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Brevi annotazioni per un discorso critico sulla Dad


17 Gen , 2022| and
| 2021 | Visioni

Pare sia il maleficio del nostro tempo quello di trasformare ogni campo di discussione possibile in un campo di battaglia di persistente reciproca delegittimazione. Ebbene, il dibattito sulla Dad non sembra sottrarsi a questo genere di contrapposizioni sterili e irriflesse. Anche chi dice di essere favorevole alla scuola in presenza non sfugge a questa sorta di incantesimo e si limita ad enunciare un dogma privo di alcuna valida giustificazione argomentativa. Eppure basterebbe partire dalla radice greca del termine scuola, scholé, come avevano provato a fare tra un’ondata pandemica e l’altra un gruppo di prestigiosi intellettuali italiani[1], per scoprire che si tratta di quella dimensione specifica e particolarissima di tempo libero, sottratto per principio alle necessità utilitaristiche dei saperi banausici. Per i Greci, era quello il tempo propizio alla paideia, intesa come formazione spirituale totale dell’uomo, il cui significato trasmigrerà in buona parte nella nostra nozione moderna di educazione, dal verbo latino edùcere che significa condurre su, sollevarsi, trarre maieuticamente da sé mediante uno sforzo[2]. Dunque, da questi primi elementi introduttivi si comprende già bene come in gioco ci sia molto di più di una semplice istruzione, intesa come mera trasmissione di nozioni e cognizioni in vista di uno scopo. 

Ovviamente si è ben consapevoli di operare in questo modo una semplificazione di un tema complesso, che contrappone educazione e istruzione. Basti dare un’occhiata alle considerazioni che Riccardo Massa fece alla fine del secolo scorso per apprezzarne la portata. Si prenda d’esempio il filone di pensiero che considerava l’educazione quale strumento di valori fondanti di una società, quindi di fatto conservatrice. Mentre l’istruzione poteva essere la sola a spezzare le barriere di classe attivando la mobilità sociale. Per dirla con Massa, «il rovesciamento dell’idea di educazione in quella di istruzione e di formazione è talmente ambigua che tutte le posizioni sono ribaltabili».[3] 

Tuttavia tale dicotomia ci aiuta a illustrare la deriva cui sembra destinata la scuola da qualche decennio a questa parte. Una scuola che, sempre più, è stata pensata in funzione del sistema di produzione e consumo e che non deve essere da ostacolo a questo. E anche per tale motivo risulta facilmente sacrificabile rispetto ad altre realtà produttive sicuramente più soggette ad essere veicolo di espansione dei contagi. In tal senso può essere naturale pensare che la didattica a distanza svolga un servizio analogo a quello che può offrire l’insegnamento in presenza. L’analogia con il mondo del lavoro, dove sono sempre più diffuse la formazione a distanza e i webinar, lascia intendere che tali tecniche di trasmissione delle informazioni possono essere funzionali anche in ambito scolastico senza conseguenze negative. Per acquisire informazioni mirate, da utilizzare nell’ambito dei propri ruoli e delle proprie competenze, tali pratiche possono essere un’utile alternativa per abbattere costi organizzativi e di spostamento, raggiungendo un risultato forse analogo. Ma in ambito scolastico, dove dovrebbe prevalere non semplicemente la trasmissione del sapere, come detto, ma la formazione dello studente in quanto persona e non in qualità di ganglio produttivo, lo svolgimento in Dad delle lezioni fa la differenza. I professori più avvertiti sanno bene che poco muove la volontà il dovere di studiare se non c’è prima e più prepotente una forza magnetica capace di attrarre verso il fine della conoscenza, instillando nell’animo dei ragazzi il sentimento di poterla raggiungere. Non è il semplice sapere che deve essere trasmesso ma il desiderio di sapere che dovrà porre lo scolaro nella postura scomoda ma proficua dell’amante del sapere. E’ del tutto evidente che uno scenario siffatto non risulti compatibile con i fasci di elettroni nei quali la Dad trasforma e riduce le persone in carne ed ossa. La formazione come paideia ed educazione esige relazioni incarnate: volti, voci e costrutti discorsivi.

La Dad può, inoltre, favorire la disuguaglianza sociale. L’ambiente di apprendimento viene a coincidere con la propria abitazione, nella quale possono non esserci spazi e condizioni idonee allo svolgimento delle lezioni. Inoltre, la mancanza di confronto con i compagni accentua le differenze di formazione in termini sociali e culturali. Per chi proviene da una famiglia che occupa i gradi più bassi della scala sociale la scuola serve anche a produrre esperienze, modalità e conoscenze che altri, provenienti da famiglie più agiate e permeati da un diverso ambiente culturale, acquisiscono per eredità familiare. La scuola agisce per superare le barriere e creare esperienze e momenti di crescita condivisi.  Il nostro sistema scolastico, che già ripropone la differenza di classe attraverso la dicotomia liceo/istituto professionale, rischia di accentuare quella distinzione all’interno di ciascun genere scolastico. 

Ma perché la scuola non si può limitare ad essere un centro di addestramento e di trasmissione di dati tra docenti e discenti, fra l’altro assolutamente compatibile, in questo caso, con la Dad come suo tramite? E’ di vitale importanza per una società democratica, o quanto meno che ambisce ad esserlo, formare delle persone autonome, consapevoli di sé e soprattutto del mondo storico che abitano. Hegel, un  filosofo che Bobbio nella sua pure enorme perizia analitica faticava a classificare politicamente[4], nei Lineamenti di Filosofia del Diritto, dopo aver ribadito una volta di più che i figli  non appartengono né ai genitori né ad altri  come cose, segnala, della finalità educativa, la valenza irriducibilmente dialettica rispetto alla immediatezza naturale, ovvero l’essere capace «di innalzare i figli […] all’autonomia e alla libera personalità e con ciò alla capacità di uscire dell’unità naturale della famiglia»[5], per accedere alla «famiglia universale» della società, con le sue interne potenzialità e contraddizioni. Per tornare all’attualità, la scuola dovrebbe insomma occuparsi come recita mirabilmente la nostra Costituzione della fioritura delle soggettività dei giovani e della formazione dei futuri cittadini, consapevoli di sé e del proprio posto nel mondo. Non interessarsi di consumatori di formazione, come pure recitano taluni programmi ministeriali, tipico di un tempo che con formula insuperata Gramsci definiva del «cretinismo economico».

La relazione, poi, tra egualmente liberi fa della scuola da sempre il luogo di elezione per quei processi tanto necessari quanto delicati, perché esposti allo scacco, di riconoscimento reciproco. Agamben al riguardo parla di studentato per riferirsi a quelle comunità ristrette e coese, per l’appunto di studenti, distinte ed autonome dal docente stesso in quanto rigorosamente articolate orizzontalmente: «Chiunque ha insegnato […] sa bene come per così dire sotto i suoi occhi si legavano amicizie e si costituivano, secondo gli interessi culturali e politici, piccoli gruppi di studio e di ricerca, che continuavano a incontrarsi anche dopo la fine della lezione»[6]. E’ la pluralità, non certo l’omologazione, il lievito per ogni identità degna di questo nome, non conchiusa in sé ma aperta per principio al dialogo. L’identità libera è infatti un dono sociale che si sostanzia nella differenza. Tali micro comunità hanno sviluppato da secoli preziose pratiche di riconoscimento delle differenze individuali, che la Dad in alcun modo riesce a garantire. Cosa che ovviamente allo stesso modo non garantiscono le strutture fatiscenti delle scuole, le aule anguste e soprattutto le “classi pollaio”, che tagli sanguinosi più che ventennali hanno contribuito a produrre e moltiplicare. Si comprende, dunque, come il male del nostro presente sia racchiuso nelle traiettorie automatizzate di una società della conoscenza che è sempre meno una società del riconoscimento concreto, incarnato. Compito storico di una politica dotata di qualche visione prospettica sarebbe quello di provare ad invertire la rotta, assumendo come prioritario il tema del riconoscimento, a partire da una riforma radicale del sistema scolastico che innalzi l’obbligo, punti sull’educazione e, per questo, riduca drasticamente il numero degli scolari per classe.


[1] La Stampa, La scuola è socialità. Non si rimpiazza con monitor e tablet,18/05/2020

[2] A sua volta, poi, trova un interessante riverbero nel termine episteme adoperato da Platone nel Simposio, come se chi sta in piedi da solo, avendo completato al meglio il proprio ciclo formativo, sarebbe poi in grado di costruire discorsi capaci di stare in piedi, come la colonna di un tempio.

[3] Riccardo Massa, Cambiare la scuola. Educare o istruire?, Laterza, 1997

[4] Norberto Bobbio, Studi hegeliani. Diritto, società civile, stato, Torino, 1997

[5] Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Bari,2004, §175

[6] Giorgio Agamben, A che punto siamo? L’epidemia come politica, Quodlibet,2020, p.100

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