoli alla stregua di «terrapiattisti». Perché, in questo caso, questa sicumera è assolutamente fuori luogo, soprattutto se è sostenuta dall’argomento che «lo dice la scienza». Perché – lo sappiamo, lo sa Bevilacqua, lo sanno gli intellettuali e gli scienziati – non esiste «la scienza» ma un mondo di esperimenti e discussioni, di teorie e di verifiche empiriche, di prove e contro-prove che compone «la scienza» (la teoria e il dubbio).

«La continua protesta di Cacciari, come di tanta parte di italiani, per la scarsa informazione fornita dagli scienziati, per le loro comunicazioni contraddittorie, per gli effetti collaterali del vaccino non perfettamente indagati», nelle parole di Bevilacqua, rivelerebbero «in realtà, l’ingenua pretesa della infallibilità della scienza, che vorrebbero simile a quella dei papi medievali. Forse non sanno i filosofi che anche nel mondo scientifico esistono diverse scuole, differenti approcci metodologici, molteplici esperienze sperimentali, che portano anche a conseguenze e risultati difformi?».

Proprio per questo si vorrebbe – ed è qui che vorremmo che il dibattito si sviluppasse, contro la narrazione dominante uniforme – che si prendessero in esame le posizioni diverse che sono emerse in questi mesi sui vaccini e su come fare fronte alla pandemia nel mondo scientifico. Esistono diverse scuole, differenti approcci metodologici, molteplici esperienze sperimentali, per l’appunto, che non portano ad un’unica conclusione.

In primo luogo, non esiste un solo vaccino come non esiste una sola patologia «da Covid-19». In tutta questa discussione sul vaccino e anche sulla sua obbligatorietà è emersa una visione che si può definire «vecchia» o che comunque non si confà al caso attuale. Il Covid-19 non è il vaiolo, o il tetano. Non esiste – non è stato ancora sviluppato – un unico vaccino contro il Covid-19 che ci si inocula una volta per tutte e poi si è «a posto per tutta la vita». Ci sono alcuni vaccini che sono stati messi in circolazione (da noi, altri sono in circolazione altrove) che hanno un certo «meccanismo di funzionamento» (il cosiddetto mRna) e hanno anche una certa efficacia e durata, che diminuisce nel tempo. Ha senso imporre l’assunzione di un vaccino che ha una durata limitata nel tempo? Con la prospettiva di doverlo riassumere più volte, ad libitum? Su questo l’opinione degli scienziati e le loro posizioni non sono affatto unanimi. L’idea che si sia costretti a ricorrere a «booster» (potenziatori) periodici (e con quali conseguenze?) non è per nulla condivisa.

In secondo luogo, vi sarebbero anche altri vaccini – a vettore virale, a virus «inattivato» o «proteine ricombinanti», più «tradizionali» – che sono stati sviluppati più lentamente e che non sono ancora in circolazione (che sia stato «voluto» da chi produceva quegli altri vaccini?). Inoltre, vi sarebbero cure – medicinali – contro il Covid-19 che potrebbero essere sviluppate e utilizzate (alcune già disponibili). Perché, ad esempio, i mono-clonali non vengono utilizzati in Italia? Il problema è complesso, lo sappiamo, ma il nostro sistema non è stato attrezzato (si veda la bella intervista di Lucia Bellaspiga a Evelina Tacconelli su Avvenire, 6 dicembre 2021).

In terzo luogo, c’è da considerare il tema degli «effetti avversi», che non va sottovalutato. Qui, si dice, le «statistiche sono confortanti». Ma il punto è, come sempre con le statistiche, come i dati vengono raccolti. La nostra AIFA non pubblica un rapporto sui casi avversi da agosto 2021. I casi «avversi» vengono segnalati solo se «sospetti» dai medici di base, a loro discrezione. Un serio monitoraggio dovrebbe prevedere che tutti coloro che ricevono un’inoculazione venissero seguiti. Inoltre, mentre nel caso di persone affette da Covid-19 e altre patologie (come quelle «croniche»: disturbi cardio-circolatori, diabete, obesità etc.) il decesso in caso di presenza di Covid-19 viene imputato al Covid stesso, nel caso del vaccino il decesso eventuale successivo (o l’insorgere di una patologia) non viene collegato e riportato nelle statistiche. Sappiamo quanti sono coloro che erano affetti da altre patologie e sono deceduti in seguito all’assunzione di vaccini? No. Ma il punto, qui, non è che essi siano necessariamente collegati, ma che non abbiamo un’idea di questa incidenza. Da cui si conclude che la farmaco-vigilanza, nel caso dei vaccini, è stata largamente carente.

Legato al tema dei casi «avversi» c’è il fatto che i vaccini attualmente in circolazione non sono stati deliberatamente testati su pazienti affetti da una serie di patologie (lo dicono le schede di presentazione dei vari vaccini), che vanno dalle immuno-deficienze alle patologie reumatiche, etc. Ci sono studi su questo ma non sono sempre conclusivi, il che dovrebbe supporre un atteggiamento di maggiore cautela. Perché noi sappiamo che, in Italia, sono moltissime le persone affette da altre patologie.

Inoltre, molti scienziati hanno avvertito che una strategia efficace di lotta alla pandemia non dovrebbe basarsi solo sui vaccini. Su questo, si veda ad esempio, il contributo pubblicato il 3 gennaio 2022 da un numero di scienziati sul British Medical Journal «Covid-19: An urgent call for global “vaccines-plus” action» e l’articolo uscito su Politico a firma di Carlo Martuscelli «Health experts: Vaccines alone aren’t enough against pandemic» in cui si avverte che «a public health strategy relying only on jabs is likely to fail».

Infine, da molte parti, in Italia e altrove, si è insistito, ad esempio, che il trattamento iniziale del Covid-19, quando un tampone avverte lo stato di «positività», non dovrebbe essere quello della «assunzione di tachipirina e vigilante attesa» perché questa può essere molto dannosa, nonché una perdita di tempo per cure precoci che potrebbero evitare l’aggrvarsi della malattia. Ci sono altri modi di fronteggiare il virus, e sarebbe utile sapere quanti di quelli che sono stati ospedalizzati si sono ritrovati a mal partito, ad esempio, perché ricoverati troppo tardi e dopo aver seguito il trattamento sbagliato (su questo ISS non riporta dati).

Tutto questo a che cosa dovrebbe portare? Quanto meno ad un atteggiamento prudente, di maggiore attenzione e flessibilità di fronte a una serie di inconvenienti e contraddizioni che dovrebbero lasciare aperta più di una porta. Perché l’esitazione vaccinale di tanti ha delle giustificazioni che, caso per caso, potrebbero essere degne di attenzione.

Soprattutto tra gli intellettuali e gli scienziati – proprio perché la scienza non ha mai una risposta univoca, come ricorda Bevilacqua, e vi è sempre margine per un nuovo risultato e una contro-prova – ci sarebbe dovuta essere apertura alla discussione, con un atteggiamento critico, analitico e propositivo. Il dibattito scientifico andrebbe tenuto in conto nella sua ricchezza e complessità.

Invece, da parte del governo e dei suoi «comitati tecnico-scientifici» si è preferito assumere un comportamento dogmatico: c’è un vaccino, e quello è. La sua copertura è totale (o forse no, allora si dovrà ricorrere al «richiamo»). Chi non si vaccina contribuisce alla diffusione del virus e va isolato, penalizzato.

L’argomento cui ricorrono in tanti – da ultimo Massimo Villone sul manifesto del 7 gennaio – è che essendo la vaccinazione generalizzata auspicabile nell’interesse della collettività, l’obbligo vaccinale è necessario, «secondo il dettato dell’articolo 32 della Costituzione», da istituire con legge «da commisurare in base all’obiettivo da realizzare e tenendo conto delle risultanze della scienza medica. La discrezionalità del legislatore non potrà essere assoluta. Realizzate queste condizioni il principio di autodeterminazione, che lo stesso art. 32 riconosce con il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, cede». E perché mai dovrebbe cedere? Quanto illustrato sopra mostra che non siamo di fronte ad un caso di un (unico) vaccino che elimina il contagio. Forse esso attenua (anche se molto) le sue conseguenze letali, ma non sempre e non per tutti. Il principio di autodeterminazione, secondo il quale un individuo potrebbe decidere di non voler far fronte a eventuali controindicazioni, non viene meno e non vi sono sufficienti ragioni (anche se sono molte, non sono abbastanza) per generalizzarne l’obbligo indiscriminatamente.

Più in generale, è valso un atteggiamento di assoluto diniego della discussione, ancorché basata su argomentazioni scientifiche, come quelle ricordate sopra. Non è vero, come afferma Villone, che «il sapere medico, praticamente unanime, suggerisce l’obbligo come unico strumento efficace, oggi e in prospettiva domani, per evitare il peggio». Nemmeno l’OMS ha auspicato l’obbligo generalizzato. Le centinaia di migliaia di contagi odierni non sono la prova che «se tutti fossimo vaccinati» il virus sarebbe stato eradicato, perché non sono questi vaccini che lo potranno eradicare (per ribadire: i vaccini non eliminano il contagio).

La derisione di chi si è opposto alle misure governative – e l’accomunare le critiche agli argomenti «no-vax», moderni untori da isolare – e la continua esagerazione e messa in evidenza dei comportamenti di alcuni fanatici hanno solo peggiorato una situazione in cui sarebbe stato auspicabile il coinvolgimento, la discussione. Insistendo, ad esempio, sulla favola della pandemia dei non vaccinati» (si veda l’intervento sul recente boom di contagi di Rachel Gutman, «The Pandemic of the Vaccinated Is Here», uscito su The Atlantic il 9 dicembre 2021, prima della variante omicron). Per non parlare delle molteplici contraddizioni delle misure stesse, che mostrano come l’aver voluto perseguire un’unica strada abbia portato questo governo in un cul de sac.

Si è voluto introdurre un «pass» per convincere gli indecisi a vaccinarsi, non volendo guardare alle ragioni della loro indecisione (alcune delle quali venivano ricordate sopra). Nel fare questo, però, li si è voluti punire, additandoli come responsabili del contagio, laddove una strategia di contenimento – tamponi più tracciamento, ad esempio, sarebbe stata più ragionevole (quando si è introdotto il «pass» si era già al 75% dei vaccinati). Perché, ad esempio, non si è eliminata la clausola della «responsabilità» per avvicinare gli indecisi, lasciando invece intendere che qualora vi fossero effetti avversi lo Stato non avrebbe provveduto?

Era noto che i vaccini in distribuzione avessero durata limitata e non si è fatto nulla di conseguenza: perché allora non si è provveduto per tempo, facendo sì che si vaccinava avrebbe dopo un periodo noto dovuto richiedere un richiamo? Quando, a fine ottobre, i contagi hanno ricominciato a salire, si è naturalmente additato i non vaccinati come responsabili. Ma era chiaro che, perdendo di efficacia il vaccino, molti dei già vaccinati fossero divenuti di nuovo contagiabili e potenzialmente contagiosi. Li si è lasciati circolare con un «pass» che non prevedeva la verifica di non contagiosità (come invece per i non vaccinati). A novembre i contagi hanno ricominciato a salire e a dicembre il passo del contagio è divenuto ben sostenuto. E, intanto, è arrivata una nuova «variante» verso la quale non sappiamo se il vaccino protegge o meno. E se una prossima variante dovesse farsi beffa del tutto? Continuiamo ad inocularci, che «male non fa».

Il che, però, è tutto da dimostrare. I vaccini oggi in distribuzione sono stati testati sul «ceppo» originario del coronavirus con le sue spikes intorno e questo, da allora, è mutato parecchio, ci dicono gli studi. Inseguiremo nuove varianti con vaccini sempre arretrati? E, però, il nostro governo ha deciso di rendere obbligatorio il vaccino. Perché, in realtà, l’obiettivo non è quello di limitare il contagio – è stato forse fatto qualcosa nelle ultime sei settimane in questo senso? No, «non si possono mica imporre tamponi a tutti» – ma quello di non andare «ad occupare i posti letto degli ospedali» e di non portare «il sistema sanitario al collasso». Per inciso, quanti sono davvero i «no vax»? I dati più recenti pubblicati dall’ISS (5 gennaio) dicono che ci sono ancora 6.660.263 persone non vaccinate. Ora, il conto dei contagi dice che fino ad oggi, da inizio pandemia, sono già state contagiate più di 6.975.000 persone. Il rapporto dell’ISS dice poi che solo l’1.4% di chi ha avuto il Covid viene re-infettato. Allora, perché farli vaccinare? E non sarà che molti di questi non intendono vaccinarsi? Ma, allora, i no vax «duri e puri» non saranno forse poche migliaia? Eppure, dagli al no vax, il contagiatore!

Nel periodo 3 dicembre-2 gennaio, secondo l’ISS, sono state diagnosticate «positive» 1.107.367 persone, il 73.7% delle quali già vaccinato (ma il rapporto ISS non dice quanti, tra i vaccinati, hanno già avuto il Covid). Nello stesso periodo, sono stati ospedalizzati 16.751 individui, il 50.6% già vaccinato. Nel periodo, 1.847 sono finiti in terapia intensiva (per il 65% non vaccinati) e 2.748 sono deceduti (di cui il 57.4% già vaccinati). Per ridurre le ospedalizzazioni, non è ai soli non vaccinati che si deve guardare. E se evitare il collasso del sistema sanitario pare un obiettivo nobile e giusto, c’è solo da chiedersi cosa è stato fatto in questi due anni.

Se il sistema sanitario, non appena c’è un’impennata del numero di ospedalizzazioni, si avvicina «al collasso», è perché in due anni è rimasto con la medesima dotazione di personale e attrezzature che aveva nel febbraio 2020, che già era il risultato di anni di riduzioni e tagli. Il nostro governo, come quello di molti paesi occidentali, ha seguito, nel gestire la pandemia, la strada che più si confaceva a quelle politiche: la strada del minor costo – l’inoculazione di massa, con il primo vaccino resosi disponibile, e non si sa davvero se poteva avere controindicazioni – invece del contenimento, del tracciamento, dei tamponi generalizzati, delle limitazioni stringenti alla circolazione. I primi avrebbero richiesti più investimenti – nel personale, nella sanità territoriale, nei medici di base, nell’approccio – mentre gli ultimi avrebbe visto la sollevazione delle categorie. Ci sono Paesi che la pandemia l’hanno contenuta molto meglio e più di noi, senza obbligo vaccinale, con più controllo (non si parla della Cina, qui, ma di Australia, Giappone e altri). Ma noi abbiamo scelto la strada di fare quello che si poteva spendendo il minimo, per poi pagare con ammende e prebende, ristori e sussidi, indistintamente ma in modo discriminante. Una lezione, questa sì: come il modello liberista può sopravvivere a una pandemia.

Dispiace vedere come sulla gestione della pandemia si sia scelto – da parte di molti – di appoggiare un atteggiamento del governo divisivo e discriminatorio, che non ha fatto che fomentare l’esacerbazione della tensione. Le conseguenze saranno gravi e profonde e lasceranno il segno che resterà come una cicatrice nel corpo sociale. Era necessaria la coesione, si è seminata la divisione. Serviva solidarietà, si è agitata l’adesione fideistica. Invece di reagire ispirando fiducia, si sono imposte regole con patetico paternalismo. Ignorando che, a differenza di un tempo, oggi non può essere più la «fede» a motivare il consenso, tanto più per uno Stato lontano, nei cui rappresentanti metà dei cittadini non si riconoscono.

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