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Cultura, pacifismo e geopolitica: le ipocrisie dell’Occidente


15 Mar , 2022|
| 2022 | Visioni

Dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore”

Libera nos Domine

F. Guccini

Di fronte alla galoppante propaganda di guerra che innerva le cronache di questi giorni si impone una riflessione sulla nostra capacità di parlare di valori. Infatti, pare proprio che in gioco ci siano dei valori universali che sono minacciati dall’azione scellerata di un pazzo. Si tratta di una guerra della democrazia contro la tirannia (quando mai l’Ucraina è stata un modello di democrazia non è dato saperlo), della civiltà contro la barbarie, del popolo innocente contro le perversioni di un pazzo assassino. Bene, ma ci dobbiamo ora chiedere: cosa ha portato la rinascita di una così feroce difesa dei valori in un mondo che si dichiara essere relativista e tollerante? L’appello ai valori c’è sempre stato nella propaganda di guerra, ma ha oggi un sapore diverso che risente del clima post-storico che pervade l’Occidente almeno dal crollo dell’Unione Sovietica. È opportuno, pertanto, analizzare dapprima le cause che soggiacciono a questa percezione post-storica, in seguito mostrare alcuni esempi in cui quest’ultima sta agendo negli ultimi giorni e nelle ultime ore e, infine, cercare di proporre una timida soluzione al modo in cui, soprattutto in contesti di guerra come il presente, si dovrebbe fare appello ai valori.

Partiamo dunque dall’analisi della percezione post-storica. La guerra che si sta combattendo in questi giorni ha messo in luce, tra le altre cose, la pochezza della capacità di lettura degli eventi internazionali da parte occidentale e, segnatamente, europea. In particolare, ciò che sta pian piano diventando evidente è che i principi che ispirano le convinzioni più diffuse nell’opinione pubblica occidentale sono volatili, eterei e, nel migliore dei casi, ingenui.

Questo è dovuto a una forma mentis che ha una ragione “strutturale” ben precisa. La possibilità di pensare l’universale senza riferimento alle contingenze storiche deriva – in modo solo apparentemente paradossale – dalla contingenza storica di essere parte di un unico impero mondiale, quello statunitense. Col crollo dell’URSS, il mondo occidentale si percepisce come vincitore della storia tout court, dato che l’unica superpotenza rimasta – almeno fino all’ascesa cinese nell’ultimo decennio – sono gli USA. Far parte dell’ombrello atlantico produce negli europei la sensazione che ormai non si tratta più di fare la guerra tra potenze, ma di poter finalmente adoperarsi per la realizzazione di un’umanità utopica che gode di diritti universali. La storia è finita, il vincitore è uno, è quindi il momento di rimuovere tutte le ingiustizie forti della protezione e della capacità coercitiva fornita dal dominus d’oltreoceano.

Dato che la lotta politica, la lotta per l’egemonia mondiale è stata messa da parte dalla vittoria degli USA, il discorso sui valori subisce un’involuzione (per alcuni si tratterebbe invece di un’evoluzione) nel senso che non ha più bisogno di confrontarsi con le circostanze storiche, queste sono infatti date per acquisite, e può invece elevarsi a un grado di universalità e di astrattezza talmente etereo da essere, il più delle volte, pragmaticamente inservibile.

L’astrattezza dei principi ha come suo corollario il fatto che gli europei (in questo, molto più che gli americani) hanno disimparato da anni a ragionare in termini di interessi strategici, la percezione che hanno del mondo, non è quella di un insieme di culture che si relazionano tra loro, ma è ormai informata di un orizzonte teleologico preciso: tutto il mondo deve confluire nei valori occidentali, perché questi sono quei valori che non hanno contenuto, non prescrivono azioni buone o cattive, ma dicono semplicemente quali atteggiamenti si devono mantenere per avere un confronto sano e rispettoso delle parti. I valori occidentali sono i valori della tolleranza, per questo imporli non è un atto di imperialismo. Infatti, a rigore, non c’è nessuna imposizione: non si stanno prescrivendo modi di vita, ma solo regole tolleranti che, se rispettate, permettono a chiunque di fare ciò che vuole in piena libertà.

Di fronte a questa situazione si annuncia una strutturale doppiezza e schietta ipocrisia nella dialettica tra l’enunciazione del valore universale e la sua incarnazione storica. Un’ipocrisia tale per cui tanto più l’enunciazione è radicale e assoluta, tanto più la sua concrezione pratica si rovescia nel suo contrario. È a questo punto che si possono fare tre esempi ripresi dalla più stretta attualità.

Un primo esempio riguarda la cultura. Il progressismo liberale enuncia e declama l’importanza della cultura per la sua capacità di sviluppare capacità critica, ripete questa convinzione come un mantra ogni volta che ne ha l’occasione, quasi fosse un bigino con le risposte pronte ad ogni evenienza, un passpartout facilmente impugnabile nelle circostanze più varie. E, si può aggiungere, si tratta di un principio certamente valido pur nella semplicità della sua formulazione. Ma come viene applicato in questi giorni? Giornali e telegiornali esaltano il più possibile quelle manifestazioni artistiche e culturali che trovano forme espressive originali per mandare il messaggio di opposizione alla guerra russa in Ucraina. Il pianista che suona per i profughi in Ucraina ne è una perfetta esemplificazione: manda il messaggio in modo semplice, immediato ed emozionante. Insomma, l’arte che viene esaltata non è quella pericolosa che dà occasione di pensare molto (per dirla con Kant), quella che non è riducibile nello spazio di un servizio di 30 secondi, ma che richiede tempo e approfondimento per essere apprezzata pur di fronte alla sua inesauribilità. Al contrario, l’arte proposta (ma forse qua si dovrebbe cambiare parola) è quella immediatamente riconoscibile, che ha un messaggio chiaro, palese e che lo veicola con toni moralistici e sentimentali.

A riprova del fatto che ciò che è assolutamente da difendere non è la cultura con il suo potenziale eversivo, ma la narrazione dominante; ci sono i due esempi di messa alla gogna del direttore d’orchestra Valery Gergiev e della soprano Anna Netrebko perché non si sono voluti accodare al coro di condanna alla Russia e di censura del ciclo di seminari su Dostoevskij del professor Paolo Nori da parte dell’università Bicocca di Milano semplicemente perché si tratta di uno scrittore russo che potrebbe essere divisivo. In sintesi: se la cultura mi serve, se comunica quello che voglio, ne faccio largo uso sperando magari di strappare qualche lacrima agli spettatori; se invece risulta scomoda può certamente fare un passo indietro di fronte alla più essenziale necessità di compattare il pubblico attorno alla narrazione consolidata. Si vede, dunque, il rovesciamento nella pratica del principio astratto.

La primaria importanza dell’argomento propagandistico si vede anche nel diverso modo con cui sono trattate persone sostanzialmente analoghe dal punto di vista della loro rilevanza pubblica. Cioè: due miliardari sono e restano due miliardari, ma diventano, a seconda della convenienza dell’informazione, l’uno un filantropo (in questo caso se è occidentale o se è un russo “pentito”), l’altro un oligarca, come se anche in occidente i fili del potere reale non siano tesi dal grande capitale finanziario che ha l’ultima parola sull’allocazione delle risorse maggiori e detiene i principali mezzi di comunicazione. Un altro esempio può essere questo: due medici che esercitano tranquillamente la loro professione, che pubblicano libri e articoli scientifici improvvisamente diventano l’uno l’esperto di cui bisogna fidarsi, l’altro il guru dei complottisti. Ora, nessuno nega che possano esserci medici o scienziati che prendano una china ingiustificabile dal punto di vista del rigore scientifico, ma quello che si nota è che l’informazione non ha come metro il rigore scientifico, quanto l’aderenza alla vulgata.

Un secondo esempio riguarda il pacifismo. Nessuno in Occidente dice di volere la guerra, eppure, com’è come non è, la Germania si riarma destinando il 2% del PIL alle spese militari (una mossa epocale, dato che non accadeva dalla fine della Seconda guerra mondiale) e invia missili Stinger all’Ucraina, la NATO ha la tentazione di dichiarare no-fly zone i cieli dell’Ucraina e l’Italia invia 110 milioni di euro per sostenere l’esercito ucraino. Il pacifismo ingenuo che viene imbracciato nel giustificare queste azioni può essere formulato così: “la guerra è sempre sbagliata”. Ora, chiaramente una simile enunciazione non dice nulla sulle giuste tattiche da attuare per evitare la guerra. Il che, apre la porta a veri e propri non-sensi come la guerra preventiva o l’attuale via alla pace che consiste nell’esacerbare lo scontro finanziando la guerra dalla parte dei “giusti”. Il ragionamento è semplice: dato che un dittatore malvagio ha avviato questa guerra si deve cercare di porvi fine facendo in modo che i buoni vincano e fuggendo ogni mediazione con la controparte guerrafondaia. La mediazione infatti sarebbe una contraddizione, dato che permetterebbe che chi ha iniziato la guerra possa ottenere quello che vuole tramite un negoziato e possa avere così la sensazione che guerre future gli permetteranno di raggiungere ulteriori obiettivi. Si vede chiaramente come la rappresentazione della pace che emerge da simili argomenti non è quella di un equilibrio fragile che ha richiesto secoli per poter essere costruito, ma quella di una forza cosmica (il Bene) che non tollera compromessi.

Un terzo esempio riguarda la considerazione della sovranità degli stati e delle grandi potenze. Lo spirito anti-storico e allergico a qualunque considerazione strategica è portato a considerare come irrilevanti le questioni relative agli interessi delle potenze e alla sicurezza internazionale degli stati. È diventato davvero difficile fare un discorso su questi temi e il motivo è chiaro: se non si vuole passare per complottisti non si può parlare di interessi, sarebbe come pensare a una mente oscura che manovra fili nell’ombra, poco importa se è sempre andata così e che, presumibilmente, andrà così anche in futuro. È vero – si dice – ci potranno anche essere interessi relativi agli affari che i paesi occidentali fanno con il resto del mondo o interessi relativi al contenimento delle potenze straniere ma in fondo non sono questi motivi che muovono l’azione occidentale sullo scacchiere internazionale. I motivi reali sono quelli che ci dicono Corriere, Repubblica e La Stampa, ossia impedire che un dittatore faccia ciò che vuole coi paesi limitrofi.

L’ingenuità dei post-storici li porta a immaginare un mondo composto da stati sovrani che collaborano tra loro per un bene superiore, magari tramite delle organizzazioni internazionali. Squilibri in questa proiezione sono da imputare a stati canaglia o leader pazzi che hanno sete di potenza. Concretizzare questo principio sarà allora non concedere nulla a questi stati e a questi leader mostrando il pugno di ferro ogni qualvolta emergano aspirazioni di potenza illecite.

Ecco, ora si impone una considerazione cruciale sulla reductio ad Hitlerum di cui è oggetto Putin in questi giorni. Sembra che alla guida della Russia ci sia un pazzo con mire espansionistiche fuori da ogni logica – Hitler, appunto – che non si fermerà certo all’Ucraina, ma vorrà riconquistare anche Bielorussia e repubbliche baltiche e (perché no?) entrare più in profondità in Europa. In questo scenario a subire le stravaganze del leader russo non sono solo i popoli limitrofi, ma anche i russi stessi: fioriscono riferimenti a un popolo russo che si oppone strenuamente alla guerra e che, per amore dell’umanità, va in galera per aver manifestato in piazza. Poco importa che buona parte dei russi (forse anche la gran parte) sia dalla parte di Putin, la spiegazione è semplice: sono succubi della propaganda di regime. La soluzione a questa tragedia è servita: la Russia si deve liberare di Putin ed eleggere democraticamente un presidente che sia davvero il rappresentante del buon popolo russo. La Russia allora potrà accettare di buon grado l’allargamento della Nato ad Est e tutte le “rivoluzioni colorate” che avvengono ai suoi confini, dalla Bielorussia al Kazakistan.

Una lettura del genere dimentica proprio il fattore fondamentale: la Russia è e resterà una grande potenza alternativa all’Occidente a guida americana e i suoi obiettivi strategici sono in parte indipendenti da chi la guida. Certo, avere un leader come Putin aggrava lo scontro, ma non si risolve nulla pensando che il problema siano le paturnie psicologiche di un uomo solo, per quanto importante. Di più, una Russia che mantenga lo status di potenza serve proprio all’Europa: provocare un accerchiamento tramite l’estensione ad infinitum del contenimento rischia di innescare (anzi, ha proprio innescato) una reazione violenta. Bisogna ricordare ai post-storici un fatto elementare: gli equilibri di potenza si modificano in due modi. O una grande potenza si distrugge con le sue stesse mani (come nel caso dell’URSS), oppure la guerra. Non ci sono altre alternative e pensare che una potenza accetti serenamente un contenimento minaccioso all’estremo è folle.

Proporre una soluzione a questo clima è un’impresa davvero ardua. Si può però almeno mettere in luce un aspetto: i principi non sono sbagliati, scontano soltanto la loro astrattezza e la conseguente inutilità (quando non proprio nocività) dal punto di vista pratico. Quello che occorre fare è, pertanto, far passare questi principi dal travaglio del negativo. I principi devono sporcarsi le mani con la realtà, arricchirsi tramite questa per poi riproporsi al livello del concreto senza tradirsi. In breve: la pace deve essere frutto di un compromesso e di un fragile equilibrio, nel caso attuale l’Ucraina dev’essere dichiarata neutrale e bisogna opporsi con convinzione all’invio di armi sui teatri di guerra. Poi, bisogna rendersi conto che una perfetta sovranità degli stati non può esistere: ci sono potenze e aree di influenza e bisogna concedere nello scacchiere internazionale ciò che una grande potenza si merita, l’alternativa è la guerra mondiale.

È sempre più urgente, inoltre, dividere le considerazioni delle cause e delle ragioni di un evento storico, dalla sua giustificazione. Bisogna affermare con forza che è possibile e, anzi, necessario comprendere le ragioni e condannare nello stesso tempo. Le argomentazioni di chi condanna fermamente devono essere più complesse e non ricadere nella creazione di un fronte polarizzato giustificato dal fatto che siccome dall’altra parte c’è il male, allora non si può discutere, né concedere alcunché. Negoziare non è scendere a patti col diavolo, ma costruire il fragile equilibrio della pace comprendendo (ma magari non giustificando) le ragioni dell’altro.

Infine, va notato che si deve davvero entrare in una guerra: la guerra dell’informazione e della cultura da combattere coi libri e con le penne, una guerra che sappia fuggire dalla retorica aerea della cultura-che-sviluppa-la-criticità per realizzarsi in un concreto fronte d’informazione e di sapere contro-egemonico capace di essere all’altezza della complessità della realtà e consapevole che la storia e le pratiche umane non sono una resistenza che intralcia l’incarnazione dei valori, ma la loro stessa condizione d’esistenza. Consapevole, insomma, che la realtà non è un impiccio, ma la materia stessa da plasmare e direzionare, senza la quale lo stesso discorso sui valori sarebbe letteralmente un non-senso.

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