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It’s the geopolitics, stupid! Il divorzio tra liberalismo economico e relazioni internazionali


13 Apr , 2022|
| 2022 | Visioni

La vicenda ucraina, tra le altre cose, sta rivelando la crisi irreversibile della dottrina liberale delle relazioni internazionali, la quale si regge essenzialmente su due postulati: 1) l’ingerenza negli affari statali altrui in nome dei diritti umani, così da giustificare la trasformazione della guerra in intervento umanitario armato; 2) il convincimento radicato che l’integrazione nei mercati globali, seguita da un elevato grado di interdipendenza economica tra gli Stati, sia la strada maestra della pace perpetua, la condizione necessaria per eliminare le guerre inter-statali, oltre che per raggiungere livelli alti di efficienza economica attraverso i “vantaggi comparati” della specializzazione produttiva.

Qui tratterò solo del secondo postulato, sottolineando come sia in larga misura una narrazione ideologica. Alla base dell’attuale ordine economico-finanziario globale ci sono, infatti, taluni presupposti extra-economici, non riconducibili alla logica di mercato. Ad esempio, che il dollaro statunitense sia la moneta degli scambi internazionali e la riserva principale di valore insieme all’oro non deriva certo dalla superiore efficenza del sistema produttivo americano, ma dal fatto che gli USA sono la più grande superpotenza militare, uscita vittoriosa sia dalla II Guerra Mondiale che dalla Guerra Fredda. Il “privilegio esorbitante” (De Gaulle) di poter emettere liberamente la valuta pregiata che è impiegata come mezzo internazionale di pagamento e come fondo di tesaurizzazione consente all’America di poter finanziare deficit costanti della bilancia dei pagamenti, e quindi di alimentare il tenore di vita elevato dei suoi cittadini, senza dover pagare mai il prezzo di svalutazioni rovinose: se le condizioni delle relazioni internazionali rimangono sostanzialmente immutate, ci sarà sempre domanda di dollari americani all’estero, e ciò ne sosterrà il valore a fronte di emissioni ingenti. Di contro, tutte le altre valute nazionali, non potendo contare sul suddetto “privilegio esorbitante”, debbono basare la propria reputazione sulla solidità produttiva dello Stato emittente, la quale si conquista adottando politiche di smaccato mercantilismo, dirette ad accrescere il surplus commerciale con l’estero. Chi non può fare come gli USA, e cioè consumare e importare più di quanto si produce ed esporta, deve fare il contrario degli USA, se vuole emergere nella competizione economica globale. Il caso della Cina e della Germania docet.

Peraltro, smentendo il dogma dei “vantaggi comparati” quale volano di efficienza produttiva nel mercato globale e fattore di interdipendenza economica, le economie cinesi e tedesche sono altamente diversificate sul piano produttivo e dell’offerta merceologica: il che le rende meno vulnerabili dinanzi alle flessioni della domanda estera di categorie particolari di prodotto. Il solo elemento di vulnerabilità è l’approvvigionamento energetico. Vedi, ad esempio, la dipendenza germanica dal gas russo, che infatti esige sistemicamente una moneta forte, come l’euro, per finanziare il costo delle importazioni energetiche e di materie prime.

Non è vero, insomma, che per diventare una potenza economica di livello globale si debbano seguire le ricette astratte dettate dalla dottrina mercatista ufficiale (e cioè, alta specializzazione produttiva in modo da sfruttare al massimo i vantaggi comparati: cosa succede, infatti, se per qualsiasi causa crolla la domanda estera del bene che ci si è specializzati a produrre?). E in ogni caso, l’assetto complessivo del mercato globale è in larga misura l’effetto di cause eminentemente geopolitiche, in quanto proiezione della potenza imperiale americana. È spesso sottolineato criticamente, ad esempio, come le decisioni di politica monetaria assunte dalla Federal Reserve per fronteggiare esigenze nazionali si riverberino in modo determinante sui mercati finanziari globali, incidendo quindi su tutte le altre economie nazionali: un fenomeno che, evidentemente, si pone agli antipodi rispetto alla narrazione del mercato come ordine impersonale, insensibile alle scelte di un singolo soggetto dominante, in quanto complessivamente determinato dalle decisioni assunte diffusamente da miriadi di attori economici.

E ancora: se è vero che per neutralizzare il rischio di conflitti bellici occorre integrare nei mercati, com’è che gli Stati che fanno la guerra vengono sanzionati con l’esclusione dai mercati? La prassi delle c.d. “sanzioni economiche” è in contraddizione palese con la dottrina liberale delle relazioni internazionali. Se gli Stati bellicosi sono estromessi dai mercati per punizione, ciò prova: a) che essi erano bellicosi pur essendo inseriti nei mercati; b) che per rimediare alla bellicosità si decide di escludere dai mercati e non di integrare nei mercati (ammesso e non concesso che le sanzioni abbiano mai avuto l’effetto di interrompere una guerra); c) e infine che i mercati dai quali si è estromessi sono controllati da una grande potenza o da più di una grande potenza, ma comunque da un numero assai basso di esse, con ciò provando che non di veri “mercati” si tratta, essendo il loro operare, insieme alle condizioni della loro “apertura” o “chiusura”, determinate dalle decisioni di pochi soggetti geopoliticamente egemoni.

In conclusione, non è l’interdipendenza economica nei mercati globali a creare la pace, ma al contrario è una situazione già pacificata a porre la premessa di una maggiore interdipendenza economica, la quale, una volta affermatasi, non è detto che contribuisca a rafforzare la condizione di pace. Basti considerare che la I Guerra Mondiale si ebbe al culmine della prima grande globalizzazione economico-finanziaria, quella a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. In realtà la geopolitica precede e determina l’ordine economico e finanziario globale. Una verità per troppo tempo dimenticata, ma che si sta prendendo la sua rivincita. Purtroppo.

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