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La semplicità della storia e la complessità della scienza


19 Mar , 2022|
| 2022 | Sassi nello stagno

Abbiamo passato due anni di emergenza Covid a sentirci dire che di medicina dovevano parlare solo gli esperti.
La scienza è una cosa complessa, la scienza non è democratica, ci dicevano.
La scienza descritta come un oracolo, del quale solo gli iniziati al sapere tecnico, gli scienziati, potevano parlare, interpretando i fatti per il popolo che, semplicemente, è tenuto ad adeguarsi.

Arriva la guerra, ed ecco che il discorso si ribalta.
Al contrario della scienza, la storia, la politica sono descritte come cose semplici.
Si rimprovera chi queste cose le ha studiate di complicare, di portare inutile complessità a un dibattito che in realtà è semplice, alla portata di chiunque ne voglia parlare.
La geopolitica non serve studiarla, ci dicono, anzi, studiarla è probabilmente dannoso, connivente, perché non ci permette di identificare con chiarezza la “cattiveria” del “nemico”.

Lo spirito del tempo del ventunesimo secolo, almeno nella parte di mondo occidentale, sta tutto qua, nella negazione, da un lato, della complessità della storia (e del pensiero sociale e umanistico in generale) e, dall’altro, nell’inacessibilità del sapere tecnico, considerato quale unica cultura, se non per i pochi iniziati.

Non è un caso. Eliminare la cultura umanistica, relegandola alla dicotomia buoni-cattivi, imprigionare la cultura scientifica, è funzionale alla conservazione del potere da parte di élite che, rotto ogni patto sociale, non hanno più alcuna legittimazione democratica.

Cosa ci vedo io? La morte della cultura occidentale, che di danni ne ha fatti parecchi, ma che è stata anche un fortissimo motore della storia, una forza emancipatrice per miliardi di persone.
Non è la Russia (peraltro paese occidentale anch’esso) ad attaccarci.
Stiamo marcendo da dentro. Ma sembra che nessuno di questa voglia preoccuparsene

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