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La persona e lo stato: per una critica del green pass


28 Feb , 2022|
| 2022 | Visioni

Simone Weil a venticinque anni, nel 1934, di fronte all’evoluzione in senso totalitario della Rivoluzione D’Ottobre, alla maturità del fascismo italiano e agli albori del nazismo tedesco, sviluppò alcune “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale”. In questo libretto, scritto “in uno di quei periodi in cui svanisce quanto normalmente sembra costituire una ragione di vita”[1], perché “il trionfo dei movimenti autoritari e nazionalisti distrugge un po’ dovunque la speranza che uomini onesti avevano riposto nella democrazia e nel pacifismo”[2], il lavoro assume il carattere di privilegio, e la scienza, invece di diffondere lo spirito critico tra le masse, “le abitua alla credulità”[3] – insomma scritto in un contesto significativamente parallelo all’oggi – analizza le dinamiche per cui, dall’oppressione della natura sull’esistenza del singolo nelle società primitive, si passi necessariamente all’oppressione dell’uomo sull’uomo nelle società più avanzate. Quando la complessità del processo produttivo è elevata diventa necessaria l’organizzazione sociale, cioè il potere di alcuni sugli altri. Quando poi la conoscenza mette a disposizione saperi, armi e macchine, chi li controlla acquisisce un privilegio sugli altri, così come chi controlla la moneta, nel momento in cui si rende necessario lo scambio di prodotti. Questo privilegio è maggiore a seconda del “grado di concentrazione del potere”[4] e diventa oppressione nella misura in cui chi lo detiene, essendo in costante pericolo di perderlo, è automaticamente spinto a cercare di aumentarlo. Per questo, tecnicamente, “non c’è mai potere, ma solo corsa al potere”[5] e “l’uomo sfugge in un certo qual modo ai capricci di una natura cieca solo per abbandonarsi ai capricci non meno ciechi della lotta per il potere”[6]. Senza dubbio, negli occhi e nei pensieri della Weil erano ben chiari i soprusi e le violenze che, in nome dell’interesse collettivo (prendesse esso il nome di nazione, capitale, classe operaia, razza), si perpetravano sugli individui. Caratteristica principale dello stato totalitario è, in effetti “l’assoluto assorbimento o esaurimento del singolo nella collettività e nello Stato”[7] e, in questo fosco momento storico, di fronte all’introduzione di strumenti volti a forzare precisi comportamenti individuali da parte dello Stato (e di chi lo influenza) attraverso meccanismi premiali e discriminatori in cui ciascun cittadino è controllore e controllato, è necessario riflettere sui fondamenti millenari della nostra civiltà “per evitare di cadere in una sterile polarizzazione tra individuo e Stato”[8].

Quali sono i limiti del potere che governa lo Stato nei confronti dei singoli? Più concretamente, è legittima l’imposizione e l’utilizzo di uno strumento come il green pass? Vale forse la pena ripercorrere per sommi capi l’evoluzione della concezione sui fondamenti della nostra organizzazione sociale.

Cenni storici introduttivi: alla radice della civiltà occidentale

Nei tempi antichi, soprattutto nei grandi imperi orientali, il sovrano era considerato una divinità e, in quanto tale, esercitava a pieno titolo un potere assoluto. Per vari fattori (presenza e diffusione di un sistema di scrittura molto più efficace e funzionale, copresenza di due religioni incompatibili tra loro entrambe senza una forte casta sacerdotale, sviluppo di una classe sociale borghese di mercanti e artigiani con interessi contrastanti ai proprietari terrieri, …) in Grecia, si sviluppò una mentalità razionale secondo la quale era inconcepibile questa distinzione ontologica tra il sovrano e gli uomini liberi. Questa incolmabile differenza tra le due mentalità è ciò che ha conferito drammatica epicità alle guerre tra greci e orientali.

Successivamente, l’avvento del monoteismo cristiano sparigliò un poco le carte: in un primo tempo, l’origine del potere del sovrano venne direttamente vincolata con la volontà di Dio, assolutizzandola. Nel 643, il Re dei Longobardi Rotari emanò un Editto in cui sanciva di poter mettere a morte una persona senza che nessun uomo potesse contestare il suo operato. Ma pochi secoli dopo, in piena lotta per le investiture, papa Gregorio VII affermò che solo la Chiesa, e dunque il pontificato, è stata istituita da Dio, mentre l’origine del potere imperiale risalirebbe alle antiche lotte umane per il potere, mosse dal peccato[9]. Dal secolo XI quindi, si può tranquillamente affermare che l’esercizio del potere cosiddetto temporale trova più un limite che una giustificazione nella concezione cristiana. Per San Tommaso d’Aquino non esistono “sovrani legibus soluti[10]: il loro potere è sempre sottomesso alle leggi divina e naturale a cui devono conformare le proprie deliberazioni.

L’origine della concezione liberale: la Magna Charta

Sempre in epoca medievale vennero poste anche le fondamenta giuridiche degli argini a un potere sovrano assoluto. Celeberrima in questo senso è la Magna Charta Libertatum, del 1215, che i nobili inglesi ottennero dal Re Giovanni e che afferma – tra l’altro – che a nessuno si possa negare o vendere il diritto o la giustizia (art. 40), così come, senza giudizio legale, non si può arrestare, esiliare, o molestare in alcun modo nessun uomo libero (art. 39). I diritti includevano anche la proprietà privata: il Re non può prendere frumento (art. 28), cavalli, carri (art. 30) o legna (art. 31) di nessuno, senza il suo consenso[11]. Ovviamente, l’uguaglianza non era universale: una donna non poteva accusare di omicidio un uomo (art. 54), e i baroni non erano sudditi come gli altri.

Limiti della concezione liberale: utilitarismo, statalismo, interessi della classe dominante.

Qui affonda le radici la lunghissima tradizione liberale che trovò il suo apice nelle costituzioni ottocentesche e che incontra il suo limite nella contrapposizione tra le singole libertà di ogni cittadino – il famosissimo lemma “la tua libertà finisce dove comincia quella degli altri”. In ultima istanza, questa tensione si risolve con il rimando a un superiore interesse collettivo, in funzione del quale sarebbe legittimo restringere le libertà individuali, anche per meglio articolarle tra loro. Come però evidenziò bene Marx, “le idee dominanti sono in ogni tempo quelle della classe dominante” e, attraverso di loro, anche l’interesse collettivo subisce la stessa sorte. Esemplare in questo senso è la moltitudine di persone che, al giorno d’oggi, considera che il bene dei mercati finanziari corrisponda al suo diretto interesse, nonostante questo poi si converta in riduzione delle prestazioni sociali, precarizzazione del lavoro, aumento delle disuguaglianze, ecc.

Oltre il pensiero liberale: la persona umana nella Dottrina Sociale della Chiesa

I disastri della Seconda Guerra Mondiale e delle dittature misero drammaticamente in luce i rischi insiti in questa concezione utilitaristica dei diritti e delle libertà, così i costituenti si appoggiarono a valori e istanze in grado di evitare quegli esiti.

la Costituzione della Repubblica Italiana del 1948 non è la Costituzione Repubblicana Francese del 1848, non è cioè la solita versione delle solite Costituzioni liberali, ma è il compromesso di istanze cattoliche, comuniste e socialiste con il pensiero liberale, un compromesso che si trova compiuto negli articoli 1, 2 e 3 della nostra Carta, che costituiscono l’architrave dell’interno impianto.

In particolare, il vero antidoto alla declinazione della libertà come asfittica proiezione del diritto di proprietà è stato lì rappresentato, più che dal contributo comunista e socialista, comunque esposto al rischio di derive utilitariste, dal pensiero cattolico che ha improntato la Carta in chiave fortemente personalistica[12]

Le riflessioni elaborate nell’ambito della Dottrina Sociale della Chiesa offrirono un fondamento antropologico molto più profondo e solido alla Repubblica. Per comprenderlo, è necessario ricordare brevemente che la parola “persona” è centrale e antichissima nella tradizione cristiana, perché risale al grande dibattito trinitario e cristologico del IV secolo. Sinteticamente, il concetto di persona è ciò che consente di esprimere la non contraddizione tra unicità e trinità di Dio: le tre persone della Trinità sono un unico Dio in quanto “della stessa sostanza” ma si distinguono perché sono in relazione tra loro e quindi hanno un ruolo diverso anche nei confronti della creazione e dell’uomo. Allo stesso modo, ogni essere umano non è semplicemente un “ulteriore esemplare della specie homo” ma una persona umana, creata a immagine di Dio e da lui chiamata all’esistenza e alla relazione creativa con altri uomini e, in quanto tale, in possesso di una dignità e dei diritti precedenti e superiori a qualsiasi collettività o stato.

In altri termini, l’interpretazione personalistica della Dottrina Sociale della Chiesa,

sottolinea la consistenza ontologica dell’uomo e la sua costitutiva relazionalità rispetto a Dio, agli altri, al creato e a sé stesso attraverso la riflessività che lo qualifica, in modo da valorizzarne l’unitarietà psico-fisica, la fondamentale apertura alla Trascendenza, l’irripetibile singolarità, la libertà e l’uguaglianza, l’eminente dignità[13].

Soprattutto, in questo modo si riesce a superare la contrapposizione tra “olismo e individualismo”, cioè tra la visione di ogni essere umano come un atomo a sé stante piuttosto che come un componente funzionale di un “organismo collettivo”. “La persona è costitutivamente un essere relazionale” e per questo trova la sua pienezza nella relazione con gli altri, nella costruzione di una società comunionale.

Questa concezione venne accolta e affermata anche in ambito laico, nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, “la quale postula la convinzione che tutti gli uomini nascano liberi e uguali per dignità”[14]. Si può quindi concludere che il valore trascendente e assoluto di ogni persona sia il vertice a cui la nostra cultura è arrivata, anche senza accettare tutta la Rivelazione cristiana.

I costituenti italiani ricorsero al principio personalistico per dichiarare che lo Stato è in funzione della persona, e non viceversa. Spetta allo Stato perseguire quelle condizioni sociali ed economiche che permettono una piena realizzazione della persona umana, mentre non può mai, in nessun caso, usarla come puro mezzo per ottenere dei fini che non siano anche nella persona stessa[15].

Un altro valore, elaborato all’interno del pensiero sociale cristiano e ripreso dalla nostra Costituzione, a cui è opportuno accennare, è quello del lavoro. “l’uomo è nato al lavoro come l’uccello al volo” pertanto

il diritto al lavoro non è una concessione dello Stato al cittadino; proviene invece dalla dignità dell’uomo e dalla stessa natura dell’attività economica: […] cosciente, libera e di cui non si può non essere responsabili. Il lavoro è un diritto perché ogni essere è il primo responsabile del proprio sostentamento e di quello della sua famiglia[16].

Possiamo quindi abbozzare alcune considerazioni sul tema del green pass, così come si è venuto a configurare in Italia, esprimendo un giudizio basato su questi altissimi principi.

  1. Rientra nelle prerogative dello Stato precludere in forma ricattatoria attività più o meno indispensabili per costringere le persone a scelte irreversibili per un interesse collettivo?

È molto dubbio, e se aggiungiamo che a) il rapporto costi-benefici a livello personale non è in alcun modo accertato; b) addirittura, per alcune categorie (giovani sani, quantomeno), il solo beneficio è statisticamente trascurabile se non inesistente e c) lo stesso beneficio collettivo è molto opinabile (ogni volta che si è esteso l’uso del green pass la diffusione del virus è aumentata di un ordine di grandezza: da 200 a 2000 a 20.000 a 200.000 casi giornalieri), possiamo concludere con un no deciso.

  1. È legittimo sanzionare con la sospensione dal lavoro chi sceglie di non utilizzare od ottenere questo lasciapassare?

No, è del tutto sproporzionato, soprattutto se, oltre ad accettare la filosofia del lavoro qui accennata, si considera il contesto di alto tasso di disoccupazione e i decenni di peggioramento delle condizioni di lavoro, che rendono i lavoratori già in stato di perenne ricatto.

  1. Infine, il green pass è compatibile con il valore trascendente e la dignità della persona umana?

No, in quanto implica, subdolamente, l’idea che la partecipazione piena alla società non spetti alla persona umana in quanto tale, ma solo agli esseri che hanno completato un processo tecnologico di perfezionamento del proprio corpo. Questo punto, lungi dall’essere un’astratta sottigliezza filosofica richiede oggi una riflessione quanto mai attenta: visto l’attuale livello di sviluppo scientifico, la vaccinazione è solo una delle numerose tecnologiche che si possono già – o si potranno a breve – applicare al corpo umano. Accettare l’idea che esista un potere che possa decidere di escludere dalla società chi ne rifiuti anche solo un passaggio di una di queste, significa lasciare aperto uno spiraglio al transumanesimo e a esiti tragicamente distopici, che poi non si potrà richiudere. L’unica resistenza effettiva si può organizzare solo intorno a questo principio: è la società che deve riuscire ad accogliere l’essere umano così com’è, non questo che deve adattarsi per poter prenderne parte.


[1] S. Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Adelphi, 1984, pag. 11

[2] Ibidem.

[3] Ivi pag. 12

[4] Ivi pag. 49

[5] Ivi pag. 50

[6] Ivi pag. 73

[7] G. Gisondi, «La persona prima di tutto» | La Fionda è da questo articolo che ha preso ispirazione il presente lavoro

[8] Ibid.

[9] Breve storia della democrazia con Alessandro Barbero – YouTube a partire dal minuto 29, circa.

[10] Aldo rocco Vitale: Tommaso d’Aquino, il diritto fra ragione e relazione (centrostudilivatino.it)

[11] Si può qui trovare il testo della Magna_Charta (liuc.it)

[12] La sentenza del Consiglio di Stato in tema di vaccinazioni obbligatorie: fu vera gloria? – Frontiere ovviamente si consiglia la lettura integrale dell’articolo citato, come di tutti gli altri.

[13] Dizionario di dottrina sociale della Chiesa: Individuo – persona (dizionariodottrinasociale.it)

[14] Alessio Nicchi, La Dottrina Sociale Della Chiesa Cattolica e l’origine del concetto di dignità della persona umana

[15] “In questo consiste la distinzione tra concezione utilitaristica dell’essere umano e concezione personalistica dell’uomo, per la prima essendo possibile la realizzazione dell’uomo-mezzo, come tale strumentalizzabile per finalità extrapersonali, condizione invece irrealizzabile per la seconda, incentrata sull’uomo-valore, sull’uomo-fine e come tale non strumentalizzabile in funzione di alcun interesse extrapersonale.” (La sentenza del consiglio di stato…, op. cit., pag. 6).

Si veda anche il caso tedesco, assolutamente sovrapponibile all’italiano:

“al termine del regime dispotico nazionalsocialista, il popolo tedesco si diede un catalogo di diritti fondamentali alla cui sommità furono posti la proclamazione dell’intangibilità della dignità dell’uomo e il riconoscimento degli inviolabili e inalienabili diritti umani. Tutto questo aveva il fine di introdurre consapevolmente un nuovo inizio, capace di esprimere con chiarezza che lo Stato è al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio dello Stato. I politici costituenti partirono dal presupposto che i diritti fondamentali sono fondati sulla dignità dell’uomo e sono garantiti – non concessi – dallo Stato in quanto diritti di immediata validità. Si tratta di diritti fondamentali precostituzionali che lo Stato ha il dovere di rispettare.” M. Schlag cit. in Alessio Nicchi, La Dottrina Sociale Della Chiesa Cattolica e l’origine del concetto di dignità della persona umana

[16] La persona e il lavoro nella Dottrina Sociale della Chiesa con particolare riferimento al pensiero di Giovanni Paolo II

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