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Contro il Mattarella-Bis: intervista a Raphael Raduzzi


8 Feb , 2022|
| 2022 | Visioni

Vi proponiamo un’intervista a Raphael Raduzzi, deputato di Alternativa, componente parlamentare nata dopo la nascita del governo Draghi per opera di un gruppo di fuoriusciti del Movimento 5 Stelle. Raphael ci svela alcuni retroscena sulle giornate legate all’elezione del Presidente della Repubblica e fa il punto sulle prospettive politiche e sulle possibilità di un’opzione “terzo polo”.

L’esito della votazione era così scontato?

Diciamo che il Mattarella bis era un’ipotesi abbastanza quotata. Io non ho mai pensato che lui si sarebbe tirato indietro: era il reale candidato di una parte del PD. Qualcuno ha provato ad arrivare ad altri esiti. L’altro competitor che ha fatto di tutto per andare al colle era Mario Draghi: questo mi pare evidente.

Infatti, come abbiamo visto, ha fatto campagna elettorale per sé stesso. Una cosa inusuale anzi, più unica che rara.

Assolutamente sì: Draghi ha fatto di tutto per andare al Quirinale con un “partito” trasversale che potremmo chiamare il partito di Draghi. Un partito che va, in parte, dalla Meloni, che sicuramente tra Mattarella e Draghi avrebbe sostenuto quest’ultimo, passa per Giorgetti, per l’ala centrista, Toti, i ministri di Forza Italia, e arriva a Di Maio nei 5 Stelle, a una gran parte del PD, come Guerini e la “base riformista” che fa riferimento a Renzi, e poi a Renzi stesso. Insomma, un partito trasversale che ha provato a lavorare per Draghi ma è stato in parte sconfitto da un parlamento che in larga parte non verrà riconfermato. C’è stato il taglio dei parlamentari, e quindi molti hanno votato con l’intenzione di arrivare a quei 4 anni 6 mesi e un giorno che spesso si sente nelle cronache.

Qual è stata la strategia di Alternativa? Come vi siete mossi durante questa settimana? I nomi di Maddalena e Di Matteo erano un modo per arrivare a un nome “vero” che potesse essere condiviso con altre forze in parlamento?

Nel gruppo misto ci sono altri deputati e senatori che provengono dal 5 stelle con cui abbiamo un buon rapporto, e per questa votazione così importante abbiamo provato a trovare un profilo o più profili che potessero unirci sotto un’unica bandiera, in modo da far valere maggiormente il nostro voto. 17 valgono un tot, 40 voti iniziano a pesare molto di più: si arrivava a numeri vicini a quelli di Renzi e Toti che trovate spesso in TV a straparlare.

Quindi abbiamo individuato un candidato che potesse rappresentarci. Maddalena ha il vantaggio di essere stato un vicepresidente della Corte costituzionale, di avere a cuore i beni comuni, di essersi schierato contro il governo Draghi e contro le privatizzazioni, ma non avevamo la velleità di pensare che potesse essere eletto lui. L’idea era quella di incrementare i voti durante le sedute iniziali, e infatti siamo passati dai 36 della prima chiama ai 39, e siamo addirittura arrivati a 61. Abbiamo poi cambiato candidato passando a Nino Di Matteo, un po’ perché lo stesso Maddalena aveva esposto la volontà di fare un passo indietro, un po’ perché Di Matteo ci avrebbe connotato anche sulla lotta alla mafia, un po’ per segnalare la nostra disponibilità al dialogo, come abbiamo scritto in un comunicato.

Qualche dialogo c’è stato, anche se noi avremmo voluto che questo emergesse in maniera più chiara sia a sinistra ma soprattutto a destra, perché la destra aveva il pallino del gioco in mano.  Sicuramente sapevamo che ci potevano, anzi dovevano, essere dei compromessi, perché tra il candidato ideale e quello di compromesso magari c’era anche una certa distanza, ma il nostro obiettivo era quello di non arrivare a eleggere Draghi e a evitare il Mattarella Bis o candidati invotabili come Amato e Casini. A destra quindi ci sono state delle interlocuzioni sulla figura di Tremonti, che con tutti i suoi limiti è una persona che ha preso delle posizioni di rottura sull’unione bancaria e su alcuni temi europei. Dall’altra parte c’è stata molta timidezza, o meglio fonti di Lega, Fratelli d’Italia e parti di 5 stelle, che avrebbero sostenuto questo candidato, ci dicevano che c’era un veto da parte di Forza Italia.

Io penso che il centro-destra non abbia mai voluto davvero mettere in campo delle figure che avrebbero potuto mettere in ombra Draghi. Le sue dimissioni erano nell’aria di fronte a nomi non ritenuti degni per lui. Per questo motivo credo che il centro-destra non abbia voluto schierare persone che avrebbero riscontrato lo stesso veto. Sono arrivati solo alla quinta votazione con la Casellati, ma prima della quarta hanno fatto qualcosa di molto sbagliato se avessero voluto vincere, o di molto giusto se avessero voluto andare per le lunghe, che è quella di usare l’arma dell’astensione. È una cosa che non si faceva da tantissimo tempo, che permette di controllare i voti perché i delegati dei partiti, compresi quelli avversari, vedono chi vota e chi non vota. Il risultato è che sulla Casellati il centro-sinistra si è astenuto come avevano fatto prima i finti avversari e ha lasciato il pallino al centro-destra, che non ha potuto fare affidamento sui franchi tiratori del campo avversario ed è rimasto impallinato dai propri, che venivano, per una cinquantina di loro, da Forza Italia e dal partito di Toti per gli altri venti.

Passiamo a Elisabetta Belloni. Nella sera di sabato esce il suo nome, che poi viene bruciato immediatamente. Ci hai raccontato che anche da parte di Draghi ci sarebbe stata una contrarietà rispetto a questa figura, ma sicuramente quello che è emerso è lo scontro interno ai 5 stelle tra Di Maio e Conte. Come avete vissuto, dal vostro punto di vista, questa situazione?

Anzitutto, candidare il capo del DIS non è l’ideale per un paese democratico. Inoltre, è una persona totalmente sconosciuta al cittadino medio ma anche alla maggioranza dei parlamentari, né si sapeva cosa pensasse su immigrazione, Europa, PNRR, pandemia. Ma sorvoliamo su questo.

Il punto è che quell’incontro fra Salvini, Letta e Conte c’è stato, e c’era l’ok di tutti. Conte l’aveva fatta sponsorizzare tre giorni prima tramite un articolo sul Fatto quotidiano di Peter Gomez, in cui veniva incensata. Lei era stata Capo di gabinetto di Gentiloni quando era ministro degli Esteri, quindi andava bene anche a Letta. Andava bene anche alla Meloni, perché massimizzava la possibilità di elezioni anticipate.

Cosa succede? Come dici tu, Di Maio si scatena. Ma non solo Di Maio: è l’intero partito di Draghi che si mobilita per bruciare la Belloni. A me hanno raccontato che Draghi abbia dato l’assenso a Salvini su quel nome, ma subito si sia messo in moto con tutti i suoi referenti per farlo saltare. Sono usciti in batteria Toti, Renzi, Guerini, Di Maio e hanno messo alle strette Letta, che ha fatto marcia indietro per primo. Conte, una volta che il suo caro amico Letta si è tirato indietro e avendo l’opposizione interna di Di Maio, non ha avuto il coraggio di portare in aula quel nome e l’esito è quello che abbiamo visto.

Cosa pensi della tenuta del governo? Pensi che si arrivi a fine legislatura, o ci saranno degli ostacoli strada facendo?

Sarà un anno complesso anche sul piano geopolitico: ci sono delle forze internazionali che vogliono questo governo. In questo stralcio di legislatura credo che vorranno andare verso una riforma proporzionale per cercare di fare, al prossimo giro, un governo “Ursula”, con un polo centrista, quello che rimane dei 5 stelle e la sinistra, e lasciare ad abbaiare Salvini e la Meloni. Per questo anche la Meloni è nervosa in questo periodo, lei che tra l’atro voleva Draghi al Quirinale.

Sicuramente ci sono alcune sfide che il governo deve portare a casa e che per noi saranno un problema: penso alla riforma del MES, dopo domani (quindi il 4 Febbraio) dovrebbe venire il ministro delle Finanze tedesco a incontrare il ministro Franco.

Io credo insomma che si riuscirà ad andare avanti.

La lega sembra in difficoltà: l’astensione all’ultimo Consiglio dei Ministri è secondo te solo un modo per recuperare punti rispetto alla figura degli ultimi giorni, o è l’inizio di un conflitto che vorranno portare a rottura?

È un momento in cui sono saltate le coalizioni, ma anche le forze politiche non sono messe benissimo. Può darsi che la Lega voglia farsi sentire di più ma, come si dice, can che abbia non morde. Sicuramente abbaieranno in tanti in questo ultimo anno, ma vedremo il guinzaglio di Draghi quanto stretto sarà.

Per tornare alle dinamiche interne al tuo ex partito, secondo te le tensioni tra Di Maio e Conte si ricomporranno, e magari sono solamente una farsa per mostrare dinamicità interna, oppure c’è la possibilità reale di una scissione?

Che i due non vadano d’accordo è abbastanza palese ed è assolutamente vero. Di Maio si troverebbe benissimo in quella amalgama di centro che stanno cercando di formare, ma anche lì Renzi e Calenda si odiano, e vedremo se riusciranno a fare qualcosa. Di Maio politicamente ormai è lì. Conte vuole formare una sorta di PD un po’ più ambientalista e giustizialista, una sorta di LEU 2.0. Vedremo, perché anche Grillo oggi auspicava unità. Lo stesso Grillo uscì qualche mese fa in maniera molto forte contro Conte e si era parlato di scissione, e poi è finita a tarallucci e vino. Sicuramente la disistima è reale.

Tornando ad Alternativa, la settimana scorsa abbiamo avuto ospite Marco Rizzo che ha un senatore, Emanuele Dessì, che ha partecipato all’operazione Maddalena e poi al voto su Di Matteo. Il segretario del Partito Comunista ha aperto alla possibilità di costruzione di qualcosa, in vista delle prossime elezioni, a partire dalle forze che hanno partecipato a questa operazione per le votazioni sul Presidente della Repubblica. Cosa ne pensate voi? E, in generale, cosa pensate si possa fare per costruire un fronte di opposizione per le prossime elezioni?

Ci stiamo organizzando: fra un paio di settimane apriremo le iscrizioni, e vogliamo strutturarci a livello territoriale e provare a competere in elezioni locali. Pensiamo di avere qualche proiettile in più rispetto ad altri. Abbiamo dimostrato di non tenere alla poltrona non partecipando al governo Draghi, e non abbiamo padroni a cui rispondere.

Credo che l’opposizione a questo governo, che per ora noi stiamo facendo in maniera ostinata dentro i palazzi, debba essere qualcosa di organico. Da un lato posso anche apprezzare alcuni punti di Rizzo o di Paragone o di tanti altri, dall’altro penso anche che fare un minestrone elettorale possa essere uno svantaggio. Sicuramente come Alternativa proveremo a fare il nostro, e stiamo facendo opposizione dura a questo governo. Insomma, fare il cartello elettorale che va dal PC a Italexit passando per il CLN e Alternativa rischierebbe di snaturarci tutti quanti e non giovare a nessuno. Poi ovviamente siamo aperti a tutte le idee.

Visto che hai nominato il CLN: Alternativa è citata in uno dei comunicati usciti nei giorni scorsi. Come vi ponete rispetto a questo nuovo soggetto? State partecipando attivamente o solo dialogando?

Stiamo dialogando: due colleghi della componente parlamentare hanno aderito, ma dobbiamo anche capire se questa cosa è solo un coordinamento oppure vuole diventare un altro partito. È tutto in divenire: io personalmente non ne faccio parte.

In questi giorni vi siete sentiti con Di Battista: pensate possa essere una persona con cui interloquire o che possa partecipare al vostro progetto, o avrete due strade separate?

Io personalmente sento ogni tanto Di Battista, e lo stimo perché ha fatto una scelta coraggiosa. Non si è ricandidato e ha rifiutato poi delle poltrone da ministro molto pesanti, poltrone per cui c’è gente che si venderebbe la madre. Ma proprio per questo non lo tiriamo per la giacchetta. Noi comunque non vogliamo più avere niente a che fare coi 5 stelle e con Conte, perché immaginiamo l’esito di quel progetto: una sorta di costola del PD che a noi non piace.

Per quanto riguarda la legge elettorale, che sarà un discrimine importante per le prossime elezioni: come sta andando il dibattito parlamentare?

Sembra che i partiti vogliano andare verso un proporzionale con soglia molto alta, sul 5%. Io non sono un esperto di leggi elettorali, quindi non vi saprei spiegare nello specifico il punto del dibattito. Personalmente preferisco i sistemi proporzionali rispetto ai sistemi maggioritari, che comprimono la volontà degli elettori e l’eterogeneità del sistema politico italiano.

Ultima domanda: rispetto al tema del presidenzialismo, di cui molto si è parlato in questi giorni, cosa pensi?

Capisco il dibattito, visto che il Presidente della Repubblica negli ultimi vent’anni ha strabordato i suoi compiti e i diritti che la costituzione gli assegna. Ricordiamo che lui nomina fino a cinque senatori a vita e fino a un terzo della Corte costituzionale, e abbiamo visto quanto essenziale sarebbe in questo periodo avere una Corte costituzionale che dica qualcosa quando serve. Il Presidente della Repubblica può rimandare indietro una legge quando non gli piace: questa prerogativa è stata interpretata in maniera molto ampia negli ultimi vent’anni, anche in senso preventivo. Quindi capisco chi preferisce andare sul presidenzialismo e fare scegliere i cittadini. È un discorso seducente da un certo punto di vista, ma non vorrei scadere nel presidenzialismo francese, con cui ci sarebbe una compressione totale della sfera e della complessità della dimensione politica italiana. Il nostro ideale sarebbe quello di tornare a un sistema dove il perno sia il parlamento e il governo segua, e non sia il Presidente della Repubblica a imporre il governo e infine il parlamento è lasciato per ultimo.

Il collega Forciniti, della Commissione Affari Costituzionali, domani (3 febbraio) depositerà una proposta di legge per limitare esplicitamente a un unico mandato il settennato del Presidente della Repubblica, un aspetto che fu a lungo discusso in Costituente.


Trascrizione dell’intervista audio a Raphael Raduzzi il 2 febbraio fatta su twitter da Matteo Masi e Leandro Cossu:

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