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Perché l’oppresso diventa complice dell’oppressore? Una prospettiva psicologica


27 Gen , 2022| and
| 2022 | Visioni

“E quale sarebbe l’alternativa?”. Oppure: “tanto non cambierà mai nulla!”. E ancora: “non sarà perfetto, ma questo è sicuramente il migliore dei mondi possibili”. Quante volte sentiamo ripetere queste frasi, magari alla fine di accese discussioni in cui si cerca di far luce sulle drammatiche contraddizioni e sulla violenza intrinseca del sistema sociale contemporaneo? E magari pure da persone che, in teoria,  dovrebbero avere tutto l’interesse di sovvertirlo. Pur essendo sovente danneggiati dalla situazione in cui vivono, questi soggetti molto spesso la percepiscono e la interpretano come un dato naturale (quindi immodificabile) e non come qualcosa di storicamente determinato (quindi modificabile). Può accadere anche – sempre più raramente – che qualcuno (senza evidenti conflitti di interesse), attraverso false credenze, adduca motivazioni tese a legittimarlo e argomenti volti a farlo passare come bello e giusto, rendendosi anch’esso complice della propria oppressione. La “cultura” contemporanea, dalla Thatcher (“there is no alternative”) a Fukuyama (La fine della storia), dalla Gruber a Fazio, ha tutto l’interesse affinché queste retoriche vengano interiorizzate dai gruppi sociali e lavora instancabilmente in tal senso, non avendo (in genere) nemmeno bisogno di ricorrere alla minaccia e all’uso della forza. Ma tutto ciò fa leva anche su motivazioni prettamente psicologiche.

Ancora, si è abituati a pensare che tutte le nostre idee su di noi, sul mondo e sugli altri siano frutto di attenti ragionamenti e precise valutazioni. Si dimentica spesso però di considerare anche la componente “calda”, ovvero quella che fa più capo alle emozioni, alle situazioni, ai bisogni, alle motivazioni. Credenze e valutazioni spesso derivano da elaborazioni di informazioni distorte, selettive e “interessate”. Le persone tendono a credere a ciò in cui desiderano credere, a volte anche di fronte ad evidenti prove disconfermanti: i pensieri, i sentimenti e i comportamenti dell’individuo sono influenzati dagli altri molto più di quanto sia generalmente riconosciuto.

Una teoria psicologica sociale sviluppata dallo psicologo statunitense John Jost può gettare luce su questi meccanismi: la “System Justification Theory”.

La teoria psicologica “system justification” riguarda il processo mediante il quale gli accordi sociali esistenti sono legittimati, anche a spese di interessi personali e di gruppo. La “giustificazione del sistema” cattura i bisogni sociali e psicologici di infondere legittimità allo status quo e vederlo come buono, giusto, naturale, inevitabile e persino desiderabile. Essa, come detto, si sviluppa anche in quella parte della popolazione che avrebbe tutto l’interesse a ribaltare il sistema economico sociale e politico, rinsaldando tutte quelle dinamiche che ne fanno un gruppo de-privilegiato. Un assunto della teoria è “non tutte le ideologie hanno alla base gli stessi bisogni”. Una persona, per esempio, potrebbe anche essere costantemente esposta ad una certa ideologia, ma se questa non andrà incontro ai bisogni di giustificazione del sistema non avrà molta presa sulle convinzioni ideologiche del soggetto. Non tutte le ideologie sono in grado di soddisfare i bisogni di chi, per fattori interni o esterni, è portato a giustificare il sistema. Fattori interni (cause disposizionali) ed esterni (cause situazionali) possono agire anche in modo sinergico. Per quanto riguarda i primi, s’intende il caso in cui il bisogno di giustificare il sistema all’interno del quale si vive fa capo a caratteristiche proprie del soggetto, in qualunque situazione esso si trovi. In letteratura si fa frequentemente riferimento a tendenze come: esigenza elevata di gestire l’incertezza e la minaccia, intolleranza all’ambiguità, necessità di ordine, struttura e chiusura, percezione di un mondo pericoloso, paura della morte, “auto-inganno”, bisogno di affiliazione, dissonanza cognitiva. Tutte caratteristiche personali che, al contrario di costrutti come la complessità cognitiva e l’apertura all’esperienza, portano la persona nella direzione di supportare ideologie giustificanti il sistema.

Vi sono però tuttavia anche fattori situazionali che possono agire sulla tendenza o meno di un soggetto o di un gruppo a giustificare il sistema dominante. In questo caso ci si riferisce a contingenze in cui l’abbracciare il sistema di riferimento porta più vantaggi immediati (funzione palliativa) rispetto al criticarlo o cercare di sovvertirlo. I fattori più citati in letteratura sono l’elevata minaccia al sistema, l’elevata minaccia di morte percepita (il fatto che il crollo delle Torri Gemelle abbia simultaneamente evocato la minaccia di morte percepita e la minaccia al sistema può aiutare a spiegare perché si siano registrati aumenti relativamente significativi sia tra i liberali sia tra i conservatori nel sostegno all’amministrazione Bush e alle sue politiche dirette alla legittimazione dello “status quo”), la dipendenza dall’esterno, il senso di impotenza. In sintesi, il “cocktail” tra i fattori disposizionali e situazionali citati determinerà in maniera importante quanto una persona sarà o meno portata ad accettare e sostenere ideologie tese a giustificare il sistema dominante. Vediamo così restituita ai bisogni e alle motivazioni gran parte di quell’importanza esageratamente attribuita al freddo ragionamento cognitivo.

Un aspetto interessante da discutere più attentamente è quello relativo al bisogno di affiliazione che porterebbe le persone a condividere più probabilmente idee di individui e gruppi socialmente accettati, spostando i propri atteggiamenti verso quelli di questi ultimi, oltre che verso quelli delle persone più vicine e significative, facendo dipendere da ciò i concetti di sé e le autovalutazioni (“sintonizzazione sociale”). Facendo riferimento alla teoria della realtà condivisa, si può sostenere che le persone sono motivate a raggiungere la comprensione reciproca con altri individui specifici al fine di stabilire, mantenere e regolare le relazioni interpersonali, soddisfacendo così i bisogni relazionali di affiliazione e, in secondo luogo, percepire sé stessi e i loro ambienti come stabili, prevedibili e potenzialmente controllabili, soddisfacendo così il bisogno di raggiungere una certa sicurezza.

Una immediata implicazione di quanto appena detto sulla quale vale la pena riflettere è che incontrare una visione del mondo veramente alternativa o “contro-culturale” può essere una severa minaccia per le motivazioni relazionali, perché mette in discussione l’insieme condiviso e significativo di presupposti da cui dipende una rete di relazioni interpersonali. Questo fatto può sicuramente aiutare a spiegare la ferocia con cui gli individui e i gruppi spesso si sforzano di evitare, respingere e persino osteggiare coloro che sostengono convinzioni e prospettive ideologiche concorrenti a quelle vigenti. In altre parole, la semplice esistenza di una visione del mondo alternativa può sfidare l’insieme condiviso di credenze che costituisce la base stessa delle connessioni delle persone con la famiglia, gli amici e i gruppi sociali. E oggi lo possiamo constatare tutti i giorni, anche in quei luoghi che dovrebbero essere – e professano di essere – liberi, democratici e inclusivi.

Altro aspetto interessante riguarda la dissonanza cognitiva. Mettiamola così: se dovessi constatare l’ingiustizia del sistema sociale, per mantenere una certa coerenza interna dovrei conseguentemente adoperarmi per porvi rimedio. Con tutte le implicazioni anche relazionali appena discusse. Questa non sempre è un’eventualità entusiasmante per le persone, che in genere mirano al “risparmio cognitivo” e, come abbiamo visto, al “quieto vivere”. Per cui, vista la necessità di mettersi in moto per combattere il sistema ingiusto nel momento in cui lo percepisco in questi termini, con variabili gradi di consapevolezza si va direttamente verso una percezione di esso come giusto e legittimo. Della serie: “chi me lo fa fare?”.

Ultimo punto a cui vale la pena accennare è quello relativo alla “dipendenza dall’esterno”, che si lega al “senso di impotenza”. In breve, un rapporto di dipendenza e un senso di impotenza contribuiscono ad aumentare la “legittimità percepita” dell’autorità da parte degli individui, che a sua volta guida, attraverso un meccanismo perverso, verso una maggiore soddisfazione della propria condizione all’interno dello status quo. Come a dire, se non ho il potere di cambiare le cose e nemmeno la forza per farlo, tanto vale accettarle così come sono e, di più, raccontarmi che “va tutto bene”. Così facendo, i soggetti dipendenti e impotenti contribuiscono drammaticamente anche al mantenimento di uno status quo di disuguaglianza a livello del sistema sociale nel suo insieme. Un docile servo obbediente che gioisce per le briciole che cadono dalla tavola imbandita del padrone è il complice perfetto del proprio aguzzino ed è fra l’altro esattamente ciò di cui il Potere ha bisogno per riprodursi indisturbatamente.

In conclusione, possiamo quindi farci un un’idea un po’ più precisa – anche dal punto di vista psicologico – di come mai un sistema come quello attuale, nonostante produca sempre più svantaggio sociale ed economico per larga parte della popolazione mondiale e nel quale i ricchi divengono sempre più ricchi, mentre le classi medie e lavoratrici divengono sempre più povere, continui comunque a riprodursi anche grazie al sostegno di coloro che da questo sistema si vedono svantaggiati e financo sconfitti. Si può quindi ipotizzare che certi bisogni psicologici umani agevolino una tale dinamica distorta: emerge infatti, fra le altre cose, che l’ideologia dominante è sostenuta oltre che per il fatto che riesce a far leva su determinate tendenze e bisogni psicologici, anche perché il rimetterla in discussione vorrebbe dire andare a contrastare i bisogni psichici relazionali, di solidità e di sicurezza che l’essere umano – e qualcuno più di altri – ha bisogno di vedere soddisfatti, anche attraverso l’approvazione acritica del sistema dominante.

È sotto gli occhi di tutti che – seppur in maniera caotica, rizomatica e anche “grazie” alla mano pesante del Potere – una certa coscienza nel Popolo si stia lentamente ma progressivamente risvegliando. E allora viene da chiedersi (sperare): i servi avranno la consapevolezza e la forza di smetterla di servire il padrone, disarcionarlo dal suo scranno e instaurare un avvenire di maggiore Pace, Giustizia, Uguaglianza e Libertà?

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