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Mass media e potere reticolare


29 Mar , 2022|
| 2022 | Visioni

 “L’agire di ciascuno è simile ‹al suo modo› di parlare;…Pertanto dovunque vedrai compiacimento per un’eloquenza corrotta, ci sarà certamente anche una corruzione dei costumi. Banchetti e vestiti sfarzosi sono indice di una comunità malata, allo stesso modo la licenza del linguaggio, se è diffusa, mostra che anche gli animi da cui hanno origine le parole sono in decadenza”.

Con queste parole Seneca stigmatizzava a Lucilio (lettera 114) la decadenza del linguaggio, come specchio di un decadimento dei costumi.

Mi rendo conto che citare Seneca in un’epoca, come quella italiana attuale, può sembrare davvero un vivere fuori del proprio tempo: in un’epoca che a mala pena riesce a costruire una proposizione con soggetto verbo e complemento una tale citazione resta incomprensibile. “Che c’entra Seneca al giorno d’oggi!” esclamerebbe qualche ingegnoso giornalista televisivo… “ma sì, la storia… ma a che serve la storia…?!”.

Scrivendo queste righe, penso ad una serie di battute che si sono intrecciate tra uno storico illustre, quale è Franco Cardini, ed un giornalista conduttore di una nota rubrica televisiva. Battute alle quali si sono aggiunte quelle dell’altra collega conduttrice, che per tagliar corto concludeva “allora parlatene magari per telefono”.

E’ un episodio sconcertante perché dà la misura del decadimento culturale di chi, per mestiere, dovrebbe in-formare il “popolo degli ascolti”. Non solo, ma fornisce una ulteriore indicazione: in quale sotto-misura sono tenuti in considerazione coloro che hanno speso la loro vita nello studio, nella formazione storico-culturale e nella coscienza critica.

Episodio, questo che ho raccontato, che non è l’unico; qualche sera prima è stata la volta di Luciano Canfora e in altra circostanza di Carlo Rovelli o di Ugo Mattei e, ancor prima e in altro tempo, di Giorgio Agamben e di Massimo Cacciari. Contesti diversi, ma tutti segnati dallo stesso modello a-dialogico – punitivo.

Aggiungo altri due episodi che ritengo significativi del clima mentale nel quale siamo immersi; clima segnato, si noti, da un perenne stato emergenziale; dapprima formalizzato per COVID – 19, ora, nei fatti, a causa della guerra.

Primo episodio: Paolo Mieli, proprio a conclusione di una notissima trasmissione su La 7, dopo una articolata conversazione, attorno al tema del giorno (la guerra, appunto), con altri ospiti, ha sentito il bisogno di precisare: “io comunque sto col Corriere”. Excusatio non petita, dettata, come è evidente, dalla necessità di fugare ogni dubbio che le sue precedenti argomentazioni avessero potuto suscitare circa la ortodossia della sua posizione.

Secondo episodio: Massimo Gramellini, sul Corriere del 22 marzo, nella sua rubrica “Il Caffè”, svolge una interessante operazione retorica individuando, a proposito della l’analisi della guerra, la categoria dei “complessisti”, per bollare di superficialità coloro che vi appartengono. Un ossimoro retorico che liquida con una battuta, priva di qualsiasi argomentazione razionale, un contraddittorio tanto delicato e dai connotati tragici. E’ spiacevole constatare che un giornalista arguto e intelligente si sia cimentato in una acrobazia retorica così mediocre.

A questi due episodi ne aggiungo un terzo, che qualificare sconcertante è benevolo, ma che è ancora assai significativo del clima mediatico-popolare.

La conduttrice di un’altra notissima trasmissione giornalistica, citando coloro che vengono definiti “né – né” aggiungeva, sotto la forma di un interrogativo retorico, una sorta di linea di continuità personale tra questi ultimi e i “no vax”. Come dire: i dissidenti rispetto alla narrazione ufficiale, quale che sia l’oggetto della questione – vaccini o Ucraina –, sono sempre gli stessi intellettuali.

Infine. Mi è capitato di sentire, durante la rassegna stampa del mattino su Radio 3, alcuni interventi di ascoltatori che sottolineavano, con disapprovazione, lo stile di quegli interventi televisivi che “deridevano” ragionamenti di persone autorevoli, ma non conformi alla vulgata. Il giornalista conduttore rispondeva “arrampicandosi sugli specchi”.

Ve ne è abbastanza per qualche considerazione.

E’ noto come nei paesi retti da governi autocratici, come la Turchia di Erdogan o la Russia di Putin, sia “fisiologico” (in un certo senso) che l’informazione sia conforme alle direttive governative. Al contrario, per i paesi retti da forme di governo liberal-democratiche è un vanto poter affermare che l’informazione è libera e le opinioni sono tutte rispettate proprio per trarre profitto dalle loro diversità.

A partire dalla stagione del Covid-19 e proseguendo ora con quella, tragica, della guerra in Ucraina, si è affermato, in modo inequivocabile, un modello comunicativo che, pur articolato in forme diverse sia per il mezzo (dalla stampa alla televisione e così via), sia per i soggetti titolari, assume i tratti della “ufficialità” affidabile, a fronte di altri ragionamenti che, quindi, divengono inaffidabili. Anzi, un messaggio esplicito circa la esclusiva affidabilità dei mezzi informativi “ufficiali” fu divulgato proprio nei primi mesi della pandemia. Poi, per fortuna, scomparve dagli schermi televisivi.

Il modello è dunque quello di una narrazione degli eventi omogenea, quale che sia la fonte informativa il mezzo specifico o l’occasione, che assume il tratto della ufficialità e della conseguente affidabilità. Il tema dell’ufficialità apre una questione più ampia, che va oltre la contingenza. Essa riguarda, infatti, una confluenza tra il potere economico dei privati (e tali sono i mass media, salvo la televisione pubblica, che, tuttavia, appartiene alla “proprietà” dei partiti) e quello pubblico delle istituzioni di governo. Ciò che viene meno, a causa di tale mescolamento, è il profilo “critico-cognitivo” che l’informazione, indirizzata all’ambiente sociale, dovrebbe avere nei confronti del potere politico.

Un piccolo passo indietro, che ritengo però efficace per far comprendere il variegato articolarsi della questione massmediatica. La chiave di lettura che propongo prende avvio dalla coppia dei due sociologi di Yale degli anni ‘50, Lasswell e Kaplan, e consiste nella distinzione tra due modelli comunicativi: la “propaganda” e la “pubblicità”. Quest’ultima orienta le scelte dell’individuo, riguarda dunque la sfera nella quale operano gli interessi privati; la prima, al contrario, è quella forma comunicativa che veicola i simboli ideali performativi di un progetto sociale, con il fine di ottenere obbedienza istituzionale, riducendo lo spazio d’incertezza attorno a prospettazioni valoriali controverse.  Se si coniuga la propensione politica del potere economico, definita a suo tempo da Max Weber, con i codici comunicativi “propaganda – pubblicità”, ci si avvede di una pericolosa sovrapposizione. Essi perdono, infatti, la loro distinzione come forme della comunicazione con una conseguenza; diviene dominante il codice comunicativo “pubblicità”, il quale, essendo tipicamente economico, per i media si traduce nel decisivo successo del nesso audience – mercato pubblicitario. Per questa via, il modello performativo “pubblicità” prende il posto di quello strettamente politico, “propaganda”, fermo restando, tuttavia, l’obiettivo politico dell’obbedienza istituzionale. Sicché l’obbedienza all’istituzione sarebbe messa in forma attraverso il ricorso al codice impressionistico della pubblicità.  D’altra parte, la vetrina mediatica dei personaggi cui siamo abituati, dai virologi ai giornalisti agli opinionisti di bottega, assolve proprio alla funzione pubblicitario-propagandistica.

Accade così che nei processi istituzionali si insinui una logica di tipo… come dire: “popolar – imprenditoriale”, che conduce ad una destrutturazione sistemica dell’obbedienza per le istituzioni in quanto tali, giacché esse perdono qualsiasi valenza politico – simbolica. La tenuta sociale fondata sull’obbedienza alle istituzioni è quella che risulta da un abito mentale genericamente diffuso tra i consociati, fondato sulla interazione e soddisfazione di interessi più o meno di sistema e imputabili a soggetti singoli, a gruppi, a lobbies. Questa obbedienza è direttamente proporzionale alla destrutturazione simbolica della società e si ottiene con maggiore efficace diffondendo fattori mediatici di tipo allarmistico-emergenziale e dunque idonei a produrre paura individuale e diffidenza relazionale.

Se, di un tal contesto, si volesse fornire una rappresentazione iconica di tipo sistemico, allora verrebbe fuori l’immagine di una “rete”, termine, che, nella sua versione inglese – network –, è largamente usato nel lessico comune. Non senza significato una tale immagine è idonea ad indicare fenomeni di inclusione / esclusione. Chi appartiene alla rete raccoglie puntualmente i frutti della pesca, e chi ne è fuori, e nuota liberamente nel mare aperto, deve accontentarsi di ciò che il mare offre nella sua naturale, ma anche intermittente, generosità. Per rimanere nella metafora, non vanno esclusi neppure gli allevamenti artificiali, dove la rete è il mezzo che assicura la raccolta del prodotto e l’autoriproduzione, lontano da fattori di interferenza ambientale. L’ambiente sociale risulta così diviso a metà in senso orizzontale, tra chi appartiene alla rete e chi non vi appartiene; non una separazione di censo o di cultura, né di classi sociali, ma una semplice divisione tra l’essere “dentro” la trama oppure restarne “fuori”.

La conferma è negli scoop quotidiani dei mass media, che mettono in mostra un ambiente sociale nel quale, come si usa dire, “si conoscono tutti” tra di loro, come in una enorme comitiva ludica, dai politici agli attori, agli sportivi, ad alcuni industriali, a magistrati e professionisti, fino agli alti burocrati, ai managers, pubblici e privati, ai banchieri.

E’ una immagine che annulla, quindi, ab origine, l’idea di una relazione tra ambiti sociali: il potere si identifica con il luogo della “raccolta”, il dentro; l’ambiente sociale, genericamente inteso, è ciò che è fuori. Una tale struttura, sostituendo di fatto l’ordine politico-istituzionale (che resta, tuttavia, evocato dalla narrazione retorica), diviene causa, in particolare, della disaffezione sociale per le istituzioni, la quale si converte, a sua volta, in un diffuso individualismo di massa, che pervade coloro che non appartengono al tessuto reticolare. All’interno della rete, corrisponde il formarsi di una struttura di potere di origine burocratica e tecnocratica, evocata, ma al tempo stesso nascosta, dal termine governance, che come è ormai noto, è di incerto significato e per questo assolutamente privo di traducibilità. Termine, comunque, che descrive un mondo strutturato sugli equilibri generati dalla negoziazione tra poteri di fatto.

In un tal paradigma, privo cioè di fattori politicamente e sociologicamente relazionali, ciò che si delinea è un inedito nella storia del potere: un potere reticolare impedisce la possibilità di una sua imputazione soggettivamente determinata. In altre parole, con una frase ad effetto, a chi si potrebbe tagliare la testa? Al più, si possono fare buchi nella rete, ma, come ogni esperto pescatore sa, la rete si può sempre riparare, aspettando il giorno che sia così logora che ripararla sarà impossibile.

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