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La nazionale e il presentismo: il calcio come specchio della società neoliberista


21 Giu , 2022|
| 2022 | Visioni

La copertura mediatica delle prestazioni della nazionale italiana di calcio è forse lo specchio più fedele della nostra società e del presentismo nel quale ci troviamo immersi.

Nell’eterno presente non esistono né passato né futuro, e di questo, sempre con riguardo alla nazionale, avevamo già avuto dimostrazione dopo la mancata qualificazione degli azzurri ai Mondiali che aveva cancellato con un colpo di spugna la recentissima vittoria dell’Europeo, che pure era stato il primo trofeo conquistato dopo 15 anni di astinenza e aveva riportato in Italia un titolo, quello europeo, che mancava dai tempi di Zoff. Erano quindi bastati pochi mesi perché i calciatori celebrati come campioni d’improvviso diventassero brocchi e perché il CT Roberto Mancini da genio visionario si tramutasse in un allenatore bollito.

Quello che è accaduto negli ultimi giorni è stato se possibile ancor più estremo. Il fitto calendario della Nations League, che ha visto l’Italia impegnata cinque volte in quindici giorni, condito dalle prestazioni altalenanti degli azzurri, ha dato l’opportunità all’isteria collettiva di palesarsi in tutto il suo splendore.

Dopo la débâcle contro l’Argentina l’Italia era al capolinea: «disastro azzurro», «la sconfitta certifica la crisi», «flop Italia: dubbi su Mancini». Appena tre giorni dopo però una buona prestazione contro la Germania seguita a stretto giro da una vittoria contro l’Ungheria ribaltava gli umori: «che bella la nuova Italia», «Mancini torna a farci sognare», «fiducia in Mancini: lui sa come si fa». Slanci subito smorzati dalla cinquina rimediata nella sfida di ritorno contro la Germania: «l’Italia si sgretola», «Mancini scaricato», «Italia allo sbaraglio».

Quest’altalena schizofrenica racconta in maniera esemplare ciò che siamo diventati: una società alla spasmodica ricerca di giudizi definitivi e soprattutto istantanei. Non riusciamo più a considerare gli eventi come parte di un percorso radicato nel passato e volto al futuro. Prendiamo la pellicola del film e invece di considerarla nella sua interezza impugniamo un paio di forbici e la tagliamo a pezzetti, limitandoci poi ad osservare il singolo fotogramma slacciato dal suo contesto e dal fluire sequenziale degli eventi. Ma il tempo non può essere congelato e così ci ritroviamo ad inseguire il prossimo fotogramma ancora e ancora, con crescente frenesia. Non solo perdiamo la nostra capacità di pensare il tempo secondo una prospettiva storica, ma anche la nostra perizia nella lettura del singolo fatto storico, del singolo fotogramma, diventa frettolosa e limitata.

Non si tratta di un fenomeno isolato, riconducibile al cliché del “bar sport”, ma è una tendenza strutturale. I paraocchi che ci inchiodano al presente nascondendo il passato ed ogni ipotesi di futuro alla nostra vista sono gli stessi che ostacolano una visione complessiva della guerra in Ucraina, la cui analisi è oggi ridotta alla fotografia aggredito-aggressore. Non è un caso. Questo presentismo è il frutto avvelenato della filosofia neoliberale che ormai da diversi decenni innerva la nostra società.

Senza pretendere di descrivere qui l’intera storia del pensiero neoliberale, credo sia necessario farvi cenno per meglio intenderci.

La diffusione delle nuove scoperte in campo psicologico all’inizio del ‘900 rivelò i meccanismi inconsci che governano la nostra psiche. Meccanismi che furono sfruttati con successo dal Comitato di Pubblica Informazione (CPI) istituito dal Presidente Wilson per manipolare l’opinione pubblica americana durante la prima guerra mondiale. Uno dei massimi esponenti del CPI, Walter Lippmann, proprio in virtù della sua esperienza, notò che se davvero le masse erano guidate da forze irrazionali inconsce, e se davvero le decisioni degli individui non poggiavano su pensieri razionali, allora l’intera concezione illuministica dell’uomo andavo rivista. Questo pensiero risuonò con il senso degli affari di personaggi come Paul Mazur, influente partner della Lehman Brothers degli anni ’20, e con le nascenti idee economiche di pensatori quali von Mises e von Hayek. Il risultato fu la nascita della teoria neoliberale per cui l’essere umano viene filosoficamente considerato alla stregua di uno strumento privo di ragione e quindi privo di valore; ridotto al ruolo di consumatore/fattore produttivo. Lo scopo dell’industria è quindi diventato quello di istituire un’economia fondata sul desiderio e votata ad assecondare — o meglio, stimolare — gli istinti irrazionali degli individui per ricavarne il maggior profitto possibile.

La caratteristica di queste pulsioni è che pretendono soddisfazione rapida, possibilmente immediata. Proprio quello che il marketing ci spinge a fare con una serie di tecniche sempre più raffinate che vanno dai funnel, alle strategie di scarsità e urgenza. Così proliferano messaggi quali «ultimi 3 posti disponibili…», «solo 2 ore rimaste per…», «altre 5 persone stanno guardando questo annuncio in questo momento…», ai quali si aggiungono una serie sterminata di «guide definitive» di vario genere e metodi mirabolanti per guadagnare «600€ al giorno», «100€ all’ora» e perché no «10mila euro nel primo mese».

È lo stesso desiderio di immediatezza che ha spostato le analisi finanziarie da annuali a trimestrali, che ci spinge a monitorare i sondaggi politici su base settimanale, i contagi o gli andamenti di borsa su base giornaliera, il valore di mercato delle criptovalute addirittura su base oraria. È lo stesso meccanismo che si trova dietro al servizio di consegna Amazon entro un’ora o per il quale pretendiamo che il delivery arrivi in 10-minuti-non-un-secondo-di-più, pena l’annullamento dell’ordine o una recensione negativa.

In altre parole ci troviamo indotti ad evolvere in una dimensione di eterno presente, schiavi dei nostri umori, figli ma anche artefici di un’economia dell’immediatezza ormai egemonica. Così ci abbandoniamo a reazioni precipitose, twittiamo e commentiamo d’impulso per dare sfogo ad ogni emozione e pretendiamo risposte istantanee — e definitive, cioè capaci di estinguersi nel presente — ad ogni evento trigger. Chiediamo quindi «sicurezza sul lavoro ora», «sanzioni subito», «lockdown immediato», «stop al gas russo adesso» e poco importa se per cambiare fornitore servano anni o se gli investimenti in armamenti o rinnovabili attivati oggi non potranno dispiegare effetti prima di cinque anni almeno, la risposta non può attendere, non deve attendere. Alla fine, è la logica dell’emergenza. Non sorprende allora che la politica, incalzata, si trovi a dover rispondere con dichiarazioni, promesse e annunci vuoti. La comunicazione prende il posto della politica. Indubbiamente questo non dispiace alla nostra classe dirigente che non è più chiamata a sviluppare particolari abilità politiche o amministrative, ma non possiamo negare che il ricorso a questi strumenti sia anche necessario per placare la pressante sete di risposte di un popolo in preda ad una frenesia isterica sempre più insofferente. Vogliamo soluzioni on demand e ci stiamo accorgendo che i tempi politici, ma anche più semplicemente umani, sono incompatibili con le nostre aspettative. Per questo, probabilmente, ci stiamo rivolgendo con crescente bramosia al potere dell’algoritmo.

Anche in occasione della sconfitta con la Macedonia del Nord che ci è costata i Mondiali la piazza aveva reclamato provvedimenti immediati. In quell’occasione, le mancate dimissioni del CT Mancini e del presidente della FIGC Gravina — che con un filo di opportunismo e molta ragione rivendicavano il percorso degli ultimi 3 anni — avrebbero potuto stimolare una riflessione sulla “cultura” presentista del capro espiatorio, inducendo ad una più posata valutazione dei meriti e dei demeriti, degli aspetti tattici, tecnici e mentali o anche del carattere aleatorio di un gioco per definizione condizionato dagli episodi. Sarebbe stata una grande palestra nazional-popolare per allenare una visione del mondo alternativa e gettare un seme di ribellione alla logica alienante dell’eterno presente neoliberale. Così purtroppo non è stato, ma le occasioni di aprire il dibattito certamente non mancano né mancheranno. Dobbiamo far voto di coglierle, perché in una società giunta a bollare come «complessista» chiunque provi ad articolare un pensiero oltre l’orizzonte presente, rivendicare la natura pensante dell’uomo è diventata una questione di sopravvivenza; e per farlo dovremo anzitutto essere capaci di riconquistare il tempo della riflessione, quello che serve ad assorbire, soppesare e lasciar decantare i pensieri affinché fioriscano e tornino a crescere rigogliosi.

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