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Il solito ricatto contro gli elettori


26 Lug , 2022|
| 2022 | Visioni

Un po’ inaspettatamente il governo Draghi è caduto e sono state fissate le nuove elezioni per il 25 settembre. Nemmeno l’inchiostro del decreto del 21 luglio che le stabilisce ha fatto in tempo ad asciugarsi che sono partiti appelli e richiami a sbarrare la strada alle destre mettendo assieme tutte le forze che vi si oppongono.

Nel suo articolo sul Manifesto di domenica 24 luglio il politologo Antonio Floridia suggerisce un “accordo tecnico” volto ad impedire che la coalizione Lega – Fd’I – FI possa conseguire una maggioranza così ampia da modificare la Costituzione senza passare per un referendum popolare.

Nel suo articolo si dà quasi per scontato che tale coalizione raggiunga la maggioranza, così da far assumere alla proposta una sorta di “riduzione del danno” minima: non fargli prendere i due terzi.

Nonostante il carattere abbastanza pragmatico e rassegnato, il pezzo non si sottrae ad una aggettivazione sopra le righe per designare l’esito che intende scongiurare: corriamo verso “il baratro”, tanto da bacchettare l’eccessivo purismo di chi si farebbe troppi problemi a fare accordi anti-destra: “ma ci si rende conto di dove si va a parare? […] non è tempo di fare gli schizzinosi”.

Insomma, al di là dell’obiettivo di garantire un referendum per non modificare la Costituzione, serpeggia non troppo velatamente il proposito, ricorsivo con una regolarità degna di un metronomo ad ogni tornata elettorale, di invitare alla “unità delle sinistre”, che si è velocemente trasformata nell’unità di tutto ciò che sta a “sinistra” di Forza Italia, per non “consegnare il paese alle destre”, eventualità vissuta come un cataclisma irreparabile con accenti apocalittici.

Tali visione catastrofista è da respingere, perché il suo obiettivo è chiaramente di mettere davanti all’elettore (progressista) un’alternativa netta fra un “male assoluto” e un male “relativo”, che sarebbe il Pd e frattaglie: dinnanzi alla catastrofe ci dovremmo turare il naso e votare un po’ qualsiasi cosa ci venga sorbito, magari l’apparentamento con rigurgiti di classismo quali i partiti di Renzi e Calenda.

Oramai il Pd è al potere ininterrottamente dal 2011 (o in maggioranza o al governo), salvo la parentesi del governo “giallo-verde” di M5S e Lega, ed è tempo di fare un minimo di bilancio togliendo un po’ di prosciutto dagli occhi degli elettori: nel settore più specificamente individuato come lo specifico delle destre identitarie, cioè l’immigrazione, si è posto assolutamente in continuità con i provvedimenti attuati da quest’ultime – anzi peggio se si confronta la durezza delle misure del ministro Minniti rispetto al suo successore Salvini, al di là della visibilità mediatiche che questo ha avuto buon gioco a esibire.

Per quanto riguarda i temi sociali ed economici l’agenda sposata dal Pd e dai suoi alleati è stata sostanzialmente sovrapponibile al peggior liberismo in salsa europeista, incrementando precarizzazione, tagli di bilancio catastrofici (si pensi alla sanità), ed in generale volta ad una vergognosa ed umiliante sudditanza dei poteri sovraordinati (BCE, Commissione, potentati finanziari, governo tedesco) obbedendo ai loro diktat assolutamente contrari all’interesse delle classi lavoratrici e soprattuto delle classi medie. Per motivi contingenti e complessi le destre sono sostanzialmente prone a tali poteri ma non così entusiaste da celebrare il “vincolo esterno” come virtù da contrapporre a chi invece rivendica – in buona o cattiva fede – un’autonomia della politica nazionale (che viene bollata come “populismo”).

Tale linea politica, approfondita governo dopo governo, ha portato il “partito dello spread” a restringersi nelle sue zone di insediamento come mai prima, anche generando l’opinione secondo cui il “male minore” sarebbe, appunto, la Lega o Fratelli d’Italia. Allegramente indifferenti alla diserzione delle classi popolari e al disagio di parte della loro stessa base i dirigenti del Pd hanno piazzato il grigio Enrico Letta a capo del partito, senza alcuna forma di verifica del programma da lui espresso – fede inespugnabile nell’europeismo e nell’atlantismo, con una verniciatura progressista così tenue da essere sostanzialmente inerte.

L’entusiasmo con cui tale partito ha accolto la nomina di Mario Draghi – un tecnocrate alieno da ogni dialettica democratica, tanto da aver sostenuto come governatore della BCE che in Italia ci sarebbe il “pilota automatico” per le riforme, un banchiere con saldi legami con gli Usa le cui impronte digitali si trovano fra le peggiori torsioni neoliberiste del paese – e l’agenda da questi professata, sbandierata dalla stampa più allineata all’oligarchia, non possono far dubitare della salda collocazione nell’ambito di establishment del partito erede del PCI.

Abbastanza ironicamente, mentre il Partito Democratico agita le minacce di autoritarismo contro una destra postfascista, sostiene al tempo stesso i meccanismi istituzionali che permettono ai mercati finanziari e ad autorità non elettive (BCE, la Commissione, agenzie di rating) di influenzare l’orientamento politico del paese al di fuori e contro qualsiasi dialettica democratica di sostanza.

L’ultimo capitolo di tale storia è l’allineamento del paese, con furore ideologico bellicista inaudito a fianco di Kiev e, soprattutto degli Usa, contro la Russia; in tale congiuntura – che vede i progressisti di establishment con l’elmetto rivaleggiare con Meloni e le destre nel delirio bellicista – si vede che la fede atlantista ha manifestamente riempito l’orizzonte del “progressismo” italiano, con Pd e frattaglie liberali (IV, +E, Azione) all’estremo e M5S e Sinistra italiana che seguono con qualche distinguo (bollato come “disfattista” o con analoghi termini…); con una marcescente ipocrisia e doppiopesismo da lasciare basiti, soprattutto chi ha ancora una coscienza emancipatoria.

Doppiopesismo ancora più pesante se si confronta il ricorrente appello progressista contro il risorgere di sigle e correnti fasciste nella politica nazionale con il sostegno indefesso al regime ucraino, in cui veri e propri nazisti hanno considerevoli spazi di azione, mentre tutti hanno potuto vedere il profluvio di svastiche e simbologie simili presso le forze militari cui i governi occidentali stanno così entusiasticamente inviando armamenti e sostegno – senza che i “progressisti” di governo lo abbiano messo minimamente in questione.

Tali evidenze non possono che suggerisce l’inevitabile conclusione che Partito Democratico e le destre sono volti diversi dello stesso sistema di potere, e nessuno dei due è nettamente ed intrinsecamente preferibile all’altro; semmai in contesti congiunturali o locali ci potrà essere un “meno peggio” degno di essere sostenuto in qualche modo e maniera (e questa è già una concessione che molti non farebbero) ma sempre in maniera provvisoria e da verificare alla luce dei profili programmatici concreti, al di là di ogni suprematismo morale o autoreferenzialità identitaria.

Appare rilevante che Floridia e altri che proporranno simili appelli non siano ignari di tutto ciò, spesso sapendo benissimo la qualità antipopolare e oligarchica dell’azione di governo targata Pd o il profilo confindustriale e sostanzialmente filo-capitalista di tutti i partiti “progressisti” che hanno abbracciato i poteri dominanti. Solo che al momento di trarne una conclusione operativa sul voto, riescono magicamente a “dimenticarsene” e, spaventati dal possibile successo elettorale delle forze identitarie, propendono a passarvi sopra per regalare alle forze “progressiste” qualche forma di alleanza con liste e gruppi più “di sinistra” che nei fatti sono completamente succubi della nomenclatura Pd (un caso da manuale la lista Emilia Romagna Coraggiosa di sostegno al presidente Bonaccini nelle elezioni regionali del 2020). Per tornare, con incredibile sprezzo della logica, a criticarla il giorno successivo.

Niente sarebbe più necessario e vitale di un terzo polo antiliberista e con una postura indipendente e basata sull’interesse nazionale nel campo delle relazioni internazionali, che passi di necessità dalla coscienza della pari inaccettabilità dei soggetti tuttora in auge; ma ciò nella attuale legislatura non è avvenuto, dopo che il M5S ha abbandonato l’orientamento antiegemonico; gli esiti tanto delle forze di cd. “sinistra radicale” come Potere al Popolo quanto quelle più orientate all’idea del recupero della sovranità nazionale (PC di Rizzo, Riconquistare l’Italia ecc.) e gli ex pentastellati, gli antidraghiani di Alternativa, restano al momento deboli nonostante gli sforzi, di indubbia generosità, dei militanti.

Alla luce di queste considerazioni potremmo vedere più analiticamente l’articolo di Floridia. Siamo proprio sicuri che la coalizione di Giorgia Meloni prenderà agevolmente due terzi dei seggi? Il politologo sembra convinto che ciò possa avvenire. Ma il medesimo ha sostenuto una lista (Sinistra civica ecologista) in appoggio al candidato Giani (che poi ha vinto) giustificando la scelta a posteriori con l’argomento che la Lega potesse vincere. Ma dibattendo su facebook qualche tempo prima il professore ammetteva mestamente l’inesorabile autoreferenzialità del Pd toscano che ha imposto Giani quale candidato senza negoziare con le liste sostenitrici (di “vera sinistra”, pare di capire), ma nonostante questo sgarro (e la insussistenza di garanzie programmatiche di diverso orientamento rispetto alla gestione precedente), nonostante tutto proponeva questa ferrea logica:

Non eravamo d’accordo su Giani, ma tutti gli altri lo hanno imposto; tuttavia, siamo persone responsabili, non vogliamo che la destra vinca in Toscana; e quindi corriamo con una nostra lista autonoma, che punta su alcuni forti punti programmatici. Il programma del candidato-presidente contiene alcune cose positive, che abbiamo noi stessi contribuito ad introdurre nel programma; ma su altri punti ci sono serie diversità: elettori, dateci più forza per farli pesare nei futuri equilibri di governo.

Rispondendo a denti stretti allo storico dell’arte ed attivista Tomaso Montanari il prof. Floridia insiste sul fatto che avrebbe potuto vincere la Lega e quindi buttarsi a favore di Giani sarebbe stato giusto; ma le liste di quest’ultimo hanno raccolto 864mila voti contro i 719mila della candidata di destra, mentre la lista di appoggio sostenuta da Floridia ha preso 41mila voti. Non è comprensibile in base a quali fatti concreti si sarebbe corso il “fatale rischio”. Il professore agita i risultati delle elezioni europee dell’anno precedente, favorevoli alla Lega, aggirando con nonchalance l’argomento dei sondaggi che davano Giani per vincente.

Siamo così sicuri che a questo giro la coalizione di destre che concorrerà a settembre possa realisticamente arrivare alla soglia fatidica dei due terzi? È chiaro come sembri pesare la paura semplicemente di un vantaggio delle destre che si tinge di catastrofismo. Al contrario, il presupposto per cui una lista di appoggio con contenuti più seri possa trascinare l’asse verso “sinistra” pare l’eterna autoillusione senza alcuna base razionale; che però sacrifica alternative emergenti o più serie. Nel caso toscano garantire la vittoria del Pd ha significato lasciare al 6,4% la lista del M5S di Irene Galletti e sotto la soglia col 2,23 la lista Toscana a Sinistra del candidato Tommaso Fattori (le cui credenziali antiliberiste sono incontestabili), senza che la lista “di sinistra” di appoggio a Giani abbia ottenuto un singolo consigliere. Un capolavoro.

Nel momento in cui scriviamo, le prospettive elettorali sono ancora incerte per quanto riguarda soggetti ed alleanze, non è pensabile fare in due mesi scarsi ciò che non si è riusciti a fare negli anni precedenti. In ogni caso l’elettore avrà bisogno di ragionare con ponderatezza e coscienza, in base ai contenuti e alla credibilità reale delle forze in campo, e non in base ad appelli all’emotività o alla supposta intrinseca malvagità di qualche attore in campo, meno di tutti in base alla paura, perché le decisioni prese in tale stato raramente si dimostrano assennate e preveggenti, spesso fanno molto i comodi di qualcuno incapace di produrre argomentazioni razionali.

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