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Conflitto russo-ucraino: essere per la pace significa adoperarsi per una piena neutralità dell’Italia


3 Mar , 2022|
| 2022 | Visioni

Quella era un’epoca così gaia! La morte intrecciava già le sue mani ossute al di sopra

dei calici da cui bevevamo. Noi non la vedevamo, non vedevamo le sue mani.

Joseph Roth, La cripta dei cappuccini 

L’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si legge nell’art. 11 della nostra Costituzione. Traducendo in legge un saggio approccio di politica estera italiano, con cui per decenni governanti di ben altro spessore di quelli di oggi avevano praticato questo fondamentale principio costituzionale, il legislatore del 1990 (legge n. 185) aveva, tra l’altro, escluso in generale l’esportazione e il transito di materiali di armamento verso i Paesi in stato di conflitto armato. Ecco che, peraltro senza un minimo di dibattito nel corpo diffuso del Paese, sotto l’impulso di un sistema mediatico colto da qualche giorno da un parossismo di frenesia bellicista, il Governo decide di indossare l’elmetto e, in un Consiglio dei Ministri estemporaneo, decide nientemeno che di derogare, tra l’altro, alla suddetta legge (e, aggiungerei, di fatto, alla Costituzione) per autorizzare la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina (decreto-legge n. 16 del 28 febbraio 2022). Perché, in nome del cielo? Possibile che l’unica sirena che riesce a farsi sentire sia quella dell’industria degli armamenti, mentre il vicolo cieco di sanzioni alla Russia e aiuti militari all’Ucraina si annunzia come la pietra tombale per un numero impressionante di imprese italiane che stavano appena iniziando a intravedere l’alba dopo i disastri dell’epidemia?

Per capire la genesi di questa follia, bisognerebbe procedere con ordine. Occorrerebbe prima di tutto – ma si può qui farlo solo in poche parole – riavvolgere il nastro della storia del Governo Draghi: nato dal trasformismo parlamentare e da giochi di palazzo del tutto interni all’establishment, smanioso di neutralizzare il minimo di tentativi da parte dei precedenti Governi Conte di riattivazione di politiche sociali, di politica estera autonoma, di reticenza ai diktat economici di Bruxelles, di redistribuzione sociale dei costi della crisi pandemica; Governo caratterizzatosi per una gestione dissennata della campagna vaccinale e delle altre politiche di contenimento dell’epidemia, tra inefficienze e ritardi e con istruzione e sanità ancora una volta abbandonate a se stesse, salvo a un certo punto fabbricare il nemico mitologico del no-vax a cui attribuire la causa di ogni male; Governo associato ormai nell’immaginario collettivo alla funambolica figura del green pass, ovvero il ridicolo paradosso dell’obbligo vaccinale senza obbligo vaccinale, con cui si è approfittato del disorientamento di una popolazione devastata dagli effetti materiali, economici e sociali di un epidemia così mal gestita per dare la spallata finale a quel che restava dei diritti e delle libertà costituzionali fondamentali, a partire dal lavoro, e ogni potenzialità di mobilitazione popolare in difesa di questi diritti e libertà. La cornice retrostante è pertanto fondamentale per capire come nasca l’isteria di questi giorni: popolazione impoverita da anni di politiche di depressione salariale, disorientata, lasciata dal trasformismo senza più alcuna rappresentanza parlamentare, schiacciata dall’arroganza delle élite, definitivamente passivizzata; società civile stremata; morte cerebrale della figura dell’intellettuale progressista, che dopo aver propugnato e accompagnato per decenni le principali conquiste sociali del Paese, rimasto orfano dello scioglimento e della svolta liberale del suo partito di riferimento, si è ridotto a fare da cassa di risonanza culturale del dispotismo del pensiero unico dominante; governo diretto dei poteri finanziari, in un sistema di porte girevoli per cui si scivola senza soluzione di continuità dal vertice dei poteri economico-finanziari transnazionali ai cenacoli occulti ai ruoli istituzionali; infine, la presenza nelle istituzioni di rappresentanza collettiva di una miriade di monadi politiche, creature senza passato e senza futuro che vivono nel presente di mantenere una fragile posizione di potere individuale oggi e in nome di questa posizione capaci di assumere ogni punto di vista e il suo contrario, anche nella stessa giornata, probabilmente senza neanche accorgersi della contraddizione, perché questo richiederebbe il senso del tempo: ebeti denudati di ogni connotazione ideale e coscienza collettiva che occupano posizioni chiave obbedendo agli ordini di scuderia come scimmie ammaestrate.

Poco conta l’evidenza di certi fatti in questo contesto, fatti ben lontani dal permettere l’individuazione di buoni e cattivi tra gli attori del sanguinoso conflitto in atto: l’espansione irriflessa della NATO a Est, contro l’opinione dei personaggi italiani ed europei di maggior spessore ed esperienza del mondo della politica, della diplomazia, della difesa, della cultura, una scelta con cui i Paesi europei si facevano carico di un rischio di escalation in casa propria che ben poco poteva preoccupare gli USA, lontani. La scelta di appoggiare il Maidan e il rovesciamento violento del potere a Kiev per opera di milizie paranaziste e poi di appoggiare ancora la campagna militare del nuovo potere ucraino contro il Donbass, con caratteri di vera e propria pulizia etnica: ancora una volta, con i Paesi europei che si esponevano senza un chiaro tornaconto, mentre gli Stati Uniti avevano solo da guadagnare da un crescendo di tensione che rendeva appetibile l’acquisto (antieconomico) del loro gas. Infine, il banale fatto che l’Ucraina non è, fortunatamente, ad oggi, un’alleata militare dell’Italia. L’Italia, peraltro dopo un prolungato e articolato dibattito che nel 1949 divise seriamente il Paese e la stessa Democrazia Cristiana, è Paese membro della NATO e come tale ha dei precisi doveri di difesa verso i suoi altri membri. Ma oggi nessun Paese NATO è sotto attacco. Per assurdo, anzi, quando un Paese (non NATO) con accordi di cooperazione militare con l’Italia, ovvero la Libia, è stato aggredito, siamo rimasti a guardare, finendo persino per dare una mano e naturalmente poi pagandone di riflesso gravi conseguenze. E, infine, il fatto che l’Ucraina non è neanche un partner economico rilevante dell’Italia, a differenza della Russia, che lo è, sicché già solo le sanzioni faranno molto male a tante nostre imprese che commerciano con la Russia e con Paesi con essa economicamente integrati. L’impennata dei prezzi dell’energia potrà poi davvero costituire il colpo di grazia per il nostro già indebolito sistema economico. Con grande giubilo delle multinazionali straniere che potranno acquistare a vil prezzo ciò che ne rimane, ribassando ancora la posizione dell’Italia nelle catene globali del valore.

Chissà perché tanti commentatori indignati di oggi, sedicenti progressisti, tacevano, o magari erano apertamente con gli aggressori occidentali, nei casi della Jugoslavia, dell’Iraq, della Siria, della Libia, della Costa d’Avorio, etc., chiudendo gli occhi persino sulla brutale uccisione del giornalista italiano Rocchelli da parte di ben identificate forze ucraine nel Donbass. La frenesia del sistema mediatico ben si presta agli estremismi irriflessivi, tanto più quando benvisti dall’establishment. Così, dalla retorica, pure francamente eccessiva, di qualche mese fa degli aiuti della sanità militare russa giunti per debellare ogni germe di covid nell’Italia flagellata dall’epidemia, ecco che una russofobia ampiamente sfociante nel razzismo serpeggia nei giornali, che, facendosi forti della reciproca complicità, ogni gareggiano l’un con l’altro chiedendo sanzioni sempre più fantasiose e autolesioniste, la chiusura (naturalmente, apertamente eversiva e anticostituzionale) di testate (realmente o presuntamente) filorusse, la gogna di cittadini ed esponenti culturali russi in Italia, persino la censura della letteratura russa! In un momento, sembra di navigare in una retorica di mussoliniana memoria, evidentemente radicata nella piaggeria di tanti nostri opinionisti, commentatori e giornalisti. In verità, proprio il giovane Mussolini, appena voltate le spalle al Partito Socialista, rilanciò la sua carriera rinnovandosi come polemista favorevole all’ingresso italiano nella Prima guerra mondiale, vendendo cioè la sua agile penna alle potenze straniere che volevano trascinare l’Italia nella macelleria a cielo aperto che già stava sconvolgendo l’Europa. Si rendono conto gli interventisti dei nostri giorni, gli entusiasti ieri delle sanzioni, oggi delle forniture militari e domani, chissà, di una vera e propria entrata diretta in guerra, nel nome di un farisaico moralismo a senso unico, del presunto sostegno agli aggrediti, di star riproponendo pari pari le argomentazioni degli interventisti nella Grande guerra? Con la differenza che oggi, in più, nel mondo ci sono le armi nucleari e che si sta gaiamente giocando col possibile annientamento dell’umanità e persino della vita sulla Terra.

Beninteso, con questo non si vuole certo sostenere che l’Italia dovrebbe appoggiare o comunque astenersi dal criticare la posizione russa, il cui intervento con un’invasione su larga scala a otto anni dai fatti del Maidan, dal rovesciamento violento del potere a Kiev e dall’inizio della guerra in Donbass, non è certo dettato da motivazioni di generosità e fratellanza verso le popolazioni russofone che hanno subito anni di morte e vessazioni, bensì è solo un cinico e avventuristico calcolo volto a rafforzare la propria posizione geopolitica con la sopraffazione, a costo di molte vittimi militari e civili, di grandi sofferenze delle popolazioni e della creazione di un pericoloso, ennesimo, precedente di invasione (quasi) a freddo di uno Stato sovrano. Una condanna italiana di questo intervento militare, nelle sedi del diritto e della diplomazia internazionale, è sacrosanta. Così come sarebbe stata sacrosanta la condanna di tante deliberate aggressioni militari verificatesi negli ultimi anni nel silenzio o nell’aperta complicità dei settori maggioritari del potere e dell’informazione in Occidente. Ma la funzione dell’Italia, conforme ai suoi – tralasciati da troppi anni da governanti inaccorti e mercenari – interessi economici e geopolitici, di potenza regionale proiettata sul Mediterraneo e con vocazione a commerciare pacificamente con tutte le grandi potenze del mondo, conforme alla sua vocazione morale, cristiana e di Paese costituzionalmente orientato alla pace, ebbene la funzione dell’Italia dovrebbe essere di paciere, di mediatore: di moltiplicare gli sforzi per accogliere temporaneamente i profughi di guerra (cosa che colpevolmente non ha voluto fare in questi anni con i rifugiati dal Donbass) e ogni altra azione pacifica volta alla protezione dei civili, specialmente minori; ancora, il ruolo italiano potrebbe e dovrebbe essere di propugnare attivamente i colloqui di pace tra le parti, di adoperarsi effettivamente per propiziare gli stessi, come solo un Paese limpidamente neutrale può fare.

In questo contesto, a spiccare è la drammatica debolezza del movimento per la pace, che in occasione di tutte le precedenti ipotesi di avventure belliche aveva coraggiosamente riempito le piazze per chiedere l’estraneità dell’Italia da ogni conflitto armato. Che il movimento per la pace si rianimi, risorga e si organizzi, poiché la sola speranza di persuadere un potere politico così orientato all’autoreferenzialità, all’opportunismo e al trasformismo è la determinata, collettiva pressione popolare di quelle masse, oggi inerti e passive, che aspirano soltanto alla pace, alla concordia e alla fratellanza tra i popoli in quanto unico contesto propizio per un sereno sviluppo economico e sociale interno, nel nome dello sviluppo e della generalizzazione dei diritti sociali, del riscatto del lavoro e dell’eguaglianza sostanziale tra i cittadini.

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