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Per una critica del Metaverso


22 Giu , 2022|
| 2022 | Visioni

Crisi e critica sono due facce di una stessa medaglia, collegate a filo doppio da una medesima radice culturale e, di conseguenza, etimologica che affonda nel sapere medico arcaico. La crisi era il punto critico e irreversibile di una malattia: a seconda dell’efficacia o meno della prassi medica, si guariva o si finiva nel regno delle ombre. Provando ad essere fino in fondo «inattuali» rispetto allo spirito del tempo, che tutto separa e giustappone, occorre saper conservare quel nesso per provare a comprendere qualche cosa del mondo che abitiamo.

Così, mentre continuano a scorrere impassibili sui nostri schermi immagini pubblicitarie degli ultimi ritrovati dell’elettronica e delle loro mirabolanti applicazioni, viene alla mente, sia pure in altra forma, un’affermazione di Tremonti di qualche tempo fa, «con la cultura non si mangia» – quantomeno nella versione indiretta riportata – che andrebbe radicalmente riscritta sostituendo la parola cultura col termine digitale.

Sia detto per inciso rispetto alla formula originale, quella secondo cui con la cultura non si mangia, che anche il più recente capovolgimento per cui con la cultura si guadagna, dove si è contraddistinto con una pubblicazione il sempiterno ministro della cultura Dario Franceschini, lascia altrettanto sconcertati, con l’ostinazione comunque a riproporre quel nesso senza resto con la categoria dell’utile.

Per ritornare alla principale, quell’affermazione tremontiana, opportunamente riformulata, riecheggia come un tarlo nella mente di sempre più persone, al cospetto della deriva sempre più astratta e disumanizzante del Metaverso, di quel mondo cioè della digitalizzazione integrale e della contactless society pienamente dispiegata, voluto dai nuovi padroni del vapore. Tanto che si potrebbe prendere in prestito la categoria freudiana del «perturbante»: una realtà, quella digitale, che da familiare, complice la «tempesta perfetta» di crisi ed emergenze, via via si è resa sempre più estranea ed inquietante, avvertendola ormai come una oscura minaccia.

Il fatto è, come ha ribadito di recente Carlo Galli, che l’elettronica non è un presupposto piuttosto un posto, essendo «consustanziale» al neoliberismo. Gli ha fornito l’anima, consentendo di accelerare tutti i processi e radere al suolo il legame sociale, trasformandoci tutti in monadi, ciascuno nella rispettiva cella digitale. Grazie all’elettronica siamo stati «immersi» – è sempre Galli – in una sorta di paese dei balocchi permanente, smarrendo in modo strutturale il con-tatto col concreto.

Dunque, alla lunga, l’uso capitalistico dell’elettronica, ha cospirato oggettivamente affinché, nel mentre semplificava e riduceva, venissimo distolti dall’occuparci dei fondamentali quali l’acqua, la terra, l’aria e così via.

Anzi, stiamo scoprendo a nostre spese che le varie crisi che si stanno componendo sono la conseguenza del nostro essere, sul fondamento elettronico, una società irredimibilmente energivora. Non può bastare certo una mano di vernice verde se non si ha l’ambizione di voler superare l’attuale insostenibile modello di sviluppo. Come metteva in guardia il sindacalista brasiliano Chico Mendes, non per caso morto ammazzato, «l’ambientalismo senza lotta di classe è semplicemente giardinaggio».

Certo, le scoperte non si possono disinventare, ma elevare il grado di consapevolezza di tutti e di ciascuno, quello sarebbe nelle nostre corde, anche se esige uno «sforzo» ed una soggettività politica che lo voglia fare per davvero. Il «travaglio del negativo», rappresentato dalle urgenze del presente, a partire da una drammatica crisi idrica ed alimentare incombenti, dovrebbero essere in grado di ridestarci da quel «sonno dogmatico» indotto, in cui da troppo tempo siamo sprofondati. La posta in gioco è attrezzarsi, se ancora ne siamo capaci, per corrispondere ai bisogni dei corpi – non certo in silicio – di cui in buona parte siamo formati.

La posta in gioco strategica è tutta nel riuscire, in riferimento al mondo, ovviamente non in una notte, di farlo smettere di camminare a testa in giù, che detto altrimenti in linguaggio popolare, colmo di saggezza, vorrà dire renderlo «meno rotondo, ma un po’ più quadro». Mai come in questo caso ne va della nostra stessa salvezza come specie.

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