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Ci sono polarizzazioni e polarizzazioni..


30 Mar , 2022|
| 2022 | Visioni

Scrivo delle riflessioni mentre guardo scorrere sul mio telefono le immagini della considerevole massa di persone che manifesta fra le strade di Firenze per la giornata di mobilitazione indetta dagli operai della GKN di Campi Bisenzio. So che l’indomani nessuno ne parlerà e sento, perciò, il bisogno di mettere giù per iscritto qualcosa.

Si sa, l’agire collettivo e politico non può essere raccontato in questo periodo. Non si può parlare di insorgenza, rottura, conflitto quando si vuole rendere una società, in verità iper-frammentata, fittiziamente omogenea. Ora con la caccia al nemico interno (il no-vax/no-greenpass), ora con l’individuazione del nemico esterno (il sanguinario Dostoevskij, sol perché russo) si cerca, attraverso la retorica della paura, di ricondurre in forma quel popolo che è stato reso, dalle oramai pluri-citate dinamiche neoliberali, un pulviscolo indeterminabile di individui. Può sembrare banale, ma le emergenze ed i discorsi di verità fintamente moralistici ad esse ricollegati servono a riunirci intorno a determinate parole d’ordine (no-vax/pro-vax, putinista/anti-putiniano), fortemente politicizzanti, ma sempre comode al potere, perché funzionali ai suoi meccanismi di auto-riproduzione.

Se prendiamo in considerazione la Pandemia, la prima polarizzazione (no-vax/pro-vax) ha consentito di non mettere in discussione la scadente gestione politica dell’emergenza. Scaricare la responsabilità dell’aumento dei morti e dei contagi su quel numero davvero esiguo di non vaccinati ha permesso di adombrare le inefficienze gestorie del governo. Solo per fare tre esempi, si pensi alla totale impreparazione della sanità territoriale (chiunque sia stato affetto dal virus ha potuto sperimentare sulla sua pelle l’inesistenza di un’assistenza domiciliare di qualsiasi tipo), l’assenza di un protocollo univoco di cura, anche quando le evidenze scientifiche stavano dimostrando che l’utilizzo di determinati farmaci avrebbe evitato lo sviluppo di una sintomatologia grave (non è una novità che solo chi conosceva medici specializzati, spesso familiari o amici, sia riuscito a trattare i sintomi adeguatamente e spesso a salvarsi la pelle) e, in ultimo, la mancanza di investimenti significativi per l’aumento di posti letto in terapia intensiva.

Lo stesso vale, negli ultimi tempi, per il conflitto russo-ucraino. L’apriorismo moralistico con cui i non-allineati alle logiche dominanti e semplificatorie del discorso mainstream vengono tacciati di essere gli avversari ultimi dell’umanità, perché giustificazionisti dell’invasione russa, nasconde, per  un verso, l’incapacità di condurre analisi adeguate all’attuale contesto e, per un altro, la necessità di non porre in questione la strategia (che, forse, andrebbe definita più puntualmente non-strategia) adottata dal governo italiano. L’azzeramento delle ragioni dell’interlocutore ragionante, il quale tenta di vagliare con cura i vari aspetti di un problema, ponendo sul piatto della bilancia tutti gli elementi del caso (si veda l’analisi di Canfora, della Di Cesare o quella di Orsini), serve infatti a legittimare l’adesione incondizionata dei governanti ad una strategia che deve essere, sì seguita, ma su ordine di qualcun altro. Poco importa se quest’ultima sia per noi evidentemente controproducente (già solo perché rischia di esacerbare un conflitto che si trova a due passi da casa nostra), se la proiezione del conflitto all’esterno serve anche a garantire la tenuta dell’ordine interno.

Quella dell’individuazione di un nemico contro cui direzionare il malcontento generale è una tattica politica subdola ma funzionante. Il mezzo è l’inganno, il fine la mistificazione. La divisione imposta dall’alto rappresenta, oggi, il disperato tentativo di legittimare le decisioni di una classe politica che, obbedendo alle ragioni dei più deplorevoli vincoli esterni (prima quelle del mercato, poi quelle del contenimento del debito pubblico, ora quelle di Bigpharma e degli alleati strategici), è sempre più slegata dalle istanze di quel Popolo che assume ancora di rappresentare. Non sarà mica un caso che il governo abbia disposto l’invio delle armi all’Ucraina, nonostante la maggioranza degli italiani fosse contraria?

Ma, cari lettori de La Fionda, la buona notizia è che esistono polarizzazioni e polarizzazioni. Ce ne sono alcune funzionali al rafforzamento dei dispositivi di potere neoliberali (vedi lockdown ed annessi e connessi), alla sottrazione dei diritti (vedi green-pass) ed alla disattivazione della logica democratica presa nella sua interezza. Ce ne sono altre, invece, che, all’opposto, hanno l’obiettivo di riattivare il conflitto politico-democratico per i diritti. C’è infatti chi quel blocco di potere, apparentemente inscalfibile, coacervo di forze composite, tutte comunque riconducibili sotto il grande, gigantesco, cappello del partito unico liberale non rinuncia a penetrarlo, ponendosi con lui in rotta di collisione.

È questa polarizzazione vera e proveniente dal basso che, oggi, merita di essere raccontata.

La manifestazione della GKN del 26 marzo è variegata, le sigle che partecipano molteplici: movimento studentesco, movimenti per l’ambiente, sindacati di base (grandi assenti, invece, i confederali). Gli slogan sono diversi: non mancano chiaramente i riferimenti al conflitto russo-ucraino ed un enorme bandiera della pace sotto cui giocano e corrono bambini. Si avverte la convergenza tanto reclamata e auspicata dagli operai GKN e veicolata dal grido: “Convergiamo per insorgere, insorgiamo per convergere”. Ed alla GKN, in effetti, non va dato solo il merito di aver riattivato, per quanto le fosse possibile, il conflitto capitale-lavoro ma di averlo fatto attraverso l’unione di diverse lotte emancipative che esistono sul territorio italiano.

Al cospetto della dilagante passivizzazione della società, delle finte polarizzazioni e del crepuscolo della razionalità politica, la mobilitazione nata a partire dalla vertenza GKN lascia ben sperare, non solo per la sua aspirazione alla convergenza, ma soprattutto per la concreta messa in discussione della totalità delle scelte politiche dell’attuale classe dirigente: a partire dall’assecondamento del processo di finanziarizzazione dell’economia, passando per la rincorsa all’attrazione dei capitali esteri attraverso la svalutazione del lavoro interno, giungendo, infine, alla negoziabilità del diritto al lavoro, dei diritti dei lavoratori e della sicurezza sui luoghi di lavoro.

La mobilitazione della GKN non è però solo destrutturazione e critica composita del reale, ma anche suo progetto trasformativo. Di fianco alla pars destruens, diremmo, esiste una rilevantissima pars costruens che si compone dell’intelligenza collettiva di un insieme di esperti ed esperte in vari settori. Si tratta, ad esempio, dei giuristi che hanno scritto insieme agli operai dello stabilimento un disegno di legge contro le delocalizzazioni[1] (proposto ai nostri rappresentanti ed ovviamente da loro puntualmente cestinato) e degli economisti e ricercatori dell’università Sant’Anna di Pisa, i quali, sempre coadiuvati dagli operai GKN, hanno steso un progetto di riconversione industriale dello stabilimento[2]. L’idea, come ricorda Dario Salvetti, portavoce del collettivo di fabbrica, tuonando dal palco di piazza Santa Maria Novella al termine della manifestazione, è quella di sfidare la classe dirigente utilizzando le sue stesse parole, dimostrando di essere – cito testualmente il discorso del portavoce – più efficienti e competenti di loro.

Non a caso, allora, uno degli striscioni presenti in corteo, forse il più significativo, recita: “Siamo classe dirigente”. Auto-percepirsi come classe dirigente significa, in definitiva, escludere la necessità di ricercare un referente politico; escludere la necessità, cioè, di riferire le proprie istanze ad un soggetto terzo che le rappresenti. È questa la grande sfida, se vogliamo per certi versi anche rivoluzionaria, che il collettivo di fabbrica GKN ha raccolto in un momento in cui il processo di disintermediazione politica sembra aver raggiunto il suo culmine. Del resto, quando il divario fra gli interessi dei rappresentati e quelli dei rappresentanti è così ampio, non resta che imboccare la via della resistenza (e dell’insorgenza) organizzata.

Certo, vari spezzoni del corteo sono occupati da soggetti politici; realtà, purtroppo, del tutto minoritarie; residui iper-parcellizzati di quella “sinistra a sinistra del PD” incapace, oramai, di condurre alcun processo contro-egemonico. Forse è questo il punto da cui dover partire, la necessità più impellente, se, come dice sempre Salvetti, l’obiettivo è quello di “andarsi a riprendere il Paese”: costruire, anche sulla base di quello che già c’è, un soggetto politico trasversale, in grado di tenere insieme tutte le istanze sociali disattese, anche aldilà della dicotomia destra/sinistra che si è capito funzioni poco soprattutto per chi cerca di collocarsi a sinistra del centro-sinistra. Istanze, certo, che hanno molto a che fare con la garanzia dei diritti sociali; ma che sono anche espressione delle profonde e radicali rivendicazioni libertarie che aleggiano diffusamente nella società, e che non sono più adatte a tradursi nella ripetitiva coazione al “consumo”.

Ripartire ora, dunque, organizzarsi, fare il punto della situazione, ovviamente, senza però perdere di vista che la liberazione da quelle catene a cui non vogliamo nemmeno più per un attimo sentirci di appartenere passa necessariamente attraverso un lungo periodo di resistenza.

Insorgere per (r)esistere. Qual è l’alternativa?


[1] https://www.giuristidemocratici.it/Lavoro/post/20210903194357

[2] https://www.intoscana.it/it/articolo/ex-gkn-il-collettivo-di-fabbrica-presenta-il-suo-piano-di-riconversione-green-con-il-santanna-di-pisa/

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