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Io sto con i balneari


17 Giu , 2022|
| 2022 | Visioni

Da diversi anni tiene banco una disputa attorno alle concessioni balneari, a cui si vorrebbe applicare la famigerata Direttiva Bolkestein (n. 123 del 2006): la disciplina europea che ha voluto alimentare la concorrenza tra i prestatori di servizi. La disposizione della direttiva che qui rileva è l’art 12, secondo cui le concessioni devono essere assegnate a seguito di una gara e per un periodo limitato:

Qualora il numero di autorizzazioni disponibili per una determinata attività sia limitato per via della scarsità delle risorse naturali… gli Stati membri applicano una procedura di selezione tra i candidati potenziali, che presenti garanzie di imparzialità e di trasparenza e preveda, in particolare, un’adeguata pubblicità dell’avvio della procedura e del suo svolgimento e completamento…. L’autorizzazione è rilasciata per una durata limitata adeguata e non può prevedere la procedura di rinnovo automatico né accordare altri vantaggi al prestatore uscente.

Prima della direttiva le concessioni venivano rilasciate con un provvedimento fiduciario, ovvero in assenza di gara. Dopo il suo recepimento (d.lgs. n. 59 del 2010) si è trovato un escamotage per non applicare le novità introdotte: si sono prorogate le concessioni in essere, prima sino al 2015, poi sino al 2020 e infine sino al 2033 (legge n. 145 del 2018). Queste misure sono state però invalidate con una sentenza del Consiglio di Stato (n. 18 del 2021), che ha anche concesso tempo sino al 31 dicembre 2023 per espletare nuove gare.

Il diritto non è una scienza esatta, e difatti non è per nulla sicuro che la direttiva Bolkestein si applichi alle concessioni balneari. Quest’ultima parla infatti di autorizzazioni, l’atto con cui si rimuove un limite pubblicistico all’esercizio del diritto, mentre qui si ricorre alla concessione: l’atto con cui si crea una situazione di vantaggio in capo al privato. Si può poi dire che la direttiva si applica ai servizi, quando il nostro ambito è invece quello della proprietà (demaniale). Si può quindi sostenere che la direttiva non è auto-esecutiva, ovvero che non è abbastanza dettagliata da essere recepita senza un contributo del legislatore italiano (che si è invece limitato a tradurla). Ancora, si può dire che il bene spiagge non è scarso, o meglio che non lo è in senso naturalistico, almeno nel nostro Paese, e che anche da questo punto di vista siamo fuori dall’ambito di applicazione della direttiva.

Soprattutto si può dire che il ricorso alla direttiva Bolkestein è un atto di pura e cieca ideologia. L’ideologia secondo cui il mercato costituisce lo strumento migliore per allocare risorse, la cui distribuzione deve dunque essere affidata al libro incontro di domanda e offerta attorno a un determinato prezzo. Intendiamoci, il mercato va bene per distribuire beni come una collana di perle, una macchina di lusso. Non va bene invece se parliamo di beni che soddisfano diritti: all’ambiente, al paesaggio, alla mobilità. Non va bene se mette a rischio una tradizione culturale con la pretesa di sostituirla con un meccanismo più efficiente.

E non va bene se per promuovere l’ideologia del mercato si invoca il vincolo esterno. Ovvero se ci si inventa che l’Europa è disponibile a concederci i soldi del Recovery fund solo se nel Piano nazionale di ripresa e resilienza si scrive a chiare lettere che tra le condizioni per ottenerli rientra la riforma delle concessioni balneari nel senso indicato dalla direttiva Bolkestien. Ma proprio questo è stato fatto per poi dire che “ce lo chiede l’Europa”, quando in realtà l’Europa non ci ha chiesto questo: sono stati i nostri governanti a scaricare sul Bruxelles una responsabilità politica che non hanno avuto il coraggio di assumersi.

Si dice che in questo modo avremo servizi balneari migliori e che lo Stato incasserà più soldi, ma è falso. Intanto perché anche con il regime attuale si può aumentare il costo delle concessioni, ovviamente differenziando in base all’uso che ne fa il concessionario: non si può far pagare al gestore di uno stabilimento minimale, in cui si mira a tutelare l’ecosistema in cui è inserito, la stessa cifra che si pretende da chi invece realizza un mezzo villaggio turistico sulla spiaggia (a cui si dovrebbero applicare tariffe elevate). E non si può non tenere conto che sovente i concessionari sostengono spese ingenti per opere a beneficio della collettività, che devono essere necessariamente ammortizzate in tempi ragionevolmente lunghi. Ma soprattutto è falso sostenere che un rito che si compie da decenni e che è regolato da consolidate dinamiche relazionali, come la frequentazione di uno stabilimento balneare, possa essere meglio amministrato dal freddo mercato. È falso e, come dicevo, puramente e dannatamente ideologico.

Tanto più che sappiamo bene come va a finire se si affida al mercato il sistema delle concessioni balneari. Lo sappiamo perché proprio recentemente la Red bull si è aggiudicata un’area di 125mila metri quadri di costa nel golfo di Trieste (di cui 65mila in regime di concessione). Era la migliore offerente, come lo saranno le varie multinazionali che potranno impadronirsi delle coste italiane, se solo le concessioni verranno messe a gara secondo le regole della direttiva Bolkestein. Contribuendo così alla svendita o meglio al saccheggio del patrimonio pubblico italiano con la complicità di chi dovrebbe invece tutelarlo: un unicum in Europa. E non cambia nulla se alla fine la politica concederà un anno in più per adeguarsi alla direttiva, o troverà il modo di indennizzare chi dalla gestione di uno stabilimento balneare ricava da vivere: la sostanza non cambia.

Insomma, quello delle concessioni balneari non può essere un libero mercato: deve essere un mercato amministrato, con barriere all’accesso, perché chi sta dentro deve poi restituire alla collettività risorse che un mercante qualsiasi non restituirà mai. È la stessa logica che governa il mercato del trasporto pubblico non di linea, ovvero dei taxi, e che non a caso si vuole da anni intaccare: i titolari di concessioni devono assicurare il servizio per ventiquattro ore sette giorni su sette, non possono rifiutare corse e non possono applicare tariffe legate alla domanda del servizio, ovvero aumentarle se è particolarmente elevata. Per questo devono esserci barriere all’ingresso di questo mercato: perché è l’unico modo per retribuire oneri che incombono sugli operatori e che in regime di libera concorrenza non si possono imporre.

A meno che non si pensi che il mercato aperto debba funzionare mortificando il lavoro, ovvero facendo pagare ai lavoratori i benefici che si pensa possano derivare ai consumatori. Benefici che comunque non ci sono, e che se anche ci fossero alimenterebbero il moto verso una società fatta di lavoro povero, che può sopravvivere solo con prodotti poveri, dannosi per l’ambiente e il sistema delle relazioni sociali.

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