La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

Il diritto al dissenso in tempo di emergenza


24 Giu , 2022|
| 2022 | Visioni

Negli ultimi due anni, sull’onda della crisi pandemica prima e della guerra in Ucraina poi, abbiamo assistito a una crescente compressione del dibattito pubblico, con forme sempre più estreme di delegittimazione e marginalizzazione del dissenso. L’elemento paradossale è che in questo caso le opinioni divergenti non sono quelle di una avanguardia avventurista che promuove istanze potenzialmente eversive, ma quelle di chi si schiera in difesa dei principi costituzionali e quindi, come avviene nel nostro paese, reclama una maggiore fedeltà ai valori fondativi della Repubblica. Giocando con le parole, potremmo dire che assistiamo all’insorgenza di un dissenso diffuso dal basso contro i protagonisti del dissenso antisistema dall’alto (i fautori della cosiddetta “ribellione delle élite” verso il nucleo profondo delle democrazie costituzionali, che non può essere oggetto di dissenso). Contro questo ricorrente “sovversivismo delle classi dirigenti”, ovvero contro il polo della subalternità al vincolo esterno e del neoliberismo nelle sue diverse varianti, va appunto fatto valere un dissenso radicale dal basso, il quale, se vuole essere efficace, non può limitarsi a denunciare il baratro nel quale stiamo precipitando ma deve puntare a rigenerare un nuovo consenso attorno all’indirizzo politico fondamentale contenuto nella nostra Costituzione, che ha subito nel tempo una progressiva disattivazione. Rilanciando il senso dei principi basilari della sovranità democratica, della piena occupazione e della libertà incarnata, in relazione.

La democrazia, scriveva Bobbio ne Il futuro della democrazia, non è caratterizzata soltanto dal consenso, ovvero se essa può contare sul consenso dei consociati, ma anche dal dissenso. Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è ostracizzato, censurato, intimidito? Dove dunque non c’è scelta fra consenso e dissenso? In un sistema fondato sul consenso non imposto in maniera coercitiva, una qualche forma di dissenso è appunto inevitabile: soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico. Per questo, insisteva Bobbio, c’è un rapporto necessario fra democrazia e dissenso perché, una volta ammesso che la “democrazia significa consenso reale e non fittizio, l’unica possibilità che abbiamo di accertare che il consenso è reale è di accertare il suo contrario”. Ma come possiamo accertare il dissenso se nei fatti lo impediamo? Allora, se non possiamo presupporre il “consenso unanime e forzato come una forma più perfetta di consenso”, e quindi dobbiamo riconoscere che in un regime fondato sul consenso non può non esserci anche il dissenso, questo significa che c’è un rapporto necessario fra democrazia, dissenso e, ovviamente, pluralismo. Non è questa la sede né si possiedono le conoscenze adeguate per affrontare in modo approfondito e articolato il problema della dialettica fra consenso e dissenso, e quello dei limiti del dissenso. Resta il fatto che il libero confronto fra le idee può ritenersi pienamente operante solo se non risulta limitato ai contenuti accolti con favore o inoffensivi, ma si estende anche a quelli che urtano, disturbano, colpiscono, inquietano, quindi aperto tanto alle critiche più ponderate quanto a chi dissente in maniera netta dal potere e diverge radicalmente dall’opinione dominante. Da qualche tempo, però, i diritti e il pluralismo si vanno restringendo, le imposizioni crescono insieme al conformismo coatto e la libertà d’espressione viene sottratta ai suoi ambiti vitali. Questa tendenza, come già accennato, si è propagata prima sull’onda della gestione della crisi sanitaria e delle sue opacità e contraddizioni, poi con la guerra in Ucraina e la sua coscrizione obbligatoria nei giudizi a senso unico, quindi con l’ansia neo-millenaristica da fine del mondo, infine con le ossessioni neo-puritane del politically correct.

Ai vari protagonisti della linea del dissenso, a coloro che offrono una lettura dissonante rispetto all’informazione ufficiale e istituzionale, non è certo negato il diritto di essere contro, ma vengono il più possibile ignorati e emarginati o derisi e demonizzati in coro dai nuovi ”padroni del discorso”. Salvo alcune autorevoli eccezioni, le voci più radicalmente contro costeggiano i bordi del discorso pubblico e magari si affacciano pure in tv, ma sono fuori dal sistema che non ammette veri contraddittori al suo interno, ma solo ai margini, fuori: altro che dialettica delle idee! Le letture più spiazzanti e disallineate al canone vengono così messe al bando, stigmatizzate, denigrate come irrazionali, squalificate come disinformazione. E non si tratta di voci isolate, minoranze esigue in via d’estinzione. Tutt’altro: esse esprimono un pensiero, un sentire, un’opinione assai larga, forse perfino maggioritaria. Che emerge nei social, affiora nei sondaggi, si trasmette col passaparola. A volte attraversa anche le categorie professionali più esposte, ma il timore di sanzioni, problemi alla carriera e gogna mediatica, induce loro a confessare in privato opinioni, dubbi e preoccupazioni che in pubblico sono prudentemente nascoste o stemperate.

In tutto questo non si può non vedere il ruolo parallelo che hanno avuto le forze maggioritarie della sinistra attuale, nella fisionomia “liberale” e “post-materialistica” che esse hanno assunto nella fase ascendente della globalizzazione, nella rimozione della complessità e delle contraddizioni del reale, con il loro schematismo astratto costellato di divieti, tabù e premesse assunte acriticamente come punti di partenza mai problematizzati. La tendenza è stata quella di compensare con dosi massicce di artistocraticismo perbenista una crescente impotenza politica: secondo gli standard del progressismo liberal, più o meno radicaleggiante, dei “moralisti senza morale” si può difatti parlare di politica solo assecondando la pedagogia del sentimentalismo umanitario o a partire dalle nuove istanze di modernizzazione dal volto “umano e sostenibile”, opportunamente promosse e cavalcate dai settori emergenti del grande capitale occidentale per rilanciare e rilegittimare se stesso sia sul fronte produzione-consumo che sul fronte ideologico (e di lotta geopolitica).

Colpisce che proprio quel campo politico in tempi passati educasse al sospetto, a diffidare delle letture più facili e scontate: non si doveva aver timore a interpretare i fatti in maniera anche estrema o provocatoria, nessuno avrebbe mai avanzato per questo accuse di “complottismo” o “negazionismo”; il biasimo arrivava, caso mai, se si esprimeva una visione troppo appiattita e allineata, o se si era così ingenui da non saper cogliere il grumo di interessi e rapporti di forza che ogni narrazione contiene. Guai, ad esempio, a credere alla neutralità e all’oggettività dell’informazione o della tecno-scienza! Se il conformismo era il problema, benaccette e benvolute erano anche le posizioni più scettiche, radicali e scandalose. Le parole d’ordine erano contro-informazione e contro-inchiesta. La denuncia di tutto ciò che si muove dietro le quinte, a prescindere e a ogni costo, era una linea di condotta, a tratti era quasi una posa estetica. Certo, le ideologie vincolavano e creavano un perimetro, ma gli sguardi eretici erano presi in considerazione, mai demonizzati a priori: cosa accadrebbe ora a uno come Pasolini, che allora sparigliava certi schemi consolidati, ma con il quale si intratteneva un dialogo aperto (basti pensare ai confronti spesso aspri fra lui e Calvino sulle pagine dei principali quotidiani)?

Ma torniamo ai giorni nostri. Con la “strategia dell’allarme permanente” si è andato consolidando un assetto di potere asservito nei fatti al capitalismo finanziario globale e al vincolo esterno euro-atlantista, che sempre più si adopera per marginalizzare le opposizioni più critiche e per spingere chi dissente a ritirarsi nel privato o a dare vita a forme di contestazione improduttive dal punto di vista politico.  

Assieme all’idea di sovranità popolare e di rappresentanza politica, come vediamo ogni giorno di più, anche le idee di consenso, di opinione pubblica e di partecipazione sono ormai connotati altamente problematici. Anche sposando una concezione minima, procedurale, della democrazia, essa ha comunque bisogno di una base di consenso che la sostenga e, naturalmente, di una sfera pubblica all’interno della quale le diverse opinioni possano circolare e confrontarsi liberamente; eppure questi due presupposti sono sempre più un puro flatus vocis al tempo della disintermediazione (noi sappiamo che non c’è autodeterminazione popolare senza il lavoro della mediazione rappresentativa) e nel contesto di quella che non è solo una crisi di legalità, bensì una assai più penetrante e scivolosa crisi di fiducia e legittimità dell’ordinamento nel suo complesso.

Oggi il quadro politico-istituzionale prescinde in larga parte dal consenso della generalità dei cittadini e si tende a ricondurre le espressioni del consenso e del dissenso ad una forma di adesione senza fondamento ai risultati della decisione (tecno)politica, a prescindere da qualsiasi input di valori o finalità di carattere generale. D’altra parte questo è il tempo della necessità: la partecipazione politica è un esercizio irrilevante, così come l’importanza di costruire e rigenerare consenso, l’astensionismo è la chiave per realizzare una ‘democrazia senza popolo’ e il tecnico sostituisce il politico perché l’obiettivo non è scegliere tra opzioni diverse ma quello di affidarsi agli automatismi del cosiddetto pilota automatico. Nel frattempo la logica del vincolo esterno e l’uso politico-mediatico delle emergenze (vere o presunte che siano) assurgono nei fatti a fonte sostitutiva di legittimazione e possono essere considerate un surrogato funzionale della legittimazione in base a un consenso effettivo; diventano cioè lo sfondo e la copertura ideologica per assolutizzare alcuni temi e sottrarli alla discussione pubblica, sancendo tanto l’insindacabilità del bene superiore nel nome del quale vengono richiesti sacrifici continui (che non può essere oggetto di dissenso), quanto l’intrascendibilità dell’ordine esistente.

Al posto di un’immagine ideale di una sfera dell’opinione pubblica ricca, libera e informata, abbiamo a che fare con una dispersione della sfera (dell’emozione) pubblica, in cui la ‘volontà generale’ tende a frammentarsi in una molteplicità anarchica di infiniti particolarismi. Questo processo di crescente dispersione della sfera pubblica si svolge però all’insegna di una profonda ambiguità: da un lato si sono ampliate a dismisura le fonti alle quali attingere informazioni e notizie, consentendo la veicolazione di contenuti a un pubblico assai ampio senza bisogno di strutture organizzative; dall’altro il dibattito pubblico è diventato autoreferenziale e chiuso e ha generato di riflesso una progressiva individualizzazione e privatizzazione delle opinioni politiche, confinate in innumerevoli isole o cyber-ghetti all’interno dei quali si parla soltanto tra coloro che la pensano allo stesso modo.

Tutti in teoria oggi possono prendere posizioni su qualunque tema, almeno sul web (per quanto anche su quel mondo si è abbattuta la scure della censura e dell’autocensura preventiva), ma si tratta di opinioni e giudizi che incidono ben poco sulla dimensione collettiva. Insomma, tutto si può dire, ma nulla veramente conta. E così il dissenso fa fatica a tradursi sul piano dell’iniziativa politica. Questa deriva è ovviamente strettamente legata anche agli effetti che i mezzi di comunicazione di massa (quelli nuovi soprattutto) esercitano sui singoli destinatari: l’abitudine ad assuefarsi a una percezione prevalentemente simbolica, mediata, dell’universo sociale, assieme alla sovrabbondanza alluvionale del flusso di informazioni, induce infatti una tendenza sempre più spiccata a “economizzare l’esperienza politica diretta”. Ne derivano atteggiamenti di torpore sociale e di inerzia operativa, in particolare nei confronti delle forme tradizionali della partecipazione collettiva alla vita politica (a tal proposito Danilo Zolo parlava, ne Il principato democratico, di “disfunzione narcotizzante”).

Peraltro, pur ammettendo il carattere asimmetrico e scarsamente interattivo della comunicazione di massa, i singoli si trovano esposti all’influenza dei media in una situazione che non è di automatica passività e di isolamento, ma all’interno di una rete spesso molto ricca di rapporti sociali che la stessa comunicazione mediale contribuisce a rendere ulteriormente complessa. E bisogna fare i conti con quella che Stuart Hall chiamava “decodifica oppositiva”: le persone, nonostante sia spesso l’interazione simbolica con i media a fornire gli strumenti primari di interpretazione della realtà e la definizione dell’orizzonte di ciò che è pubblicamente oggetto di attenzione, possono ancora oggi decodificare la comunicazione pubblica, soprattutto quella dall’alto, a partire dai loro meccanismi selettivi e dal loro vissuto concreto, e dunque possono smascherarla come ideologica, come menzognera. Questo significa che non è del tutto smarrita la possibilità di confrontare criticamente la realtà con qualcosa che non sia un’esperienza mediata dai mezzi di comunicazione di massa.

In ogni caso la retorica di questi ultimi anni sul primato dei tecnici e dei competenti, visti gli esiti, dovrebbe averci liberato definitivamente dal “mito della complessità” e dall’invocazione per le virtù salvifiche dell’epistocrate di turno: ora sappiamo che rispetto ai grandi problemi del mondo reale l’opinione dell’uomo comune è spesso più perspicace e acuta di quella di sedicenti esperti osannati a reti unificate. Ancora una volta aveva ragione Antonio Gramsci: bisogna «rimanere a contatto coi “semplici” e in questo contatto trovare la sorgente dei problemi da studiare e risolvere». Contro il dirigismo tecnocratico dall’alto bisogna allora suscitare «élites di un tipo nuovo che sorgano direttamente dalla massa», con la quale debbono rimanere a contatto, in modo da alimentare una continua dinamica espansiva in opposizione a ogni chiusura castale-oligarchica, nella prospettiva di avvicinare la volontà collettiva del popolo-nazione ai contenuti della nostra Costituzione e di riaffermare così il senso perduto dell’autonomia della politica.

Di: