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“I miei sette padri” di Adelmo Cervi  


1 Apr , 2022|
| 2022 | Recensioni | Terza Pagina

Il libro di Adelmo Cervi, “I miei sette padri”, qui brevemente recensito, ha una storia editoriale un po’ complessa: è stato editato una prima volta da Piemme (aprile 2014) con il titolo “Io che conosco il tuo cuore”. Poi, per varie ragioni, l’autore ha deciso di rieditarlo a sua cura col nuovo e, ad avviso di chi scrive, più adeguato titolo. Questa nuova edizione è andato in stampa presso la Tecnograf s.r.l. di Reggio Emilia nel gennaio di quest’anno.

“Si è voltato” dice a un certo punto Genoeffa Cocconi coniugata Cervi, a proposito del suo figliolo Aldo. E Aldo Cervi, è il padre dell’Adelmo che scrive.

Dolente di non averlo potuto conoscere davvero (era davvero troppo piccolo), va alla sua ricerca, che non è solo storica ed è tutt’altro che agiografica – contro l’agiografia si scaglia più volte e con energia, quando dice “sono figlio di un mito”, tra polemica e tristezza.

Si tratta di storia familiare ma anche di una ricerca più intima dell’identità e anche della carnalità di un padre che egli sente sempre presente, pur nella sua assenza, nella sua invincibile mancanza.

Ma oltre a questo I miei sette padri è un affresco, anche linguisticamente significativo nella sua genuinità mai ingenua, di un tempo e di una civiltà contadina ormai scomparsa: è una storia di ingiustizie e di miseria, di solidarietà e voglia di riscatto.

Aldo è uno serio, che quando fa una cosa la fa bene e la fa fino in fondo: quando era cattolico praticante era il primo ad arrivare in chiesa e a sbrigare le attività della parrocchia, ma sarà altrettanto serio anche quando si “volterà” dall’altra parte: nei tre anni di galera militare sofferti ingiustamente, nello studio a cui lo inizia l’università della galera, nell’attività politica, infine nelle esperienze di lotta durante la Resistenza.

La Famiglia Cervi, quasi una tribù, come nella migliore tradizione della civiltà contadina, è composta da Papà Alcide, Mamma Genoeffa e dai 7 figli, tutti ricordati e descritti con ricchezza di dettagli e in maniera coinvolgente e a tratti commovente. Accanto a loro c’è tutto un arcipelago di parenti, di compagni di lotta e di lavoro, chè di lavoro ce n’è tanto ma tanto da scoppiare. D’altronde si tratta di far crescere tutta la “baracca” nei suoi vari spostamenti e nelle sue varie metamorfosi: da mezzadri a agricoltori autonomi. In questa nuova veste Aldo potrà finalmente attuare tutto ciò che ha studiato e appreso nel tempo.

E il successo pagato a caro prezzo di sudore arriva: suo sarà uno dei primi trattori della provincia utilizzato per sostituire il valoroso toro nel traino degli attrezzi per livellare il terreno e renderlo così più produttivo perché meglio irrigabile. Ma il “fascio” è sempre lì in agguato, quando non danneggia direttamente è lì che ostacola con il suo fare violento e prepotente, anche alimentando la diceria che i “Ruban”, il soprannome di famiglia (senza un soprannome non sei nessuno, da quelle parti), son tutti matti.

E poi la guerra, spartiacque storico, che, come vediamo anche oggi, chiarisce e confonde insieme. Ma Aldo e i suoi sanno bene da che parte stare. È una scelta da un lato frutto spontaneo di una sapere intrecciato alla vita e al lavoro (d’altra parte c’è bisogno di conoscenza per arare, allevare gli animali, piantare e far crescere le messi). Ma è anche il risultato di una cultura maturata negli studi da autodidatta e nella pratica politica: i primi passi da militante, necessariamente incerti, sono quelli di una banda partigiana “fatta in casa”, poco collegata col Partito, ma ben radicata nel territorio.

In questo prezioso libro la memoria storica assume la veste di un flusso di coscienza: quello di Adelmo naturalmente, che guarda al padre con gli occhi non solo del figlio, ma anche con quelli di un fratello maggiore (leggendo il testo capirete perché).

In conclusione, nulla valga meglio di una citazione. Sono le parole con cui Adelmo si rivolge direttamente ad Aldo:

“Grazie per “Avermi voltato”, insieme a tanti compagni di ieri e di oggi.

Grazie per quelli che “volterai” domani. C’è ancora tanto per cui lottare, in questo mondo.”

E c’è poi la foto all’inizio del libro, a pagina 10, così descritta sempre da Adelmo:

“Ma al momento di metter via tutto…mi accorgo che la foto – quella coi vestiti belli, che insieme all’altra mi fa da santino – è stampata all’incontrario, all’inizio del catalogo del museo. (…) Vorrà dire che poter (!) raccontare – la mia storia – all’incontrario? Forse sì. (…) Ma anche così sarei arrivato qui, da te.”

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