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Great reset: alla fine saremo noi a chiedergli il lockdown


28 Giu , 2022|
| 2022 | Sassi nello stagno

L’informazione italiana mente sapendo di mentire, raccontandoci la storia di una Russia che starebbe perdendo la guerra militarmente ed economicamente, per nascondere la catastrofe di una strategia che sta mettendo in ginocchio i popoli più fragili in occidente, tra i primi il nostro, parte di un fronte guidato da un anziano signore poco lucido e telecomandato, letteralmente posto a capo del più potente e allo stesso tempo decadente paese del mondo.

È tutta una menzogna: sull’inizio e sulle origini del conflitto, su chi lo stia esacerbando e prolungando, su chi lo stia perdendo e vincendo. Persino sui valori che noi occidentali rappresenteremmo: come se si potessero cancellare con scialbe e banalissime parole le storie di Julian Assange o di Shireen Abu Akleh.

Quello che però ancora una volta colpisce enormemente è la capacità di un’oscura (mica tanto) regia di approfittare di parentesi emergenziali per proseguire la propria lotta di classe dall’alto verso il basso, rubando ai poveri per dare ai ricchi, ridisegnando complessivamente la società ad immagine e somiglianza dei propri squallidi interessi di parte.

Mentre Draghi incontra i vertici di Uber e ignora completamente le proteste dei concittadini tassisti nelle piazze principali del paese, ci si prepara a strappar via le spiagge italiane alla piccola e media imprenditoria per affidarle a grandi multinazionali straniere. E bene sul punto dice Alessandro Somma, nello speciale di Byoblu a firma Gianuario, quando sottolinea come provvedimenti del genere se avessero avuto il medesimo impatto su paesi come Francia o Germania sarebbero stati impensabili: al netto infatti della necessità di rivedere eventualmente le condizioni delle concessioni, il cambio di modello significherà tritare e gettar via un secolo di tradizione, di storia e di costumi italiani. Che male c’è, domandano quasi basiti i soliti servi della narrazione a reti unificate, nel voler affidare anche questo settore alla libera concorrenza? C’è tanto di male: primo per la natura cruciale del settore nella cultura del nostro paese, secondo perché metterebbe a confronto i nostri piccoli e medi imprenditori, che in molti casi hanno realizzato quelle strutture con l’aspro sacrificio di diverse generazioni, con le grandi multinazionali internazionali.

Aspetto una Amazon-beach che metta al tappeto Luca, il responsabile dello stabilimento dove vado io al mare ogni estate: semplicemente inaccettabile.

E intanto il costo della vita esplode: con cinquanta euro vai al supermercato e paghi a malapena l’aria condizionata per tenere fresco il locale una mezzora, ammesso che non si arrivi a razionare anche quella. Si parla poi di razionamento dell’energia, a causa delle sanzioni che staremmo imponendo alla Russia (può sembrare un paradosso, ma in TV ci insegnano che la libertà si paga, è un privilegio), e da ultimo di razionamento dell’acqua, a causa della siccità che ci divora. A breve molto plausibilmente avremo il razionamento delle emissioni di CO2, per la prossima parentesi emergenziale di stampo ambientalista.

Tutte potenziali forme di controllo sociale perché qualcuno questi razionamenti li dovrà pur governare e niente di nuovo sotto il sole o di particolarmente sconvolgente: dopotutto siamo stati persino abituati ormai al razionamento dei diritti civili, così come declinato durante la crisi sanitaria per anni… e si vocifera che in autunno si riparta così. Appunto.

E pensateci un attimo, prendendo ad esempio la lavoratrice e il lavoratore medi: afflitti da un caro prezzi insostenibile, coi salari stagnanti perché ce lo chiedono UE, BCE e Banca D’Italia (mentre i sindacati tacciono complici e colpevoli!), col gasolio alle stelle, con te che devi fare almeno cinquanta chilometri al giorno per andare e tornare dal lavoro, cosa può esserci di più provvidenziale e salvifico di un bel lockdown in autunno? Troveremmo certamente qualcuno felice di accontentarci, in trepidante attesa di quel momento.

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