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Oltre nichilismo e fondamentalismo: per una cultura rivoluzionaria della pace


16 Apr , 2022| and
| 2022 | Visioni

I. “La lotta della tradizione contro il liberalismo”

Mi hanno colpito le parole utilizzate da Aleksandr Dugin, filosofo russo che viene appellato come “l’ideologo di Putin”, in un’intervista rilasciata al quotidiano La Verità il 21/3/2022.

Dugin parla, a proposito dell’attuale conflitto in Ucraina, di “lotta della tradizione contro il liberalismo”, e aggiunge che da parte russa «il rifiuto delle pressioni dell’Occidente liberale globalista potrebbe creare i presupposti per la restaurazione della tradizione. La vittoria dell’Occidente liberale globale ci priverebbe anche di questa possibilità».

La filosofia di Dugin esprime la reazione identitaria nei confronti di un Occidente liberale percepito quale nemico della tradizione, come portatore cioè di una civiltà nichilista che annulla le culture, uniformandole agli standard egemonici del mercato.

Dice infatti sempre Dugin:

«Le élite globali di Biden, Klaus Schwab, Bill Gates, Bernard Henri-Levy, oggi rappresentano una setta totalitaria, un regime dittatoriale che cerca di stabilire un controllo totale non solo sui corpi delle persone, ma sulle loro menti, le loro immaginazioni, i loro sogni».

Di fronte a questo regime dittatoriale la Russia si pone come uno degli ultimi baluardi di un mondo che vuole restare multipolare e radicato nelle sovranità nazionali. (È interessante notare, di passaggio, come sia stata in particolare la cultura russa a vedere con grande lucidità i pericoli del nichilismo e della modernità, penso a Turgenev e Dostoevskij, sebbene poi le posizioni di questi due autori, in particolare del secondo, ritengo vadano in una direzione più profonda e di ampio respiro).

Dice sempre Dugin:

«Più decisamente rompiamo con l’Occidente, meglio è. L’Occidente moderno è semplicemente il mondo dell’Anticristo. (..)La Russia porrà le basi per diventare un polo pieno e sovrano di un mondo multipolare».

II. Fondamentalismo e Nichilismo: due facce della stessa medaglia

Nella raccolta di saggi intitolata “Dalla Fine all’Inizio”, scritta da Marco Guzzi e pubblicata nel 2011, vi è un capitolo chiamato “Nichilismo e fondamentalismo: le due culture terminali”, che a mio avviso è molto utile per comprendere la genealogia decennale, se non secolare, di questo conflitto in Ucraina.

Questa guerra cioè, a mio avviso, non può essere compresa solo attraverso le lenti di interessi geopolitici di espansione della Nato o di tipo politico/economico, ma affonda le sue radici in una progressiva crisi della civiltà occidentale che ha prodotto e sta producendo reazioni di tipo identitario e fondamentalista, di cui quella Russa è un esempio.

La crisi della civiltà occidentale viene ben descritta da Guzzi quando scrive che assistiamo in questi decenni al «rilancio di ogni riduzionismo ateo, che pretende di ridurre appunto il mistero dell’uomo alle leggi della macchina o a quelle del mondo animale. Ci vogliono convincere in tutti i modi che non sussista alcun senso definitivo nella nostra esistenza e in quella del cosmo, e che anzi non dovremmo più nemmeno porci il problema, accontentandoci di essere povere ma soddisfatte(?) “scimmie nude”»[1].

Di fronte a questo tipo di configurazione della civiltà, nella quale non vi è alcun senso dell’esistenza oltre a quelli biologico-utilitaristici, dove ogni dimensione della vita è plasmata dalle logiche della produzione e del consumo, dove lentamente i rapporti umani vengono spersonalizzati e le persone atomizzate, assistiamo a reazioni diversificate di tipo fondamentalista:

«Dall’altra parte, tornano alla ribalta i non meno lugubri cantori del bel tempo andato, che solitamente coincide con qualche vecchia schiavitù, con qualche gelida ala del Museo delle cere della storia. Poteri sacri, violenza, ignoranza, principi inviolabili e ottenebramento delle coscienze vanno sempre insieme lungo la strada dell’odio».

Nichilismo e fondamentalismo sono in realtà due facce della stessa medaglia, ovvero l’espressione di una medesima crisi di civiltà vista da due prospettive differenti. Sono due sintomi di uno stesso malessere globale. Scrive sempre Marco Guzzi:

«È vero, queste due tendenze sembrano ostili e alternative, ma, se le osserviamo meglio, sono del tutto complementari, anzi in realtà si producono a vicenda, e insieme danno corpo e voce soltanto a ciò che sta finendo, alle figure estenuanti di una forma di umanità che in questa fine si sta appunto liquidando, come una disfatta società in fallimento»[2].

Questo tipo di risposta potremmo dire difensiva all’Occidente globalista in realtà corrisponde esattamente a ciò che il neoliberismo vuole: forme di nazionalismo e fondamentalismo identitario che sono in realtà però altrettanto deboli e prive di futuro.

Le élite tecnocratiche hanno gioco facile nello stigmatizzare le varie forme di reazione che si rifanno alla tradizione e a nuclei valoriali del passato senza revisionarli criticamente. D’altro canto l’occidente appare sempre più pervaso da una coltre asfissiante di mendacità, debolezza culturale e politica, così come da un’ipocrisia strutturale che nasconde derive a-democratiche e di erosione di quei valori da cui è sorto e fiorito il liberalismo stesso.

III. Oltre nichilismo e fondamentalismo: per una cultura rivoluzionaria della pace

La domanda che sorge spontanea dunque, come passo logico dopo questa riflessione, è la seguente: esiste una possibilità altra, ovvero una via percorribile che non sia quella del nichilismo neoliberale quella del fondamentalismo tradizionalista?

Non hanno forse le loro ragioni le forme di risposta difensiva all’annullamento di ogni forma identitaria, sebbene si esprimano in modalità violente e regressive (che vanno comunque condannate)? Non danno forse voce, in modalità ambigue e spesso distorte, ad un giusto rifiuto di un occidente percepito come una maschera ipocrita che cela logiche di potenza e iniquità?

Non è d’altro canto il ritorno alla tradizione inservibile come proposta evolutiva, deprivato di una comprensione della valenza emancipativa della modernità? Non abbiamo cioè urgente bisogno di coniugare modernità e tradizione?

Di comprendere come il nichilismo abbia le sue ragioni, nella critica di una tradizione che spesso ha vissuto le identità e i valori in modo rigido e claustrofobico, così come la risposta fondamentalista nel rivendicare il bisogno di un’identità individuale, comunitaria e culturale più solida e duratura nel tempo rispetto alla mobilità anonima del mercato?

Quale altra forma di civiltà siamo chiamati dunque a concepire e realizzare nei prossimi secoli, se non vogliamo sopperire sotto i colpi di guerre fra blocchi contrapposti, di crisi climatiche ed energetiche, e nella insostenibilità quotidiana delle nostre esistenze?

Non siamo forse chiamati, a livello individuale e collettivo, ad un lento e graduale processo di maturazione, che implica il riconoscimento delle distorsioni del modello neoliberale, e al contempo della insostenibilità di qualunque forma di ritorno reazionario al passato?

Chiudo con le parole di Marco Guzzi:

«La cultura, infatti, quando è viva, irrompe sempre nella storia come una protesta ineludibile e una proposta sconvolgente, come un giudizio radicale, come una parola che fa saltare in aria gli schemi del passato, e fa tremare di rabbia e di paura tutti quelli che su quegli schemi continuano a poltrire e a lucrare stipendi e posti di potere.

Antica verità messianica e rivoluzionaria anche questa, d’altronde, che ha attraversato come un fuoco divorante tutta la storia spirituale e politica dell’Occidente: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, da rimandato i ricchi a mani vuote”(Lc 1,52-53)».[3]

Urge cioè una cultura rivoluzionaria della pace, intesa anche come integrazione delle parti scisse che compongono il nostro essere e i blocchi contrapposti a livello planetario.

Oltre nichilismo e fondamentalismo c’è una via di uscita, verso una forma più adulta di esistenza personale e comunitaria, capace di restare radicata nella tradizione e al contempo di essere assolutamente moderna.


[1] M.Guzzi, Dalla Fine all’Inizio. Saggi Apocalittici. Edizioni Paoline, Milano, 2011, P.14.

[2] Ivi, p.14.

[3] Ivi, p.15.

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