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Il “vincolo presidenziale” da Mattarella al Portogallo


26 Gen , 2022|
| 2021 | Visioni

In questa settimana iniziano le operazioni di voto in cui verrà eletto il nuovo Presidente della Repubblica che succederà al settennato di Mattarella.

Il complicato balletto di incontri fra leader, dichiarazioni, nomi dati in pasto alla stampa è complesso da seguire; gira la testa dalla quantità di notizie riversate sullo sventurato cittadino che voglia rimanere aggiornato. Di tutte le illazioni, annunci, retroscena verrà fatta giustizia quando verrà reso noto il nome del nuovo capo dello Stato.

Discutere dei nomi, quindi, rischia di essere un futile rincorrere le voci di corridoio o di candidati fatti uscire ad arte per dare segnali per qualche tatticismo dei partiti. Più che di essi – fossero anche quelli, assai pesanti di Berlusconi e Draghi – si può chiarirsi le idee sui criteri generali per giudicare la desiderabilità di una scelta o di un’altra.

Scendendo nella polemica politica di basso cabotaggio, è noto che Potere al Popolo aveva espresso la sua adesione al nome di Paolo Maddalena, giurista celebre e dalle opinioni notoriamente confliggenti con l’ordinamento economico mainstream, che però essendo di cultura cattolica ha espresso anche posizioni decisamente problematiche rispetto al diritto all’aborto e ad altre istanze di orientamento di genere. Per il quale motivo mentre il gruppo di ex pentastellati dissidenti e molto fortemente contrari al Governo Draghi e al suo retroterra tecnocratico-affaristico ha confermato il nome di Maddalena, PaP è invece tornato sui suoi passi.

Ovviamente ciascuna forza politica è doveroso che proceda in conformità al suo patrimonio di valori e obiettivi, ma andrebbe ricordato che il Presidente della Repubblica non è un candidato che debba esprimere una linea politica. È un istituto di garanzia chiamato ad essere super partes rispetto ai partiti, garante della Costituzione e del processo democratico ad essa soggiacente, al di là di quanto le sue personali convinzioni possano generare adesione o simpatie. Politicizzare il profilo dei candidati è insidioso

Questo dovrebbe essere il criterio fondamentale: capire, Costituzione alla mano, quali siano i suoi precisi doveri e chi possa adempierli al meglio.

Ma qui c’è un problema molto serio. Non basta il testo della suprema Carta per fare tale valutazione, ma occorre guardare al contesto effettivo. Negli ultimi dieci anni il vincolo esterno della Ue è uscito dall’ombra in cui aveva vivacchiato nei vent’anni precedenti – presente ed incisivo ma assai fuori dai riflettori – per prendere l’aspetto arcigno di un commissariamento dei bilanci statali all’insegna della austerità, provocando una tensione forte fra l’ortodossia fedele all’oligarchia unionista (convergente con vari “poteri forti”: Confindustria, banche, investitori internazionali) e vari tipi di forze “antisistema”.

In questo contesto le figure di Napolitano e Mattarella hanno assunto il ruolo di tutori di tale assetto di potere, più che della Costituzione; per cui l’oligarchia sta puntando a tutti i costi su una figura di establishment che continui a blindare – con la solita mielosa e scipita retorica sulla “necessarietà dell’Europa” – le politiche nazionali perché corrispondano al gioco dei mercati cementato dall’assetto unionista, come sostengono Thomas Fazi e Paolo cornetti sulla Fionda.

Basterà ricordare quale sia il ruolo del Presidente in merito alla formazione dei governi, notando che i due più tossici e spregevoli esecutivi schierati ventre a terra al servizio dei poteri dominanti – il governo Monti e il governo Draghi – sono stati determinati dalla volontà di Napolitano e Mattarella. Il primo infatti, svariati mesi prima che Berlusconi fossi costretto a dimettersi, aveva avviato colloqui riservati con Monti (uno dei più sinistri e pericolosi membri della oligarchia unionista) e con Passera – allora a capo della più grande gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo – che già in estate aveva lavorato alla stesura del programma del nuovo esecutivo entrato in carica a novembre.

Molto più fresco nella memoria è l’orribile e autoritario diktat di Mattarella per impedire che Savona (noto bolscevico già ministro di Ciampi, rendiamoci conto…) andasse a capo del dicastero dell’Economia, per via delle sue posizioni critiche dell’euro e della Germania. Ma non è un problema solo italiano. In seguito alle elezioni del 2015 in Portogallo il partito di destra (che si chiama socialdemocratico), responsabile di una dura austerità imposta dalla Troika, non era riuscito ad ottenere la maggioranza. Il Partito Socialista di Costa, invece, aveva la maggioranza con una alleanza con due partiti più radicali di sinistra. Nonostante questi ultimi avessero accettato di dismettere le loro richieste di uscire dall’eurozona e dalla NATO non era sufficiente. Il presidente della Repubblica Silvia aveva invece dato l’incarico di formare un governo al partito di destra con tali motivazioni:

“In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo è mai dipeso dall’appoggio di forze politiche antieuropeiste, […] di forze politiche che chiedono di abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di crescita e di stabilità, lo smantellamento dell’unione monetaria e di portare il Portogallo fuori dall’Euro, oltre alla fuoriuscita dalla Nato. […] Dopo aver affrontato il programma di assistenza finanziaria, con pesanti sacrifici, è mio dovere, e rientra nei miei poteri costituzionali, fare tutto ciò che è possibile per prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati”.

Alla fine Costa riuscì ad entrare in carica dopo aver dato ampie rassicurazioni sul rispetto degli impegni del Portogallo in tali materie. Da lì le quotazioni del primo ministro lusitano hanno preso quota, tanto da far parlare di “miracolo portoghese”.  Portogallo, così governa una buona sinistra è il titolo tipico della stampa progressista (Espresso) che vi vedono la quadratura del cerchio: giustizia sociale ma sotto le alucce della Commissione. Ovviamente il miracolo, visto da vicino, non era poi così sfavillante.

Tale comunicazione fa il paio con il breve discorso di Mattarella. Infarcito di ignobili luoghi comuni e falsità strumentali. Questo uno dei passaggi più spregevoli:

L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L’impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali.

Questo è il riferimento di parte del paese – presumibilmente non proprio composta da poveracci  – per un nuovo settennato: una figura che dall’alto della più tronfia insipienza in materia economica ha strumentalizzato le sue prerogative per alterare il processo di nomina di membri del governo per il mantenimento di equilibri di potere legati ai mercati e alla finanza.

Al momento non sappiamo chi sarà ad accedere alla Presidenza, ma possiamo essere sicuri che – visti i rapporti di forza attuali – si tratta di capire non se sarà un garante degli equilibri oligarchici, ma di quanto.

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