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Sull’alternanza scuola lavoro e sullo sfruttamento del lavoro gratuito come regola. Una modesta proposta


23 Gen , 2022|
| 2022 | Visioni

A quasi due anni dall’inizio della pandemia, quello che senz’altro bisognerà valorizzare anche per il futuro è questo grandissimo rispetto per la vita umana – per ogni singola vita – che, praticamente, tutti hanno scoperto di avere, accusando e additando (giustamente) chiunque, al contrario, non mostri di rispettarla. Si guardi ai media tradizionali o al flusso continuo di comunicazione che viaggia via internet nei vari social network, ogni santo giorno, a tutte le ore, vi sarà sempre qualcuno pronto a ricordare come e quanto vada stigmatizzato e severamente messo sotto accusa chi con le proprie azioni si renda responsabile, anche in via del tutto ipotetica ed eventuale, della possibilità che qualche persona possa morire prematuramente. E se questa cosa è vera e vale anche per la popolazione più anziana, allora, a maggior ragione, dovrà valere anche per i più giovani, no?

«Ogni 15 secondi un lavoratore muore sul lavoro a causa di un infortunio sul lavoro o di una malattia professionale. Ogni 15 secondi, 153 lavoratori hanno un infortunio sul lavoro. Si stima che ogni giorno, 6.300 persone muoiono a causa di incidenti sul lavoro o malattie professionali — causando più di 2,3 milioni di morti all’anno».

Così, testuale, l’ILO (International Labour Organization), sul nodo italiano del suo sito.

Poche parole per descrivere una tragedia senza fine che – ora che tutti abbiamo finalmente compreso il supremo valore di ogni singola vita umana – senz’altro affronteremo col massimo impegno possibile, in modo tale da riuscire ad azzerare o, quantomeno, a limitare la frequenza di queste ingiuste morti.

In Italia, le morti sul lavoro, come è noto, oscillano sempre tra le tre e le quattro al giorno. Non occorrevano pertanto chissà quali poteri divinatori per prevedere che, una volta istituzionalizzato, lo sfruttamento del lavoro minorile, fiore all’occhiello della Buona Scuola renziana, oltre a «incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti», avrebbe anche traslato una quota di questi decessi quotidiani sul corpo studentesco.

Toccherà, ora, alla magistratura sciogliere i nodi che hanno portato al decesso dello studente friulano che alternava il suo percorso scolastico (*) con un lavoro che lo ha messo a diretto contatto con ciò che, poi, lo avrebbe tragicamente ucciso (una trave metallica).

Ma noi, come comunità, dobbiamo pretendere subito che vengano rimosse a monte le cause di nuovi e ulteriori possibili decessi.

È appena il caso di ricordare che, a seguito della riforma renziana, «i percorsi di alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, sono attuati, negli istituti tecnici e professionali, per una durata complessiva, nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi, di almeno 400 ore e, nei licei, per una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio».

La normativa aggiornata – Linee guida dei Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO) – presenta, in appendice, un esaustivo quadro di riepilogo del percorso iniziato con la Riforma Moratti (2005), amplificato al massimo da Renzi (2015) e limato poi dal governo Conte a dicembre 2018.

La rimodulazione del monte ore – «210 ore la durata minima triennale dei PCTO negli istituti professionali, 150 nei tecnici e 90 nei licei» – in ogni caso «non abolisce la loro obbligatorietà, né il loro essere condizione per l’ammissione agli esami di Stato».

Come già è accaduto con la normativa sugli stage, ovviamente, il fenomeno si è tradotto in una prassi di frequenti abusi: “Sfruttati per pulire i bagni dei ristoranti e fare volantinaggio” (2017), “Alternanza scuola-lavoro: studenti denunciano abusi” (2018), “Manodopera senza diritti e sicurezza” (2020).

Tuttavia ciò che bisognerebbe comprendere è che nella sostanziale – ancorché “flessibile” –  aziendalizzazione dei percorsi di studi non c’è una parte buona da salvare, una volta rimossi gli abusi.

Come si è potuta mettere in piedi una follia di così vasta dimensione senza che ci si ribellasse in massa? In un contesto in cui il lavoro scarseggia e vi sono vaste fasce di lavoratori disoccupati e altrettante di lavoratori sottoccupati, come si possono mettere a sistema centinaia e centinaia di ore di servizio presso le imprese, da parte di tantissimi studenti in larga parte minorenni?

Cosa volevamo insegnare ai nostri ragazzi? Che – contrariamente a quanto afferma la nostra Costituzione – il lavoro gratuito è cosa buona e giusta?

Cominci a lavorare gratis a sedici anni, mentre ancora vai a scuola, e poi continui, di stage in stage, portando a casa, se tutto va bene, 600 euro per un mese di lavoro a tempo pieno?

Se c’è un insegnamento che va urgentemente impartito ai ragazzi che si apprestano a entrare nel mondo del lavoro è esattamente di segno opposto:

«Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».

Si tratta del contenuto letterale dell’art. 36 della Costituzione repubblicana, la norma più clamorosamente disattesa dalla prassi degli ultimi decenni.

Lo squilibrio che – quasi sempre per nascita – c’è tra chi ha bisogno di lavorare per vivere e chi ha bisogno di persone per poter svolgere un’attività imprenditoriale, che necessita dell’impiego di altri esseri umani per poter essere svolta (squilibrio di potere oltre che quantitativo), è ciò che ha spinto i costituenti a prevedere una tutela di rango primario per questi principi basilari di civiltà giuridica.

Lo spiazzamento tecnologico, le crisi economiche cicliche, tutto questo e altro ancora dovrebbe far parte del bagaglio culturale dei nostri futuri cittadini.

Abolire “ogni forma di alternanza scuola-lavoro” è dunque solo il primo passo, da compiere subito, ma, al contempo, andrebbe abolito anche il concetto stesso di lavoro non dignitosamente retribuito, promuovendo la cancellazione di tutte le forme di sfruttamento della manodopera altrui, a cominciare dagli stage.

Una società che rispetta ogni vita umana è una società che vara una legislazione di protezione sociale efficace: formazione pubblica con reddito minimo garantito durante il percorso meramente formativo che segue il completamento del proprio corso di studi; sbocco lavorativo certo e stabile al termine del percorso formativo svolto dopo il diploma o la laurea (o dopo la perdita del proprio posto di lavoro, per i meno giovani).

Questo stesso percorso, all’occorrenza, potrà anche essere avviato direttamente da quelle aziende private che vorranno formare in house i propri lavoratori specializzati: in luogo dello stage, in questo caso, si potrà utilizzare un contratto di apprendistato, con retribuzione ridotta rispetto al minimo legale, al fine di compensare il contenuto formativo specifico insito nel percorso; ma ciò solo se si prevede al contempo un obbligo di assunzione al termine del periodo di formazione. Nei casi eccezionali in cui l’apprendista non verrà assunto, senza che sussistano sue colpe specifiche, il datore di lavoro che avrà scelto di non assumere – con regolare contratto a retribuzione adeguata – sarà tenuto a indennizzare ciascun lavoratore non assunto e non potrà più assumere nuovi apprendisti.

Rimuovendo le cause dello sfruttamento si migliorano conseguentemente le condizioni lavorative e, quindi, si riduce a monte, in concreto, il rischio di morire su un luogo malsano di lavoro. Facendo smettere di lavorare gli studenti si azzerano, di fatto, le morti sul lavoro dei nostri concittadini più giovani.

Tutto questo non è utopia. Si tratta semplicemente della costruzione di una comunità solidale, conforme a quelli che sono i principi ispiratori della nostra Legge Fondamentale.

Magari bisognerebbe appunto insegnare anche questo ai nostri ragazzi. E fargli leggere e studiare attentamente non solo Rosso Malpelo di Giovanni Verga ma anche Furore di John Steinbeck. 

(*)  Lorenzo Parelli frequentava il quarto anno di un percorso duale nel settore della meccanica industriale. Questi percorsi rientrano a tutti gli effetti nel modello della c.d. Buona Scuola, come del resto espressamente si può leggere nel comunicato stampa dell’istituto presso il quale il giovane studiava, facendo però formazione all’esterno, direttamente in azienda: «il sistema duale è una modalità per realizzare percorsi scolastici/formativi che coinvolge due attori, la Scuola/Ente di formazione e l’Azienda per favorire il passaggio al mondo del lavoro e sottrarre i giovani al limbo della disoccupazione. E’ una preziosa alleanza tra scuola e lavoro”, dichiara Paola Vacchina.

“Le riforme del mercato del lavoro (D. Lgs. 81/15) e della scuola (L. 107/15) hanno introdotto in Italia questo modello di apprendimento, già applicato con successo in altri Paesi Ue, che raggiunge ottimi risultati nel recupero della dispersione scolastica e in termini di inserimento lavorativo».

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