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Paolo Borsellino e la Strage di via D’Amelio: trent’anni di bugie, depistaggi e silenzi


19 Lug , 2022|
| 2022 | Visioni

«Soltanto ricordo che mio marito era più sicuro o si sentiva più sicuro quando era fuori la città di Palermo che quando si trovava in città. Era molto preoccupato per la sua incolumità e la nostra. Ed era disposto a sottoporsi a qualsiasi sacrificio pur di salvarsi, pur di salvare gli uomini della sua scorta, pur di salvare la nostra famiglia»[1]. È il processo Borsellino Ter. Siamo nel pieno di un supplizio, di quella disperata ricerca della verità cui ogni processo, e specialmente quello penale, dovrebbe tendere. Siamo nel pieno di un calvario perché, proprio quando si tratta di processi importanti per la tenuta democratica del paese, quello della verità diventa paradossalmente un punto irraggiungibile. È il processo in cui depone Agnese Piraino Leto, compagna dolce e silente. Donna dal sorriso lucente e dagli occhi attraversati, nonostante tutto, da una malinconica giovinezza[2]. Così Agnese racconta una delle preoccupazioni più forti del marito, Paolo Borsellino. Una delle poche di cui gliene parlava apertamente. Quel marito che invece la teneva all’oscuro del suo lavoro, da quello che aveva capito sulla morte dell’amico Giovanni Falcone. Borsellino era così, amava proteggere più che se stesso gli altri, la famiglia e la scorta. Per questo, ci racconta ancora Agnese, «quando poteva scappava di nascosto; non li voleva, perché non credeva in questo tipo di protezione e all’efficienza di questo tipo di protezione»[3]. Ai ragazzi della scorta aveva detto che era a conoscenza che fosse arrivato a Palermo il tritolo per lui e che, per questo, non li voleva coinvolgere[4]. Borsellino sapeva di essere esposto ad un rischio enorme, sapeva di correre una corsa contro il tempo e di non essere protetto adeguatamente. Quello della incolumità, seppur certamente acuitosi negli ultimi tempi, era un problema che già da tempo aveva sottoposto all’attenzione delle autorità. Nel 1984, dinanzi alla commissione antimafia, aveva manifestato l’assurdità di un accompagnamento con auto blindata solo la mattina. All’interlocutore che gli obietta che ciò poteva servire a garantire una più libertà del magistrato, Borsellino lucidamente risponde, stroncandolo, che non aveva senso limitare la libertà del magistrato la mattina per poi lasciarlo «libero di essere ucciso la sera».  E sempre nella testimonianza dalla quale siamo partiti Agnese Borsellino ci racconta come, anche dopo la morte di Falcone, vi fossero state delle mancanze enormi nelle misure di sicurezza[5]. Sembra così di assistere ad un copione già visto, di una prassi purtroppo consolidata. Lo stesso era già avvenuto per Aldo Moro. Due personaggi distanti, lontani per personalità e per funzioni svolte. Tuttavia accomunate nella loro diversità per due ordini di motivi. Per entrambi vediamo uno Stato che preferisce osannare dopo ma osteggiare prima, che si ostina a celebrare e rimuovere piuttosto che proteggere prima. E poi perché in entrambi i casi dalle famiglie vengono rifiutati i funerali di Stato. Prima Moro che chiede che al suo funerale non partecipino «né Autorità dello Stato né uomini di partito»[6]. Poi la famiglia Borsellino che preferisce i funerali in forma privata. È evidente così una ferita profonda. Una lacerazione che segna uno strappo tra chi lo Stato lo aveva servito e lo Stato stesso che a quel grido di aiuto, fermo aveva deciso di restare, lasciando che la corrida si consumasse sotto i suoi occhi.

Palermo, via Mariano D’Amelio, ore 16:58. Aveva ragione Paolo Borsellino. Palermo non era sicura. Non lo era stata per Giovanni Falcone, non lo è stata per lui. Via D’Amelio fisicamente è un piccolo cunicolo senza sbocco, un imbuto. Una stradina in cui oggi c’è un ulivo che mai avremmo voluto ci fosse. Simbolicamente via D’Amelio è invece il nome di un attimo che taglia il tempo. Di un’eccezione che rompe il ripetersi normale del tempo. Quest’eccezione dall’alto ci sembra non sia parsa come tale, ci si è illusi che quel tempo avrebbe potuto continuare nonostante un ‘incidente di percorso’. Invece il tempo si è fermato. C’è un prima e un dopo. Dal basso, crediamo invece, lo si è capito perfettamente. E lo si è capito perché lì muore la speranza di un popolo che aveva creduto che la democrazia potesse vivere senza il ricatto, senza il compromesso morale di cui Borsellino ci parlava, che quotidianamente si accettava pur di sopravvivere. Muore una speranza di riscatto, una speranza che non apparteneva, o non avrebbe dovuto appartenere, solo ad un’area particolarmente fragile del paese ma che era desiderio di elevazione civile di tutta la comunità nazionale. Via D’Amelio è dunque quel punto, lunghissimo nella sua brevità, in cui svanisce, per parafrasare una scritta tragicamente famosa, la speranza di tutti gli italiani onesti. In cui muore quel sentimento popolare che attorno ai due magistrati più importanti della storia d’Italia si era creato.

L’altruismo di Borsellino non è bastato, il suo sapersi un cadavere che camminava, come anni addietro Ninni Cassarà gli aveva detto sul luogo dell’uccisione di Montana, non è servito a risparmiare quella tragica fine anche ai giovani uomini della scorta. Sì, Paolo Borsellino sapeva di essere un condannato. In una delle sue ultime interviste dopo la strage di Capaci mostra tutta la sua amarezza nel dire che avrebbe voluto ricordare quella frase di Cassarà «in senso più ottimistico». L’essere in estremo pericolo di vita avrebbe dovuto essere una consapevolezza non solo sua ma anche di quanti Paolo Borsellino avevano il compito di difenderlo. O forse questa consapevolezza c’era ma era più comodo voltarsi dall’altra parte. Avrebbe dovuto esserci, in un paese normale dove chi è magistrato crede profondamente nel ruolo che la Costituzione gli assegni, la consapevolezza di quanti, colleghi in primis, avrebbero dovuto fargli da scudo. Invece Borsellino si è preferito osteggiarlo, come osteggiato, anche se in altro modo e forse in maniera anche più umiliante, era stato il suo amico Falcone. Si è preferito farlo sentire un ospite non gradito, un personaggio scomodo. Ci sono varie circostanze che lo dimostrano. Innanzitutto in quei lunghissimi 55 giorni Borsellino mai è stato chiamato a deporre, nonostante le sue manifeste richieste, sulla strage di Capaci[7]. In secondo luogo, sempre Agnese Borsellino ci ricorda della telefonata di Giammanco, il botta e risposta «la partita è chiusa – la partita è aperta»[8]. Per noi questo è l’emblema di un atteggiamento vile e meschino.

A trent’anni da quell’attimo-eccezione, abbiamo visto prevalere la linea delle verità di comodo. È prevalsa la linea di chi, ad eccezione di pochi, coraggiosi magistrati, crede che al fondo del potere, e soprattutto del potere legale, è bene non arrivarci. Anche l’ultima sentenza del processo sulla Trattativa contiene un flebile barlume di luce. Nell’affermare che il fatto non costituisce reato resta la magra consolazione di poter dire apertamente che la trattativa tra apparati dello Stato (illegale?[9]) e criminalità organizzata comunque c’è stata. E questo ci permette di sottolineare che a volte il potere legale o è complice o non ha il coraggio di non essere complice.

Che alla morte di Borsellino abbiano concorso i cd. Mandanti occulti è ormai acclarato. Mandanti occulti è un’espressione vuota, vuol dire tutto e non vuol dire niente. Tuttavia essa riserva una minima utilità. Ci fa capire che non è stata solo la mafia a portare avanti il progetto stragista, che c’è un grumo di potere in cui si intrecciano istituzioni, legali e illegali, a vario titolo[10]. Questo a noi non basta. A noi non basta sapere che c’è un altro e più alto livello oltre la mafia.  A noi non basta questo vago sentore di verità. Dopo trent’anni per noi è insufficiente che si parli genericamente di mandanti occulti[11].  A noi interessa sapere la Verità. Una verità che va cercata a tutti i costi.

Una verità che forse non si saprà mai o forse non si saprà fino a quando quello che potrebbe venir fuori minerebbe le fondamenta di uno Stato che ama definirsi democratico. La società civile ha il diritto di sapere. Una società che, è nostra convinzione, non è disattenta, non è indifferente. È invece profondamente svilita e rassegnata. Un popolo che vede uno Stato forte con i deboli e debole con i forti diventa inevitabilmente un popolo sfiduciato, che tira a campare, che ha perso lo stimolo anche solo di pensare un’alternativa possibile. Di questo noi siamo stanchi, siamo stanchi del rifiuto di una auto-analisi del potere, di una magistratura che, ripetutamente nella storia repubblicana d’Italia, ha paura, per vigliaccheria o per interesse, di scendere in profondità e guardare alla parte oscura di quel potere legale cui pure essa appartiene.


[1] G. Lo Bianco, S. Rizzo, L’agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, Milano 2021, pp.203-04.

[2] Cfr. R. Cappuccio, Paolo Borsellino essendo Stato, Feltrinelli, Milano 2020, p. 103.

[3] G. Lo Bianco, S. Rizzo, op. cit., p. 221.

[4] Ivi, p. 208.

[5] Ivi, p. 203.

[6] A. Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, Einaudi, Torino 2008, p. 100.

[7] G. Lo Bianco, S. Rizzo, op. cit., p. 205.

[8] Ivi, p. 199.

[9] Sul significato dell’espressione Stato illegale si veda G. Caselli, Lo Stato illegale, Laterza, Roma-Bari 2020.

[10] Cfr. N. Di Matteo, S. Lodato, Il patto sporco, Chiarelettere, Milano 2021, pp. 53 ss.

[11] Cfr. G. Lo Bianco, S. Rizzo, op. cit., p. 226.

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