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Da piazza Maidan al ritorno al secolo armato


25 Mar , 2022|, and
| 2022 | Visioni

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di guerra ai confini dell’Europa, chiaramente il tutto è dovuto all’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate russe. Vale la pena ricordare che questo non è il primo conflitto ai confini dell’Europa, ma la sua eccezionalità sta proprio negli attori in gioco, uno dei quali, chiaramente la Russia, è una potenza nucleare. Per comprendere il conflitto russo-ucraino dobbiamo fare un passo indietro, perché le sue radici affondano nel 2014, anno in cui la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa, erano gli ultimi giorni della contestata presidenza di Janukovyč.

La democrazia ucraina non è una democrazia matura, data anche la giovane età dello stato ucraino indipendente, ed è chiaro che al suo interno debba fare ancora i conti con formazioni di estrema destra, peraltro fortemente diffuse in tutta l’Unione europea. Parliamo di gruppi neonazisti, tra cui figurano il battaglione Azov e il “Settore Destro”, che stanno portando avanti una rilettura dell’identità ucraina, mettendo in secondo piano i valori dell’antifascismo e riabilitando sinistre figure come quella del collaborazionista Bandera. Una decisione del governo ucraino tra l’altro avversata proprio dal Parlamento europeo nel 2010. Questi problemi che, come su detto, non sono per nulla alieni neanche allo scenario europeo, sono condivisi dai paesi dell’Est che hanno messo in secondo piano quell’identità antifascista che prima del crollo dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia veniva enfatizzata. 

Tornando ai gruppi di estrema destra quello che è possibile dire è che hanno contribuito, tra gli altri fattori, ad alimentare il dissenso contro l’allora presidente Janukovyč, sfruttando la Rivoluzione del 2014 e portando alla sua destituzione che viene letta, nella narrativa di Putin, come un colpo di stato in piena regola. 

All’indomani della rivoluzione del 2014, Svoboda, formazione di estrema destra, entrò a far parte del governo provvisorio vedendosi dunque riconosciuta una forma di legittimazione politica e rallentando, dunque, il miglioramento dei processi democratici del paese. A complicare ulteriormente il quadro, l’Ucraina, uno stato grande il doppio dell’Italia, per quanto ci possa ad oggi sembrare uno stato compatto contro una minaccia esterna, è in realtà molto diviso al suo interno. Spostandosi ad Est, infatti, si può notare come la lingua maggiormente parlata sia il russo, non l’ucraino, e il fattore linguistico in questo conflitto, come in tanti altri – su cui soffia l’elemento identitario -, gioca un ruolo importante. Questa differenza emerge in maniera ancora più evidente guardando proprio alla mappa del risultato delle elezioni del 2010, Janukovyč (euroscettico e contro l’adesione alla NATO) stravinse in tutte le regioni ad est, mentre la candidata Julija Tymošenko (europeista e pro all’adesione alla NATO) registrò consensi in particolare nelle zone occidentali. 

In questo scenario, già frammentato, nacquero – sempre in quel fatidico 2014 – le repubbliche popolari del Donbass le quali, non riconoscendo il neonato governo centrale, chiesero la federalizzazione dello stato, così da potersi garantire maggiori margini di manovra. 

Molto andrebbe detto su come abbia agito l’Occidente – tra cui gli Stati Uniti, minando ulteriormente l’equilibrio della regione e rinfocolando le già presenti differenze -, a cominciare dalla Rivoluzione Arancione del 2004, e sulla risposta delle formazioni ucraine di destra che sin dall’inizio, nel 2014, annunciarono la creazione di milizie armate per intervenire nelle regioni del Donbass. 

L’attuale scenario di guerra è chiaramente dovuto all’aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, ma i suoi pregressi vanno individuati anche nella politica di allargamento ad est della NATO, una politica giustificata dalla cosiddetta “porta aperta” e le cui conseguenze, nell’agosto del 2008 furono vissute dalla Georgia, invasa sempre dalla Federazione Russa, la cui volontà era quella di chiarire nei confronti del suo vicino i frutti di un’eventuale adesione al trattato del Nord Atlantico. 

La Federazione Russa, a seguito del riconoscimento delle repubbliche del Donbass il 21 Febbraio, ha dato il via all’offensiva nella mattinata del 24 febbraio. 

Tra le crepe nasce il dissenso 

Tra i deputati che hanno votato in modo favorevole, all’interno della Duma, il parlamentare comunista Mikhail Matveev ha voluto precisare che il suo voto – per il riconoscimento delle due repubbliche popolari – era volto a far si che la Russia potesse fare da scudo, cioè garantire la pace in quei territori, e non dunque portare avanti alcuna forma di aggressione nei confronti di Kyiv, aggiungendo infine il suo invito alla Pace. 

La Russia, come qualsiasi nazione, non può essere intesa come un soggetto politico unitario, vanno infatti colte le molteplici contraddizioni al suo interno. La società russa non è tutta compatta, vi sono voci dissidenti che non possiamo permetterci di ignorare. Alcune di queste voci sono spontanee, altre invece organizzate come gli scienziati che hanno lanciato un appello denunciando la tragicità e l’insensatezza di questa guerra o le attiviste della Resistenza femminista contro la guerra che hanno diffuso, nelle ultime settimane, un messaggio chiaro contro il conflitto in atto, invitando tutte le femministe del mondo a unirsi contro la guerra e la dittatura di Putin, tracciando un chiaro legame tra questo conflitto e i valori tradizionali di cui Putin si è fatto promotore. 

Alla luce di questi elementi fondamentale deve essere la capacità di ricordare che la Russia non è Putin, che un regime non può e non deve definire cos’è una nazione. 

Tra lo zarismo e il rifiuto di Lenin 

Il dipinto, dai toni cupi, che ci si presenta davanti è quello di un’aggressione in piena regola, giustificata, a più riprese da Putin e dagli apparati russi, attraverso un utilizzo a dir poco singolare della storia e del concetto di denazificazione.

Ulteriore elemento è la narrativa geografica che vede la Russia come stretta tra un’Occidente sempre più decadente e dai costumi sessuali devianti e un’Oriente primitivo, vedendola dunque come terra dei veri valori, configurati intorno alla moralità sessuale e all’innocenza. In un’ottica di questo tipo si inserisce la dichiarazione dai toni escatologici del Patriarca di Mosca Kirill, il quale alimentando la propaganda putiniana contro l’Ucraina, ha affermato nelle scorse settimane che dal 2014 ad oggi il “Donbass ha fondamentalmente rifiutato di accettare i cosiddetti valori che sono proposti da coloro che aspirano al potere globale”, non sottoponendosi al test di fedeltà a questi poteri, consistente in una “gay-parade”, che sarebbe il “requisito per essere ammessi nel felice mondo del consumo eccessivo e dell’apparente libertà”. Di qui risulta evidente agli occhi del capo della chiesa ortodossa russa, che “ciò che sta accadendo oggi nelle relazioni internazionali non ha solo un significato politico. Ha a che fare con qualcosa di diverso e di molto più importante della politica. Riguarda la salvezza dell’umanità, e la sorte del genere umano dinanzi al giudizio del Dio Salvatore”.

È centrale quindi nella narrazione di Putin, per la legittimazione interna dell’invasione ucraina, l’elemento di lotta alla decadenza e alla devianza dei valori occidentali, contro i quali propone un revival del tradizionalismo russo, in grado di resistere, anche nella sua accezione machista e mascolina, alla mollezza e alla promiscuità sessuale dell’Occidente.

Inoltre, contro la narrazione che vuole Putin continuatore e restauratore dell’esperienza sovietica, per cui si è soliti ricordare il suo trascorso nel temuto servizio segreto KGB (poi FSB), occorre notare invece una forte discontinuità nella sua impostazione ideologica soprattutto con il retaggio rivoluzionario del comunismo sovietico, responsabile della stessa struttura federativa dell’URSS. Nei piani di Lenin infatti, almeno dal punto di vista formale, l’Unione era una forma di associazione di stati indipendenti collocati su un piano di parità, nonostante il ruolo di guida materna svolto, sul piano politico, ideologico e rivoluzionario, dalla Russia, che mai si spingeva però (nella sua fase rivoluzionaria, prima quindi dell’avvento di Stalin e della svolta verso il socialismo in un solo paese) alla sostituzione della propria lingua, cultura e tradizione a quella dei singoli stati, le quali andavano altresì preservate.

Putin invece, rinnegando quella scelta, per cui sorse la stessa Ucraina, per dirla con le parole dello storico di Harvard Serhii Plokhy, sembra piegare verso “un’idea molto imperiale della nazione russa, composta di Russi, Ucraini, Bielorussi. Gli ultimi due gruppi non hanno diritto ad esistere come nazioni autonome. Siamo quasi tornati alla metà dell’Ottocento quando i funzionari imperiali russi tentavano di impedire lo sviluppo della cultura e delle idee ucraine”. Una visione influenzata anche dal pensiero dell’intellettuale di corte Aleksandr Dugin, trait d’union con i partiti di estrema destra dell’Europa occidentale (Lega inclusa), che ritrova in Putin l’artefice di una sincera “rivoluzione conservatrice” fondata su tesi euroasiatiche e di recupero della grandezza perduta della potenza sovietica, mescolate ad un nazional-comunismo che valorizza anche  l’URSS di Stalin ma solo come fase di grandiosa potenza e supremazia della Russia sugli stati dell’Unione, e non come strumento di circolazione degli ideali comunisti. Di qui l’esigenza di “integrazione dello spazio post-sovietico” dalla Bielorussia alla Moldavia (con lo stato fantoccio della Transnistria) fino all’Ucraina e al Kazakistan.

Guerra e costituzione: Nato e armi all’Ucraina 

L’Italia, come recita l’art.11 della Costituzione , “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Non è quindi un paese neutrale, bensì uno stato che lascia alla violenza il solo spazio della legittima difesa di fronte ad una ingiustificata aggressione armata condotta a danno della sua “indipendenza” e “integrità territoriale”; quindi di una guerra difensiva volta a salvaguardare le libertà fondamentali dei cittadini e a proteggere l’integrità “delle istituzioni politiche di democrazia costituzionale”, nel rispetto del principio di proporzionalità (e in coerenza anche con il principio irrinunciabile di autodifesa individuale e collettiva sancito dall’art.51 della Carta delle Nazioni Unite). 

Cosa dire quindi dell’invio di armi all’Ucraina? In se stesso può essere visto come un aiuto che prolunga la resistenza del popolo ucraino, ma anche, come rilevano molti analisti, come strumento che ne allunga i tempi del conflitto posticipando l’inesorabile conquista russa del territorio. 

Sotto il profilo costituzionale avrebbe poi costituito indubbiamente una violazione del principio pacifista se rivolto a sostenere un paese invasore, in quanto esso stesso un sostegno ad una guerra offensiva. In questo caso però si intende sostenere un paese invaso che subisce da parte della Russia, come è evidente per la nostra mentalità occidentale anche senza andare a rileggere gli articoli 2 e 51 della Carta delle Nazioni Unite, una piena violazione del diritto internazionale. 

Peccato, e qui insiste la nostra punta critica, che quella stessa mentalità abbia trascurato di sostenere gli invasi, per passare invece a sostenere gli invasori (talora anche formalisticamente nel rispetto dell’art.11), a partire dalla guerra Nato alla Jugoslavia del 1999, fino all’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq nel 2001 e nel 2003. Dimenticando poi tutte le popolazioni oppresse e invase, come quella palestinese, curda, yemenita, forse perché l’oppositore ed invasore è stato ed è, in tali casi, l’Occidente stesso.

In unità con il ripudio della guerra infatti (ovvero senza divisione in commi) lo stesso art.11 introduce il consenso “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” nonché la promozione e il favore verso “le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Qui trova piena ed esplicita legittimazione l’Onu, ma non può trovare fondamento l’adesione alla NATO che, come notato da Gaetano Azzariti, postulando la difesa armata (e il costante riarmo) come strategia manca di perseguire “la pace come obiettivo”. La NATO è inoltre un’alleanza militare che negli ultimi anni ha agito, in un mondo caratterizzato dal lento passaggio dal post-bipolarismo al multipolarismo di grandi e ascendenti potenze, come elemento di destabilizzazione nello scenario internazionale.  

Non è quindi tale alleanza (pur non essendo incostituzionale, almeno fino a che opera sul piano difensivo) lo strumento di cui parla l’art.11 per assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni. Non è a fortiori neppure il mezzo indicato per portare la pace in Ucraina, costituendo esso stesso l’origine di un conflitto militare (quello tra Usa e Russia) che la potenza egemone del Trattato (evidentemente non posta in condizione di parità con gli altri stati aderenti) ha tutto l’interesse a proseguire, seppur in forme diverse da quelle proprie dell’orribile scontro armato attuale. 

Se l’Europa indossa l’elmetto, al debito cosa succede? 

“Non è debito, è un investimento nel nostro futuro” ha dichiarato Christian Lindner, ministro rigorista e ortodosso delle finanze tedesco, con riferimento all’aumento della spesa pubblica per finanziare l’invio di armi all’Ucraina, in adeguamento al 2% del PIL in spesa militare richiesto dalla Nato e a cui mai la Germania si era finora adeguata (orientamento seguito anche dal nostro parlamento con larga maggioranza la scorsa settimana). 

Ritorna quindi il giudizio arbitrario sul debito buono o cattivo, di cui ha sovente dissertato anche l’attuale presidente del consiglio, per cui il debito “ci può rendere più fragili se […] le risorse vengono sprecate”: quale spreco più grande del riarmo? Tale qualificazione dipende infatti solo da giudizi di valore espressi da chi sta al potere; senza il confronto con le esigenze e i bisogni popolari, in pace; violando, alle soglie della guerra, il primo dei tre articoli definitivi del trattato kantiano “Per la pace perpetua”, che impone come costituzione più idonea a mantenere la pace quella repubblicana, intesa nel sano funzionamento dei suoi strumenti di rappresentanza, volti a richiedere “l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra debba o non debba essere fatta”. Dopo tale coinvolgimento, “niente di più naturale pensare che, dovendo far ricadere sopra di sé tutte le calamità della guerra […] essi rifletteranno a lungo prima di iniziare un così cattivo gioco” (Kant, Immanuel, Per La Pace Perpetua, Feltrinelli, 2013). È invece esito del recente Consiglio europeo straordinario di Versailles, la decisione di aumentare la spesa militare dell’Ue ricorrendo al bilancio dell’Unione senza dover quindi passare per l’Europarlamento. Ennesimo segnale di una grave crisi del sistema rappresentativo, che riconduce perniciosamente anche la delicatissima decisione su pace e guerra all’arbitrio (dispotico, avrebbe detto a proposito Kant) intergovernativo.

“Si vis pacem, para pacem”

L’invito è dunque quello di ricordarci che se di piazze per la pace dobbiamo parlare non possiamo scendervi con le bandiere dell’Ucraina, riducendo la lettura di questo conflitto alla stregua di una presa di posizione nei confronti di uno dei molteplici attori coinvolti nella guerra. Solo con la bandiera della Pace si è in grado di solidarizzare sia con il popolo ucraino invaso, che con quello russo vittima delle decisioni dispotiche della propria classe dirigente. Il primo lo si sostiene con i corridoi umanitari e con la più rapida risoluzione diplomatica dello scontro militare. Il secondo lo si aiuta incarnando, il “liberale” Occidente per primo, un modello politico e istituzionale che coinvolga il popolo nella somma decisione sulla guerra. Ciò che, come su accennato, dall’invio delle armi al ricorso al debito per la spesa militare, non sembra che stia affatto accadendo. 

Demilitarizzando il nostro immaginario e rilanciando la cooperazione internazionale, rifiutando così una retorica che affonda le sue radici sull’uso sregolato della forza e della prevaricazione, diventa possibile istituire giuridicamente lo stato di pace tra gli uomini:  l’unico in grado di non “porre fine semplicemente a una guerra”, bensì “a tutte le guerre per sempre”(Kant, Immanuel, op. cit.).

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