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Lo strappo: riflessioni su astensionismo e elezioni comunali di Palermo


19 Giu , 2022|
| 2022 | Visioni

In una città che vive di passioni, il 12 giugno 2022 sarà ricordato gioiosamente dai palermitani come la data in cui il Palermo è stato promosso nella cadetteria del calcio italiano dopo gli anni molto travagliati che hanno visto il club cittadino ripartire dai dilettanti dopo il fallimento delle precedente società.

Chi nutre anche la passione per la politica, non potrà dimenticare la stessa data anche per un’altra ragione. Mentre l’arbitro al Barbera fischiava la fine della trionfale finale play-off e le strade di Palermo cominciavano a inondarsi di popolo festante, si chiudevano i seggi delle elezioni comunali e con essi anche una delle più longeve stagioni amministrative della storia repubblicana. Si esauriva, con una netta sconfitta della compagine di Centrosinistra, il cd. “orlandismo”, corrente politica facente capo alla figura di Leoluca Orlando che, pur con alterne fortune, ha determinato il bello e il cattivo tempo della politica palermitana sin dalla fine degli anni ‘80 del Novecento.

Partiamo dai dati. Le elezioni comunali del 12 giugno hanno visto prevalere, con oltre il 47% dei voti validi espressi, la coalizione di centrodestra, raccoltasi unitariamente attorno alla candidatura di Roberto Lagalla, già rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Assessore alla Sanità (2006-2008) e all’Istruzione e alla Formazione (2017-2022) della Regione Sicilia. Lagalla è stato quindi eletto Sindaco di Palermo al primo turno. Nonostante le polemiche sui cd. “impresentabili” nelle liste dei candidati al Consiglio comunale, il ‘Professore’ ha saputo mettere d’accordo tutti, dalla Meloni a Totò Cuffaro. Così, a destra, Fratelli d’Italia (10%) doppia la Lega che, con la lista Prima l’Italia, si ferma poco sopra il 5%, riuscendo a passare lo sbarramento e ad entrare in Consiglio comunale solo per una manciata di voti. Ma è al centro che Lagalla cala gli assi che gli assicurano il successo al primo turno: in assoluta distonia rispetto al riparto del consensi su base nazionale, il vero pivot del Centrodestra palermitano, a netta trazione centrista, risulta essere Forza Italia che si attesta oltre l’11% delle preferenze; altresì, lusinghiero è il risultato (5,55%) della Nuova Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro (già Presidente della Regione Sicilia, già Senatore della Repubblica e già ospite dello Stato presso Rebibbia, dove ha scontato tra il 2011 e il 2015 una condanna definitiva per favoreggiamento nei confronti di appartenenti a Cosa Nostra). Tra le liste legate a Lagalla, entra in consiglio comunale Lavoriamo per Palermo che, con oltre il 9%, fa registrare un ottimo risultato da tributare anche all’apporto di alcuni ex-esponenti del Partito Democratico palermitano che hanno fatto in tempo a cambiare casacca e a salire sul carro del vincitore (abbastanza annunciato). Non superano lo sbarramento Alleanza per Palermo (4,35%), Noi con l’Italia (3,35%), Unione di Centro (3,77%) e Moderati per Lagalla (0,9%).

La coalizione di Centrosinistra, orfana dello stesso Orlando (non ricandidabile, in quanto al secondo mandato consecutivo), ha trovato comunque una quadra, nel segno della continuità, attorno alla figura dell’architetto Franco Miceli. Il “grande fronte progressista”, composto dal PD (11,62%), il M5S (6,45%) e da Sinistra Civica Ecologista l’Unità per Palermo (4%, corrispondente grosso modo all’area di Sinistra Italiana e MDP-Art.1), si è rivelato però, alla prova dell’urna, un’Armata Brancaleone, fermandosi al 29,55%. La sonora sconfitta di tale compagine segna, come si diceva, una netta bocciatura delle ultime agonizzanti convulsioni di un orlandismo autoreferenziale e rattrappito su una visione di città ricca di contraddizioni e povera di soluzioni per il miglioramento delle condizioni di vita delle periferie geografiche e sociali della città. Un prototipo di “Sinistra Ztl” che non resiste alla prova della “strada”: buchi di bilancio e sulla pubblica via, bare insepolte e città sepolta dall’immondizia, arterie stradali bloccate per mesi per lavori non svolti, pluriennale emergenza abitativa irrisolta, cimitero di impianti sportivi comunali dismessi, vaste aree degradate e continui allagamenti ad ogni pioggia, sono solo alcune delle più recenti mostre d’insipienza dell’uscente amministrazione di Centrosinistra. Una meritata bocciatura politica per ciò che era stato fatto e, ancor più, non fatto, era peraltro ampiamente prevedibile dagli osservatori più attenti. Cionondimeno, stupisce (ovviamente in negativo) il risultato disastroso del M5S che ottiene poco più di un terzo della percentuale ottenuta alla precedente tornata amministrativa del 2017, quando il candidato pentastellato a Sindaco, Ugo Forello, ottenne, correndo in solitaria, oltre il 16% delle preferenze. In termini assoluti, il M5S perde ben 32.000 voti rispetto alle oltre 44.000 preferenze ottenute nel 2017. Dal punto di vista politico, la valutazione è una sola: nel 2017 il MoVimento aveva, sì, beneficiato di una considerevole fetta di voto d’opinione discendente dal consenso raggiunto su base nazionale, ma aveva anche saputo raccogliere una buona fetta del voto di protesta locale, avverso alle gestioni clientelari del potere cittadino, tanto di centrodestra, quanto di centrosinistra; l’alleanza strutturale con il PD e l’abbraccio con l’Orlandismo è stato così pagato a caro prezzo e vissuto come tradimento da parte di aveva votato 5S per scardinare quel sistema di potere. Altrettanto negativo è il risultato di quelle forze (civiche e politiche) che orbitano (spesso allo stato gassoso) a sinistra del PD. Esse restano fuori dal Consiglio comunale, dopo 10 anni di partecipazione all’amministrazione della città nelle giunte Orlando, e dimezzano in termini assoluti i voti ottenuti passando da oltre 16.000 ad appena 8.000. Anche qui la sinistra cd. “radicale” pare pagare proprio l’assoluta mancanza di radicalità e l’appiattimento sulla figura del Sindaco ex-Dc e fondatore de La Rete. Così, la sinistra palermitana, “(poco) di lotta e (molto) di governo”, verrà al più ricordata, non a caso, proprio per l’istituzione della ZTL del Centro Storico.

Decisamente più dolce è la sconfitta per gli altri tre candidati alla carica di Sindaco.

Fabrizio Ferrandelli, storico amico-nemico di Orlando e irrequieto politico capace di cambiare casacca ad ogni stagione (nella precedente era il candidato a Sindaco di Forza Italia e in quella prima di SEL), si presenta alle elezioni sostenuto da +Europa/Azione (poco oltre l’8%) e da un paio di liste civiche (che ottengono complessivamente circa il 2%), riuscendo a raggiungere una doppia cifra di consensi percentuali (10,37%) per nulla scontata se si pensa che, secondo le più recenti rilevazioni sondaggistiche, l’area politica di +Europa/Azione non va oltre il 4,9% su base nazionale. A Palermo, riesce invece a superare lo sbarramento e ad entrare in forze in Consiglio comunale dove lascia già presagire di voler dar luogo ad un’opposizione piuttosto dialogante con l’amministrazione Lagalla. Non si deve, tuttavia sovrastimare il risultato in chiave nazionale: il risultato è frutto in buona parte del consenso personalmente goduto Ferrandelli, quale uomo di inveterata conoscenza della macchina amministrativa comunale.

Tra le candidature che non sono riuscite a superare la soglia di sbarramento del 5% per entrare in Consiglio, si registrano comunque due risultati incoraggianti per Rita Barbera e per Francesca Donato.

La prima, sostenuta da Potere al Popolo e da una lista civica legata alla stessa Barbera, ha conseguito un buon 4% in solitaria nella corsa a sindaco, a cui PaP ha saputo però contribuire solo con un modesto 0,46%.

Politicamente più significativo è il risultato di Francesca Donato con la lista Rinascita Palermo, sostenuta da Alternativa, Partito Comunista e Ancora Italia. Il risultato del 3% lascia Rinascita Palermo fuori dal Consiglio comunale, ma segna un buon battesimo elettorale per una coalizione politica che si sta coagulando, anche a livello nazionale, sul terreno comune della difesa della Costituzione e della lotta al Green Pass e alle politiche belliciste del governo Draghi. In assenza di Consiglieri comunali uscenti e con una dirigenza politica locale spesso in via di formazione, un risultato di questo tipo, che, rebus sic stantibus, assicurerebbe il superamento della soglia di sbarramento per le elezioni politiche nazionali, mostra un potenziale d’innesco che non può essere sottovalutato in vista della creazione di un “fronte del dissenso” in chiave anti-neoliberista.

Tuttavia, il più aspro dissenso e disamore nei confronti dell’establishment neoliberista (ben rappresentato dalla figura dell’attuale Presidente del Consiglio) è stato in gran parte catturato dal partito di maggioranza assoluta: l’astensionismo, il ‘partito’ preferito dal 58% dei palermitani.

L’affluenza degli elettori alle urne è stata, infatti, del 41,85%, pari a 227.681 elettori su un totale di 543.978 aventi diritto al voto. Si è registrato così un calo del 10,75% rispetto alla precedente tornata del 2017.

Per assurdo, entrerebbe addirittura in Consiglio una lista legata al “Partito dell’Astensionismo”: le “schede bianche” raggiungono infatti un ragguardevole 6,28% dei ‘consensi’.

Ora, provocazioni a parte, si fa presto a dire che votare è un dovere civico e che chi non partecipa ha sempre torto, che di sera giocava il Palermo… Tuttavia, questa volta, si ha proprio la sensazione che il non-voto sia stato in buona parte frutto di una scelta politica ben precisa, di un imbarazzo e forse di un profondo disprezzo verso ciò che la politica riesce a (non) fare per migliorare la vita della gente.

Uno strappo, una sfiducia totale nel sistema che mette la democrazia in minoranza.

Non sappiamo ancora come verrà amministrata Palermo nei prossimi cinque anni, ma è già certo che sarà un’amministrazione letteralmente in nome di pochi. Due dati finali: il Sindaco eletto Lagalla ha in realtà ricevuto le preferenze di appena il 20% dei palermitani aventi diritto al voto; tenuto conto della soglia di sbarramento molto alta (al 5%, che ha tagliato fuori diverse liste) e dell’affluenza (al 41,85%), l’intero Consiglio Comunale eletto sarà rappresentativi di meno del 30% dei palermitani aventi diritto al voto.

In una terra in cui sono ancora così vive le piaghe della criminalità organizzata, delle disuguaglianze, della povertà e dell’emigrazione, questo strappo tra la maggior parte del Popolo e un élite di “notabili”, chiamati ad amministrare nell’interesse di pochi, segna un graduale ma visibile ritorno alla distribuzione del potere politico tipico dello Stato liberale.

Questo è forse il vero elemento su cui riflettere a Palermo e altrove.

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