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La guerra in Ucraina e la logica dello scontro di civiltà


12 Apr , 2022|
| 2022 | Visioni

La guerra in Ucraina scatenata dalla Russia è il nuovo tragico capitolo di una fase della storia che definire travagliata è un eufemismo. Ci troviamo di fronte a un conflitto che, oltre a colpire direttamente l’Ucraina, apre, più di ogni altro che lo ha preceduto negli ultimi 60 anni, scenari inquietanti di una sua estensione.

Gli Stati Uniti d’America hanno chiamato a raccolta gli alleati, per isolare la Russia da un punto di vista politico ed economico. Sul piano delle dichiarazioni, delle sanzioni e, aspetto non trascurabile, del sostegno diretto all’Ucraina attraverso la fornitura di armi e consulenza strategica, il conflitto è stato da subito portato a un livello frontale. Se in passato, di fronte a situazioni di crisi ed eventi bellici in varie aree del mondo – in particolare nel Medio Oriente – le posizioni in seno all’Alleanza Atlantica erano evidentemente articolate, con diversi Paesi europei non accodati agli USA, in questo caso non sono ammesse titubanze di sorta. Di fatto, la guerra in Ucraina è stata immediatamente interpretata e massicciamente raccontata ai cittadini non come uno dei conflitti di carattere geopolitico che da sempre si verificano, ma come uno scontro di civiltà. Le democrazie liberali dell’occidente contro la dittatura erede di tradizioni totalitarie.

Sulle circostanze che hanno inciso e incidono sull’esecrabile scelta di Putin è già stato detto e scritto anche in questa rivista[1], per cui non aggiungo altro. Vorrei invece svolgere alcune riflessioni a partire da un’altra angolazione, senza pretesa di originalità.

Parto dalla considerazione che l’interpretazione della guerra scatenata dalla Russia come un attacco imperialista alla civiltà delle democrazie liberali è incompatibile con qualunque invocazione di pace che non sia una mera petizione astratta. Se Putin è il nuovo Hitler e l’aggressione all’Ucraina è solo il primo passo del progetto di una grande Russia che inglobi la Bielorussia, la Georgia, ma poi anche i Paesi baltici, la Polonia, la Finlandia e l’intera Europa, quale spazio vi può essere per la pace? Se siamo di fronte a un pericolo per la civiltà paragonabile a quello del nazismo, l’unica opzione possibile è combatterlo[2].

Il fatto che gli appelli alla pace convivano con la denuncia di atrocità indegne e crude definizioni del leader russo appare quantomeno incoerente. Una possibile spiegazione è che, a tutti i livelli, l’equiparazione tra Putin e Hitler non sia stata pienamente metabolizzata. È effettivamente difficile convincersi di essere di fronte a un frangente da libro di storia, a uno spartiacque in cui occorre schierarsi e combattere. Perciò, è possibile spiegare la convivenza di atteggiamenti tra loro incompatibili con la comprensibile, umana, riluttanza ad accettare una realtà tragica.

L’altra opzione, che sarebbe più rassicurante, è che Putin non sia un nuovo Hitler o, per lo meno, un aspirante Hitler ma con più lucidità e consapevolezza di ciò che può realmente ottenere. In tal caso, il dialogo sarebbe possibile. Gli appelli alla pace potrebbero essere qualcosa di meno astratto, a patto che sappiano andare oltre la semplice mozione morale, riconoscano la Russia come soggetto con cui è possibile interloquire e non la designino come il male assoluto. Responsabile di avere scatenato il conflitto sì, entità demoniaca e minacciosa, intrinsecamente inaffidabile e maligna, no.

Ora, io non mi ritengo sufficientemente a conoscenza dei fatti e delle circostanze per potermi convincere in modo assoluto che sia vera un’opzione oppure l’altra. Osservando la titubanza nel trarre integralmente le conseguenze della tesi Putin = Hitler penso che sia lecito nutrire la speranza che la Russia non sia realmente una minaccia assoluta alla civiltà e alla democrazia e che la sorte dell’Ucraina non prefiguri quella del resto del Continente, in assenza di una adeguata risposta anche sul piano militare.

Assumendo questa prospettiva, la reazione dominante alla guerra, alimentata da responsabili di governo, politici, commentatori, opinionisti può essere interpretata come l’ennesima versione della impostazione del dibattito pubblico in termini di contrapposizione tra una posizione “responsabile” e una posizione “estremista”. Questo tipo di impostazione costringe a schierarsi, individuando nella posizione “estremista” non un avversario con cui affrontare un confronto culturale e politico, bensì una realtà inaccettabile e pericolosa per la solidità, coesione e perfino l’esistenza stessa di una società democratica e liberale.

Questa impostazione riconosce una eterogeneità all’interno della posizione “responsabile” e afferma che tale eterogeneità rappresenta la dialettica democratica. Conferma l’importanza di tale dialettica per una società sana e libera, ma esige che essa sia messa in secondo piano rispetto alla necessità di fare fronte comune avverso gli estremisti. Dunque, prima unirsi per sconfiggere il nemico comune che minaccia i fondamenti della convivenza civile e, solo dopo avere ottenuto questo risultato, tornare a dividersi. Ma, altra caratteristica fondamentale di questo modo di incanalare il dibattito, la divisione deve avvenire sempre entro i confini delle posizioni ammesse. Di fatto, prima ancora che difendere un punto di vista, si detta il perimetro entro cui è lecito dissentire. Chi sostiene idee che possano confondersi con quelle propugnate dal nemico comune è immediatamente assimilato a quest’ultimo, le sue idee sono respinte a priori e semplicemente espunte dal dibattito o menzionate solo come aberrazioni.

Lo schema di fondo può essere riassunto così: esiste una fazione composta di estremisti estranei al confronto civile, democratico, scientifico; questa fazione sostiene, tra altre cose, l’idea A; poiché questa idea è sostenuta da questa fazione, essa non può essere reputata accettabile; quindi, chi sostiene l’idea A ha certamente torto e appartiene certamente alla fazione di estremisti oppure è un loro complice; quindi, l’idea A non può far parte del dibattito sociale. Il fatto che l’idea A possa essere fondata diventa irrilevante e cercare di dimostrarlo è di per sé la dimostrazione della complicità con l’estremismo.

Questo meccanismo può essere facilmente rintracciato considerando diversi temi importanti a livello sociale ed economico. L’esempio più eclatante è quello relativo al nazionalismo. La dialettica politica è da tempo centrata sulla dicotomia “europeisti contro sovranisti”. Ogni tentativo di sfuggire a questa contrapposizione è respinto. Analisi che inquadrino episodi di intolleranza razziale in un motivato disagio sociale che sfocia in una guerra tra poveri e non li stigmatizzino come sintomo di razzismo ignorante vengono respinte come complicità nei confronti dei nuovi fascisti. Ogni posizione radicalmente critica dell’Unione Monetaria e delle politiche di bilancio vincolate alle regole europee, anche se proveniente da studiosi competenti e completamente estranei ai movimenti della destra xenofoba, viene equiparata alle posizioni di quest’ultima.

In tal modo, chiunque si consideri una persona democratica, e magari si percepisca come un progressista, deve percepire i “sovranisti” come la principale minaccia per la democrazia, la libertà e il progresso. Deve respingere ogni idea che assomiglia alle loro, deve fare argine al loro consenso anche sostenendo politiche e leader che tutto sono tranne che di sinistra, circostanza dopo circostanza, elezione dopo elezione, per non indebolire il fronte contro i nemici della convivenza civile.   

Con la guerra scatenata dalla Russia, questo meccanismo è stato messo in atto nella sua forma più intensa e assoluta. Chi non vuole essere complice di Putin deve convenire che la Russia è un Paese ostaggio di un dittatore con mire imperialistiche sull’Europa e che l’Ucraina sia un paese libero e democratico ed è stato aggredito come tale in modo del tutto arbitrario. Deve essere convinto che il blocco atlantico incardinato sugli Stati Uniti sia la parte giusta e che la sua esistenza rappresenta un baluardo di civiltà. Deve mettere da parte dubbi sul fatto che la democrazia in cui vive sia più che una formalità e il sentirsi sempre meno rappresentato dalle sue istituzioni. Non può ricordare che la NATO è un’alleanza militare e che gli Stati Uniti hanno praticato a proprio uso e consumo le guerre preventive, l’esportazione armata della democrazia e il sostegno a dittatori sanguinari.

Per quanti difetti possa avere, la democrazia non è paragonabile a una dittatura. L’unico conflitto reale è quello contro i nemici del mondo libero, il resto non conta. Così, ogni confronto sui temi dell’uguaglianza, dei diritti sociali, della democrazia reale e non formale, dell’imperialismo militare ed economico – in una parola: del capitalismo – dovrebbe essere azzerato fino a che là fuori vi sarà un nemico della libertà.

Io credo che sia necessario sottrarsi a questo meccanismo. Non si può accettare il ricatto secondo cui bisogna innanzitutto salvare la società libera e democratica e poi si vedrà. Non lo si può accettare quando il nemico è Salvini e non lo si può accettare nemmeno adesso che il nemico è Putin. I leader xenofobi non sono cattivi da telefilm. I conflitti geopolitici non sono l’esito di follie arbitrarie di qualche leader perverso. I rigurgiti di fascismo e i conflitti sono manifestazioni strutturali di contraddizioni della dinamica capitalista attuale[3]. Per affrontare i gravi rischi che essi comportano occorre interpretare questa dinamica, non metterla da parte mentre si combatte assieme contro un presunto nemico esterno comune.

Non si diventa amici dei Salvini, Le Pen e Orban se si dice che l’Unione Monetaria Europa è un’istituzione regressiva. Al contrario, soltanto mettendo in radicalmente discussione l’attuale contesto europeo e l’ideologia dell’austerità e della concorrenza si possono concepire politiche economiche e sociali che, promuovendo diritti, redditi e qualità dei luoghi di vita delle classi popolari, sottraggano consenso alle parole d’ordine reazionarie. 

Non si diventa amici di Putin se si dice che l’alleanza atlantica non è un circolo di disinteressati sostenitori della democrazia che ha sempre agito nel pieno rispetto dei diritti umani per la promozione della libertà, ma un blocco geopolitico che ha sempre fatto i propri interessi usando anche la violenza. Non si diventa complici degli invasori dell’Ucraina se si dice che la politica di espansione della NATO verso est ha giocato un ruolo nel precipitare della situazione. Non si diventa carnefici della popolazione ucraina se si dice che gli Stati Uniti non possono dare lezioni in tema di uso della violenza su popolazioni innocenti per fini imperialisti. Non si diventa sostenitori della dittatura se si afferma che le nostre democrazie sono in pessima salute (e il meccanismo qui discusso di esclusione di certi argomenti dal dibattito ne è un esempio eclatante). Non si diventa ammiratori del nuovo Hitler se si dice che le istituzioni e l’esercito ucraino sono inquinati, loro sì, da elementi neonazisti[4]. Non si nega solidarietà alla popolazione ucraina se si dice che l’adesione del loro Paese all’Unione Europea sarebbe una iniziativa puramente ideologica, una forzatura ingiustificata che servirebbe solo ad alimentare la contrapposizione tra blocchi e ad aggiungere fonti di disgregazione in seno all’Unione.

Molte persone di sincero animo progressista sono in buona fede nel desiderare la fine dell’aggressione militare della Russia guerra in Ucraina, ma dovrebbero seriamente domandarsi se aderire acriticamente alla propaganda in atto sia il modo migliore per giungere alla pace. Così come le derive xenofobe non si combattono con la stigmatizzazione sul piano morale e la riproposizione di slogan evocativi, ma astratti, come “qui nessuno è straniero”, anche la guerra non si combatte con gli appelli alla pace associati, in modo del tutto incoerente, alla condanna enfatica di un nuovo Hitler e all’invio di armi.

Occorre andare alla sostanza del problema e, nel caso della guerra in Ucraina, la sostanza del problema è l’esistenza di blocchi geopolitici in contrasto tra loro, come è sempre stato. E la contrapposizione tra blocchi non è mai tra i cittadini comuni – che pagano le conseguenze dei conflitti armati e pagherebbero l’ampliamento di quello attuale – ma tra interessi di natura economica del grande capitale. Accettare di sentirsi parte dell’Occidente democratico contro il pericolo russo (e domani, probabilmente, contro quello cinese) significa rendersi disponibili come carne da cannone per difendere le opportunità di profitto, di controllo di fonti di energia, materie prime e canali commerciali delle imprese sovranazionali a comando americano ed europeo. Imprese così patriottiche e attente alla qualità della democrazia e della libertà dell’Occidente da sfruttare sistematicamente le opportunità di delocalizzazione e di libera circolazione dei capitali per sottrarre progressivamente ai lavoratori diritti e reddito e per affamare i bilanci pubblici, nascondendo enormi profitti nei paradisi fiscali. La nostra democrazia è realmente in pericolo, ma molto prima che per un’invasione russa o la nascita di un governo sovranista lo è per essa è sempre più ristretta da regole spacciate per applicazioni di analisi oggettive e stabilite da tecnocrati e non da rappresentanti eletti.

Si dirà che una presa di coscienza sulle radici della guerra non serve a fermare il conflitto in corso e a risparmiare sofferenze al popolo ucraino. È vero, ma l’invio di armi all’Ucraina e la trasformazione sempre più spinta della guerra in un confronto di civiltà non servono di più. Anzi, è lecito temere il contrario, per il presente e per il futuro. La guerra c’è, ci si è arrivati per il persistere di una situazione di contrapposizione tra Russia e Stati Uniti rispetto alla quale i Paesi europei hanno fatto le belle statuine. A questo punto essa durerà quanto la situazione sul campo e le scelte dei protagonisti principali la faranno durare. E, allo stato delle cose, occorre sperare che la sua conclusione sia una cessazione reale delle operazioni militare e non il suo allargamento a un conflitto più ampio.

In conclusione, la guerra in Ucraina ha ulteriormente rafforzato il meccanismo di compressione del dibattito democratico, pretendendo di arruolare tutte le persone civili contro il peggiore nemico della democrazia e di rimuovere ogni critica al capitalismo e alle democrazie attuali. A questo ricatto occorre rispondere no, senza per questo giustificare l’intervento russo o solidarizzare con Vladimir Putin. Occorre sottrarsi alla nauseante propaganda a testate e reti televisive unificate. Ben vengano le manifestazioni per la pace, ma in esse le bandiere arcobaleno siano sventolate esplicitamente anche contro i contratti di fornitura di armi, contro l’aumento della spesa militare sottratta a ogni scelta democratica e imposta dall’ennesimo impegno internazionale a cui non è ammesso sottrarsi, contro il sostegno alla NATO e alla politica imperialista degli Stati Uniti. Ben vengano le azioni di solidarietà concreta alla popolazione ucraina, ma nel contempo si prendano le distanze dalla loro classe dirigente, non meno oligarchica e corrotta di quella russa, e ci si opponga all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea in questo contesto. Ben venga il rigetto dei regimi autoritari, ma senza mai dimenticarsi che l’avversario che più mette a rischio il nostro futuro e la nostra democrazia non è il singolo despota, ma un sistema di potere economico-sociale in crisi che reagisce alla sua crisi promuovendo una sempre più evidente torsione tecno-oligarchica.


[1] Vedi ad esempio, in questa rivista: Ora in Ucraina si giocano gli equilibri del mondo | La Fionda; Per il negoziato. Una transizione pacifica verso un mondo multipolare | La Fionda

[2] Ad esempio: Per l’Ucraina, anche con le armi – di Pancho Pardi (micromega.net)

[3] Si vedano ad esempio due libri recenti di Emiliano Brancaccio: “Non sarà un pranzo di gala”, Meltemi, 2020 e “Democrazia sotto assedio”, PIEMME, 2022.

[4] https://www.lafionda.org/2022/03/11/come-il-presidente-ebreo-ucraino-zelensky-ha-fatto-pace-con-i-paramilitari-neonazisti-in-prima-linea-nella-guerra-con-la-russia/

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