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Albert Camus: l’estraneo e l’assurdo


9 Apr , 2022|
| 2022 | Recensioni | Terza Pagina

I punti di contatto tra Lo straniero di Camus e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij sono nell’aver costruito dei protagonisti che vivono in una logica del tutto estranea a quella del resto degli esseri umani e sono perciò condannati, moralmente e realmente, a non essere riconosciuti come esseri umani.

Lo straniero di Albert Camus è un romanzo che si potrebbe definire filosofico più per il senso generale e per le tematiche che per lo stile. In realtà è un romanzo stratificato, in cui i personaggi hanno tridimensionalità e non figurano in quanto concetti, come invece accade nella maggior parte dei romanzi filosofici. È un romanzo esistenzialista il cui tema centrale è la diversità, difatti, la parola francese étranger può essere tradotta anche come strano, estraneo, estraniato.

Il testo si apre con il protagonista, di cui viene detto solo il cognome, Meursault, che prende un permesso dal lavoro per il funerale della madre, e in tal modo comincia a delinearsi la sua personalità. La sensazione precede l’emozione e l’emozione precede il sentimento. Il tratto distintivo e kafkiano del protagonista è che non sa se effettivamente la morte di sua madre gli provochi dolore, indubbiamente gli provoca un certo fastidio la veglia funebre, il caldo, stare lì, in mezzo a estranei che lo guardano.

Quello che mi colpiva di più nelle loro facce, è che non vedevo i loro occhi, ma soltanto un lume senza splendore in mezzo a un nido di rughe. Quando sono stati seduti quasi tutti mi hanno guardato e hanno scosso la testa imbarazzati, le labbra tutte mangiate nelle loro bocche senza denti, e non potevo capire se mi salutavano oppure se si trattava di un tic. Ma ho l’impressione che mi salutassero. È a questo punto che mi sono accorto che erano tutti seduti di fronte a me a dondolare la testa, attorno al portinaio. Ho avuto per un istante l’impressione ridicola che fossero lì per giudicarmi.

(Albert Camus, Lo straniero, Bompiani, 2011, p. 15)

Così, poco dopo, incontrerà una donna di nome Maria, che già conosceva di vista e che fisicamente gli piace. Trascorreranno la giornata insieme. Al lettore non arriva che una vaga impressione di piacevolezza. Giorni dopo, dal momento che continuano a frequentarsi, lei gli chiede se lui l’ama e lui risponderà che non ha alcuna importanza, comunque crede di no. Nonostante ciò, lei resta per tutto il tempo la persona più importante, anche dopo, nei momenti terribili, lei tornerà sempre, e nel muro del carcere lui vedrà il volto di Maria al posto di quello della salvezza o di Dio.

Il protagonista non ha amici, solo conoscenti, alcuni dei quali sono suoi vicini di casa. Così, quasi per caso, finisce negli affari privati di un tal Raimondo, un tizio malfidato agli occhi della società, che invitandolo a cena gli racconta una faccenda scomoda e gli chiede di scrivere una lettera per trarre in inganno un’amante fedifraga. Lui accetta ma senza che la cosa gli importi poi molto. Per Raimondo invece questa è una grande prova d’amicizia. Amicizia che costerà cara al nostro protagonista. Fino a questo punto abbiamo l’impressione che i fatti raccontati siano l’uno slegato dall’altro e non riusciamo a figurarci un vero nesso tra il funerale della madre, l’avventura erotica con Maria, l’amicizia con Raimondo.

Voleva scriverle una lettera in cui ci fossero delle pedate e allo stesso tempo delle cose per farle venire rimorso.

Al primo istante non mi sono accorto che mi dava del tu; è stato solo quando mi ha dichiarato: «Adesso, tu sei un vero amico», che la cosa mi ha fatto un certo effetto. Ha ripetuto la frase e io ho detto: «Sì». Per me tant’era di essere suo amico e lui sembrava che ci tenesse davvero. Ha chiuso la lettera e abbiamo finito il vino. Poi siamo rimasti un momento a fumare senza dir nulla.

(Albert Camus, Lo straniero, Bompiani, 2011, pp.41-42)

Un mattino si sentono dei rumori da casa di Raimondo, lui e la sua amante stanno litigando ferocemente, a un certo punto lei grida. Maria e Meursault escono. Dopo poco arriva un agente. L’amante di Raimondo si mette a raccontare che lui l’ha picchiata. Il giorno seguente Mersault viene chiamato a testimoniare che l’ira di Raimondo fosse dovuta al tradimento della donna.

A un certo punto avviene una cosa apparentemente senza connessione con le altre, il nostro protagonista riceve dal proprio capo una proposta di promozione ma la rifiuta. Il capo s’insospettisce, perché mai uno non ha interesse a fare carriera? Anche qui, come sempre del resto, Meursaul risulta del tutto indifferente a ciò che gli accade, al risvolto sociale, per intenderci. A lui interessano delle cose che potremmo definire minime. Quest’uomo, che immagino come alter ego di Camus, è interessato all’esistenza, alle sensazioni che produce, in principio è persino curioso nei confronti delle vite degli altri, dopo lo sarà un po’ meno. In ogni caso, la carriera, i buoni sentimenti, le convenzioni, non gli interessano. Sposerebbe Maria solo per farle un favore, per lui far carriera, sposarsi o dire ti amo non significa nulla. Non tradirebbe mai la fiducia di un amico, e in effetti non lo fa.

A un certo punto Raimondo invita lui e Maria a trascorrere una giornata al mare da un amico. Accettano. Ma qualcuno li sta seguendo. Se ne accorgono sin dal momento in cui salgono sul bus. Raimondo dice si tratta degli amici del fratello della donna che ha picchiato. Non vi danno troppo peso. La giornata al mare trascorre serena, fino al momento in cui gli inseguitori si presentano con un coltello. Avvengono una serie di provocazioni. Raimondo in ogni caso ha una rivoltella per difendersi.  Mersaul gli prende la rivoltella per evitargli di sparare. Però, anche qui, quasi per caso, per il caldo, per una sensazione generale di insofferenza, non legata ad alcun significato, il protagonista spara un colpo. Dopo ne spara degli altri. Un uomo dunque muore.

La luce ha balenato sull’acciaio e fu come una lunga lama scintillante che mi colpisse alla fronte. In quello stesso momento, il sudore delle mie sopracciglia è colato di colpo giù sulle palpebre e le ha ricoperte di un velo tepido e denso. Non sentivo più altro che il risuonar del sole sulla mia fronte e, indistintamente, la sciabola sfolgorante sprizzata dal coltello che mi era sempre di fronte. Quella spada ardente mi corrodeva le ciglia e frugava nei miei occhi doloranti. È allora che tutto ha vacillato. Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato.

(Albert Camus, Lo straniero, Bompiani, 2011, p.75)

Si chiude la prima parte del libro. Nella seconda parte il protagonista si trova in prigione e viene interrogato più volte, gli viene assegnato un avvocato perché, con la stessa indifferenza per sé stesso che aveva sin dall’inizio per le cose importanti circa la propria esistenza, dice che non vuole scegliersi un avvocato e gli va bene se gliene assegnano uno d’ufficio. Durante gli interrogatori accade che gli venga spesso chiesto per quale motivo non abbia pianto al funerale di sua madre. Lo stesso avvocato gli dice che questo sarà un argomento molto importante per l’accusa e gli consiglia di non far trapelare in alcun modo la sua insensibilità.

Arriviamo al momento del processo. Ogni evento, ogni scena, ogni personaggio da lui incontrato testimonierà contro di lui. E anche chi testimonia in sua difesa finisce per essere volutamente frainteso da dal P.M. Persino il prete, che cerca in ultimo di redimerlo prima che lui vada incontro alla pena capitale, resta colpito e per certi versi ferito, offeso, dal fatto che in punto di morte Meursaul non abbia nulla di cui pentirsi e non desideri cercare consolazione in Dio.

Il prete ha girato lo sguardo tutt’intorno e ha risposto con una voce che d’improvviso ho trovato molto stanca: «Tutte queste pietre sudano il dolore, lo so. Non l’ho mai guardate senza angoscia. Ma dal fondo del mio cuore so che i più miserabili di voi hanno visto sorgere dalla loro oscurità un volto divino. È questo volto che vi si chiede di vedere».

Mi sono animato un po’. Ho detto che erano mesi che guardavo quei muri. Non c’era nulla né alcuna persona al mondo che conoscessi meglio. Forse, già molto tempo prima, vi avevo cercato un volto. Ma quel volto aveva il colore del sole e la fiamma del desiderio: era quello di Maria. L’avevo cercato invano e adesso era una cosa finita. E in ogni modo non avevo visto sorgere nulla dal sudore di quelle pietre.

Il prete mi ha guardato con un po’ di tristezza. Ero completamente addossato al muro e il giorno mi colava sulla fronte. Ha detto qualche parola che non ho sentita e mi ha chiesto molto in fretta se gli permettevo di abbracciarmi: «No», gli ho risposto. Si è voltato ed è andato verso il muro su cui ha passato lentamente la mano: «Ami dunque questa terra a tal punto?» ha mormorato. Io non ho risposto nulla.

(Albert Camus, Lo straniero, Bompiani, 2011, p. 146)

Quel che accade è estremamente legato alla tematica del Processo di Kafka: che si possa essere processati e condannati a morte non tanto per quel che si è fatto ma per quel che si è. È in questo che Meursaul è uno straniero, un estraneo, lui ha una sensibilità differente dagli altri, non è in linea con i cliché della società in cui vive, e per questo merita la forca.

La filosofia di Camus, il suo esistenzialismo non risolto – e perciò più interessante di tutti gli altri – in alcuna visione ideologica o religiosa (mi viene in mente quel capolavoro sul tema del suicidio e dell’assurdo che è Il mito di Sisifo), consiste nel cercare una forma di verità che esuli da Dio e dalla ragione, nel cercare un senso all’esistenza partendo dalla manifestazione dell’assurdità che coincide con l’esistenza stessa. L’estraneità di Mersault non può essere ricondotta al semplice urlo dell’individuo contro il contesto; la sua presenza nel contesto, la sua non appartenenza è in realtà una manifestazione violenta – dato l’epilogo – dei nodi irrisolti del suo mondo, un mondo dove si piange ai funerali, si dice ti amo, si denuncia un uomo che ha compiuto un delitto. L’estraneità dello straniero segnala il punto di rottura del contesto – del senso comune – la sua collisione con l’assurdo.

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